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di Sergio Giacalone
Vicepresidente RNT – Croce Reale

Conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’ esodo dalle loro terre degli istriani, dei fiumani e dei dalmati è un dovere.

Ci sono diversi modi per contrastare una verità scomoda, ma il più immediato ed efficace è senza dubbio il silenzio. Il silenzio cancella il ricordo di ciò che non deve essere ricordato, svilisce e appanna il racconto dei diretti testimoni a beneficio delle giovani generazioni. Fino a che regna, il silenzio uccide la verità: così è accaduto per le foibe. Il peso di questo “silenzio storico” ha gravato per quasi mezzo secolo su un pezzo di storia d’Italia, generando una cicatrice che il nostro paese porterà per sempre nel suo bagaglio storico. La vicenda delle foibe istriane rappresenta infatti un momento tanto oscuro quanto “scomodo” della storia italiana.

Basta sfogliare le pagine di un qualsiasi libro di storia su cui noi, che abbiamo superato i trent’anni, ci siamo formati per poter verificare come il dramma delle foibe non vi trovi spazio in alcun capitolo. Eppure quella strage è esistita, eccome! Solo che evidenziarne le implicazioni prima ma soprattutto dopo il referendum istituzionale, quando fu chiaro cosa era effettivamente accaduto, avrebbe toccato molti nervi scoperti della neonata repubblica italiana e avrebbe evidenziato il ruolo complice e attivo di taluni partiti su cui la suddetta repubblica stava costruendo le sue fondamenta politiche ed istituzionali. Perciò si è preferito tacere, molto di più e molto più a lungo di quanto non si sia fatto per altre simili tragiche vicende, come l’eccidio nazista.

 

Dopo decenni di ricordo congelato, così cinicamente lontano dal pieno riconoscimento dei drammi che le popolazioni civili dell’Istria e della Dalmazia vissero fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, oggi finalmente si parla a voce alta, sui giornali e nelle televisioni, di ciò che ha significato vivere, e morire, in quelle terre di confine. Anche se forse il danno non sarà mai completamente sanato. Che se ne parli, comunque! Perché è nostro dovere ricordare le liste di proscrizione stilate dai partigiani titini, con l’aiuto dei partigiani italiani comunisti, che causarono innumerevoli vittime, spesso colpevoli soltanto di essere italiani.  Perché le nuove generazioni devono sapere come le foibe si riempirono di cadaveri legati insieme con il fil di ferro; uomini e donne scaraventati vivi nel baratro e lasciati morire laggiù, spesso già legati ad un già morto.

E’ un obbligo etico e morale raccontare come, di fronte a tanta ferocia, oltre 350.000 istriani e dalmati, appartenenti a famiglie che da secoli avevano vissuto in quei luoghi, furono costretti a fuggire in esilio verso l’Italia, la loro Patria. Purtroppo, però, per la nuova Italia nata dalla resistenza questi esuli rappresentavano la rappresentazione vivente di una vergogna scandalosa e pericolosa. L’antica Patria fu dunque per loro disgustosa matrigna.

Malvisti, considerati fascisti, maltrattati specie dai comunisti italiani amici di Tito, furono chiusi in campi di raccolta ove vissero quasi come in un campo di concentramento. Al punto che ben 150.000 di loro andarono a cercare più umana accoglienza in altre nazioni. Essi avevano perduto tutti i loro averi, ma lo stato italiano non seppe né volle fare nulla in loro favore. Oltre al danno la beffa, dunque. Per di più, come si diceva all’inizio, per mezzo secolo questa tragedia è rimasta volutamente ignorata e nascosta, epurata dalla coscienza nazionale, messa nel dimenticatoio, perché non si osava mettere sotto accusa gli autori di questi assassinii, che non furono soltanto slavi ma anche comunisti italiani: era interesse della Democrazia Cristiana di De Gaspari per evitare di far cambiare gli equilibri politici della neo-creata repubblichetta; ed era interesse del partito comunista per legittimarsi come partito di massa e come partito nazionale.

Ma in tutto questo coloro che ci sono andati di mezzo sono stati i profughi. E la verità.

 

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