Aimone, il principe emigrante

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aimone_firenze_1946

 

A cura di N.H. Ezequiel Toti

Ci sono delle figure come Carl G. Jung, Sir Christopher Lee e persino Albert Einstein (col suo gesto di tirare fuori la lingua), che ci dimostrano come, si può essere uno dei grandi nel proprio ambito ed essere al contempo una persona semplice che sa spronare negli altri la capacità di ridere, una sorta di bonum diffusivum sui, che era come la pensava Ella Wheeler Wilcox quando disse: “Laugh, and the world laughs with you; Weep, and you weep alone” (Ridi e il mondo riderà con te; piangi e piangerai da solo).

Sorridente, semplice e gentile arrivaba in Argentina l’8 dicembre 1947 il principe Aimone di Savoia sotto il nome di Roberto della Cisterna. Lasciando dietro le sventure della Casa Reale italiana in seguito al più che dubbioso referendum dell’anno precedente, pensava di magari riuscire alla ricostruzione della propria vita e di quelle dei di lui cari tramite alcune imprese agricole in un paese come quello nostro, che gli ispirava fiducia e gli offriva tranquillità. Aimone, principe del sangue e duca di Spoleto, fu un degno rappresentante del suo millenario casato: era austero, avventuriere e affascinante, seppe percorrere il mondo come ufficiale della marina italiana son sincera brama di servire la Patria ed il Re, ma senza trascurare quell’aspetto ludico che caratterizza quelli che hanno capito che cos’è davvero vivere. Di lui si racconta, per esempio, che quando beveva dello scotch, per dire “basta” semplicemente faceva l’ochietto. Scherzava con gli amici e in particolare col suo luogotenente il commandante Sicherie. Atletico, ballerino e gioccherellone, conquistava col suo magnetismo tutti quanti, specie i begli esponenti del gentil sesso. Il principe sicuramente aveva capito dall’accaduto a suo nonno re Amedeo I di Spagna, che talora il popolo non è predisposto ad essere ben governato e che l’ingratitudine è costante nella Storia dell’Umanità. Nondimeno, nel 1941 accettò il trono della Croazia come re Tomislavo II (avendo rifiutato il nome di Zvonimiro II, che gli fu proposto ma che assolutamente non gli piaceva). Aimone, creò nel suo studio di Firenze un “ufficio per gli affari croati” allo scopo di conoscere il paese sul quale avrebbe dovuto regnare e sul quale non mise mai piede. Le notizie pervenutegli da più fonti, mostravano la situazione della Croazia come spaventosa sotto il regime degli ustascia di Ante Pavelić. Nell’accorgersi di essere stato una marionetta di quest’ultimo e una piedina nel gioco strategico del totalitarismo, il re, che non soltanto non cinse la sua fantomatica corona ma neanche mise mai piede in Croazia, presentò la sua abdicazione al titolo il 12 ottobre 1943. Al nazismo dovette la reclusione, su ordine personale di Himmler, della moglie Irene di Grecia e del figlio unico Amedeo (attuale titolare legittimo dei diritti dinastici di Casa Savoia al Regno d’Italia), insieme alla cognata Anna di Orleans e le sue bambine Margherite e Maria Cristina d’Aosta nel campo d’internamento d’Hirschegg (nell’Austria), fatto che, unito alla terribile sorte toccata alla cugina Mafalda d’Italia, langravia titolare d’Assia-Kassel, senza dubbio marcò di seguito la sua esistenza, mostrandogli com’è fugace e fragile la vita e come non va vissuta con l’edonismo come unico orizzonte o come una semplice controparte a tanti obblighi.

