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Canosa, i valori e la dignità di un principe

Castellammare di Stabia. Nella libreria “Ricordi Perduti” presentato il saggio di Gianandrea de Antonellis

CASTELLAMMARE DI STABIA. Serata di Storia, “tutta un’ altra Storia…”,  alla Libreria “Ricordi Perduti” di Castellammare di Stabia, dove è stato presentato il saggio di Gianandrea de Antonellis “Il Principe di Canosa profeta delle Due Sicilie” (Editoriale il Giglio), dedicato al ministro di Polizia, politico e intellettuale Antonio Capece Minutolo, Principe di Canosa (1768-1838). Guglielmo, gestore della libreria, ha introdotto l’autore del libro ed il prof. Gennaro De Crescenzo, presidente del Movimento Neoborbonico che hanno illustrato a un pubblico attento e qualificato la figura del Canosa, protagonista assoluto nel 1799, quando organizzò la reazione popolare alla repubblica giacobina ed all’invasione francese. Fu lui che, nel 1820, anticipò da “profeta” i moti liberali nel suo pamphlet “I Pifferi di Montagna”, e nel decennio francese (1806-1814), guidò da Ponza la resistenza borbonica. Una storia da riscrivere totalmente – su questo hanno concordato de Antonellis e De Crescenzo – per un personaggio chiave come il Principe di Canosa, dipinto dai liberali come Pietro Colletta, autore di una “Storia del Regno di Napoli” e, come un feroce repressore, responsabile della morte di centinaia di avversari, e da Benedetto Croce come un Don Chisciotte della reazione”. Canosa era in realtà un disinteressato difensore dei diritti della Monarchia legittima, delle prerogative della nobiltà e dei diritti del popolo. Nel 1799 restò coraggiosamente a Napoli, mentre le truppe francesi erano alle porte, e armò i “lazzari”, (il popolo basso), protagonisti di una generosa resistenza che costò decine di migliaia di vittime. Condannato a morte dai giacobini, fu salvato dall’arrivo dei volontari guidati dal Cardinale Ruffo (13 giugno 1799), che riconquistarono il Regno. Accusato per ironia della sorte di aver tramato per instaurare una repubblica aristocratica, fu condannato prima a morte, poi all’esilio. Ma pochi anni dopo, nel 1806, combatteva di nuovo con la penna e con la spada per i Borbone e la causa della legittimità, sfidando la repressione dei francesi di Giuseppe Napoleone e Gioacchino Murat, che minacciavano la sua famiglia.

Intanto le Cancellerie europee, compreso il primo ministro dell’Impero austro-ungarico Metternich, tramavano per impedire che Canosa pubblicasse le sue memorie. Da solo, il Principe-sprofeta fece di più per i Borbone e le Due Sicilie di interi eserciti.

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