1866: anche i nizzardi al difficile esordio europeo della nuova Italia

La Terza guerra per l’indipendenza, tra il 20 giugno e il 12 agosto 1866, non fu affatto il disastro solitamente associato allo scontro di Custoza (24 giugno) e alla battaglia navale di Lissa (20 luglio). In primo luogo, a Custoza gli italiani non sfondarono, ma gli asburgici non li travolsero. Fu battaglia “d’incontro”, non “campale”. Se alcuni reparti ripiegarono, a Villafranca  i due principi ereditari, Umberto di Piemonte e Amedeo d’Aosta (ferito sul campo), si condussero con valore. Accanto al rude piemontese Giuseppe Govone rifulse Giuseppe Salvatore Pianell, formato alla Nunziatella di Napoli e nelle file borboniche. Tra morti e feriti gli italiani persero 3290 uomini; gli austriaci 5154. Nel 1866 venne collaudato un esercito ancora in formazione. L’Italia era alle prese in alcune aree del Mezzogiorno con la coda del “grande brigantaggio”, alimentato dall’estero e dal clero papalino ma dal 1863 rintuzzato con vigore infine risolutivo. E’ curioso che a classificare la lotta contro i briganti  come “guerra civile” sia non solo un giornalista quale Pino Aprile in Carnefici (ed.Piemme)  ma anche uno storico francese, Hubert Heyriés, dimentico della Vandea (quella, si, una orrenda carneficina franco-francese). Quanto a Lissa, va ricordato che se l’ammiraglio Carlo Persano si condusse male (e pagò), vi dettero buona prova Guglielmo Acton (che arrivava dalla Marina borbonica) e Augusto Riboty, già deputato di Ancona, fiero della sua italianissima Nizza, come ricorda Giulio Vignoli.

Nel 1866 – ed è ciò che più conta, al di là di mielose chiacchiere intrinsecamente anti-italiane – a chiamare all’unità patriottica fu ancora una volta Giuseppe Garibaldi, posto da Vittorio Emanuele II alla testa di 30.000 volontari, raccolti in poche settimane e, si comprende, a corto di vestiario, scarpe, viveri e soprattutto di armi. Il re gli donò due splendidi cavalli, ma certo all’Eroe occorreva di più. Quell’Italia, va ricordato, era nata appena quattro anni prima dalla fusione di sette Stati, aveva alle spalle il trasferimento della capitale da Torino a Firenze, mancava di ferrovie, strade, porti, scuole, ospedali… Tutta colpa di Vittorio Emanuele II? Di Alfonso La Marmora? Del toscano Bettino Ricasoli, tornato presidente dei ministri da pochi giorni o della plurisecolare storia preunitaria? In cinque anni l’Italia fece miracoli in tutti i campi e varò il nuovo Codice civile, limpido e durevole. Al confronto, che cosa fa l’ attuale? Il 23 maggio da Caprera  proprio Garibaldi esortò il poeta Francesco Dell’Ongaro a inneggiare non ai garibaldini ma agli italiani tutti. Ad Augusto Vecchi aggiunse: “Nelle fila dei difensori della Patria  non vi è né destra, né sinistra, ma gloria per tutti”. Nell’ora difficile, il 26 giugno, assicurò a La Marmora: “Gli ordini suoi saranno puntualmente eseguiti” e incalzò per avere carabine di precisione (svizzere) e l’occorente per battersi. Lo fece col brillante aiuto dell’ufficiale di artiglieria Orazio Dogliotti, nizzardo e massone come lui, Medaglia d’Oro al Valor Militare per la conquista del forte d’Ampola e nella vittoriosa battaglia di Bezzecca (20-21 luglio).

Garibaldi non fu solo il Volontario all’Ordine, sintetizzato nel celebre “Obbedisco” del 9 agosto 1866, che dà titolo alla succosa biografia scrittane da Aldo G. Ricci. Tese la mano al repubblicano Giuseppe Mazzini, ma il 29 agosto gli scrisse chiaro e tondo:“Io non intendo sostituire alla Monarchia la Repubblica”; né “promuovere un’insurrezione”. Quella guerra all’Italia fruttò Venezia, senza la quale sarebbero state impensabili Trento e Trieste, irredente sino al 1918. Essa segnò l’esordio della Nuova Italia nel “concerto europeo”, il trionfo della Prussia e la trasformazione dell’Impero d’Austria nella duplice monarchia austro-ungarica.

Deposte le armi, Garibaldi tornò a Caprera, a pescare murene, gronchi, triglie, lovazzi, cefali, arcelle, patelle, nacchere e soprattutto aragoste. Da Bergamo, il 7 giugno, aveva raccomandato alla figlia Teresita: “Ricordati di far innafiar tutte le piante piccole, gli aranci una volta la settimana…”: condottiero e pius agricola, come si fece classificare in Parlamento. Era il modello dell’Italia in cammino, che solo nel 1867 sedette per la prima volta nella Comunità degli Stati sovrani, grazie al prestigio di Vittorio Emanuele II, garante della pace, e all’abilità di Isacco Artom, l’ebreo che Camillo Cavour volle segretario particolare, accanto a Costantino Nigra.

Aldo A. Mola

 

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