Quelli che lo frequentarono durante il suo soggiorno in Argentina dicono che Aimone si caratterizzava per la sua cordialità e apertura, accoglieva lo stesso monarchici e repubblicani, fascisti e antifascisti, peronisti e antiperonisti (difatti, rendette visita al generale Juan Domingo Perón)… ma l’aspetto che più risaltano è la sua vena scherzosa. Il “principe emigrante” fece suo l’esempio del fratello Amedeo, il “Duca di Ferro”, il quale, da giovane, prima di diventare duca d’Aosta, volle partire da zero e se ne andò in Africa per lavorare come operaio in un opificio (di cui non tardò ad essere il direttore) e per lottare in Etiopia da semplice soldato, dormendo su una brandina e condividendo il rancio dei commilitoni senz’alcun privilegio fino ad arrivare a ufficiale per i propri meriti di guerra, atteggiamento tipico di quelli che sanno dare esempio prendendo la via più difficultosa, non per vanità ma perchè vogliono dimostrare agli altri che “volere è potere”. Anche l’esempio del padre, il duca Emanuele Filiberto d’Aosta (un altro eroe di guerra), ebbe forse il suo influsso su di Aimone. Dopo avere svolto i suoi compiti militari successivamente come ammiraglio della Regia Marina, commandante della base navale di Taranto e ammiraglio di Squadra, e malgrado la sua destituzione nei primi mesi del 1945, il duca Aimone d’Aosta diventò un leader simbolico nel suo periodo come emigrante e fu seguìto devotamente da una corte di amici tra i quali il fedelissimo commandante Sicherie e sua moglie, il generale Maurizio Marsengo (sposato con la ricca erede argentina Sara Wilkinson), il conte Lanfranco di Campello (il cui figlio Paolo dovrebbe sposare un’altra erede argentina: Isabel Duggan) e l’ammiraglio Franco Garofalo, aiutante di campo di re Umberto II. Fu nella villa di José A. Dodero, 90 kilometri al sud di Buenos Aires, dove Aimone d’Aosta ebbe un malore dopo nuotare, il che lo fece tornare nella capitale per i controlli e le cure necessari, dopodicchè s’istallò per la sua convalescenza nell’Hotel Lancaster, proprietà di suo amico il conte Sergei Platonovich Zubov.

Il 29 gennaio 1948, dopo i classici e polemici dibattiti che sono soliti svolgersi ogniqualvolta muore un royal, si constatò il deceso del Duca per arresto cardiaco, scoprendosi al contempo che pativa anche di tubercolosi. I testimoni delle di lui ultime ore affermarono che morì col sembiante sorridente, faccendo l’occhiolino all’amico Garofalo a proposito delle infermiere che lo accudivano.  La sua salma venne deposta nel mausoleo dei Cobo Campello nel cimitero della Recoleta per poi essere tumulati nella Chiesa Mater Misericordiæ, anche nota come la “Chiesa degl’Italiani”, fatto probabilmente ignorato da tanti argentini che, portati dalla curiosità su visitatori illustri, vorrebbero invece conoscere. Aimone di Savoia-Aosta, principe seducente, uomo di mondo, rico avventuriere che scelse, fra tutte le grandi città, Buenos Aires come dimora, dopo venire esiliato dalla patria itala, sarà sempre ricordato da me come esempio di quel “uomo saggio” di cui parla Romano Guardini nelle sua opera, quel che diventa consapevole della transitorietà della vita e la vede dunque come responsabilità ma anche come qualcosa di più di se stessa. Con le debite distanze fra principi e nobili minori,  non posso evitare parlare dei paragoni tra il mio casato e la Casa Reale di Savoia (alla quale i miei servirono fedelmente nelle tre Guerre d’Indipendenza Italiana): lo stesso approccio lùdico alla vita, lo stesso senso della responsabilità e dell’onestà (flessibilità e indulgenza nella rettitudine) e la stessa propensione ad essere donnaioli e alquanto laicisti. Si può essere consapevoli della propria missione nella vita ma si può anche essere meno rigido e cogliere il giorno, il che sarebbe di vantaggio non soltanto a noi ma sopratutto ai nostri posteri, nel rompere un karma familiare, un modello struturatto che molti imparano soltanto nella vecchiaia con tutta la sagezza che ciò comporta.

Traduzione: Rodolfo Vargas Rubio

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