Amedeo VII, Duca pacifico, Papa felice, sei secoli di uno stato anfibio

“Servire Deo regnare est”. Si regna per servire Dio. Fu il motto di Amedeo VIII di Savoia, il Pacifico (Ginevra, 1383-1451). Suo nonno, Amedeo VI, il conte Verde, nel 1365  aveva ottenuto l’ambìto titolo di vicario del sacro romano imperatore. Il 9 febbraio 1416  Amedeo VIIl coronò il grande sogno della Casa: la corona di duca, conferitagli da Sigismondo di Lussemburgo a Chambéry e calcata dai Savoia sino a quando, nel 1713, Vittorio Amedeo II ottenne quella di re di Sicilia (lo ricorda una  lapide nella chiesa abbaziale di Staffarda), poi mutata in quella di re di Sardegna.

Suo padre, Amedeo VII, il conte Rosso, compì il grande balzo: nel 1388 ottenne la dedizione di Nizza Marittima. Lo Stato sabaudo – una complessa architettura di poteri – divenne anfibio: dalla Savoia al Piemonte, da Cuneo (Caput Pedemontis) alla Costa Azzurra e quindi a forte vocazione marinara, com’era giusto per una dinastia che aveva partecipato alle crociate e rivendicò sempre i titoli di re di Cipro, Gerusalemme e Armenia, che ne intestarono gli atti della Casa inclusi i diplomi di laurea rilasciati in nome del regnante Vittorio Emanuele III, imperatore d’Etiopia e re di Albania.

Orfano di padre a otto anni, lontano dalla madre, risposata con Bernardo di Armagnac, Amedeo VIII crebbe taciturno, prudente, tenace. Circondato da fedelissimi, anno dopo anno ampliò i domini: conquiste, acquisti, dedizioni. Mentre la Francia era dilaniata dalla guerra civile e l’Italia era sconvolta dalle contese tra Signorie e repubbliche marinare (i Visconti a Milano, Venezia, Genova…), lo Stato sabaudo offriva pace e prosperità. Trasferito l’esercizio del potere ducale al figlio, Ludovico, in veste di Luogotenente (15 agosto 1434), e ritiratosi nell’eremo di Ripaille il duca si inserì abilmente nella contesa tra i fautori del primato del Concilio e quelli della supremazia del Vicario di Cristo. Dopo decenni di dispute, la chiesa si trovò con ben tre papi. Radunato a Basilea, nel 1439 il Concilio li dichiarò tutti decaduti ed elesse pontefice Amedeo VIII, che prese nome di Felice V. Secondo il licenzioso umanista Enea Silvio Piccolomini (poi papa Pio II) a Ripaglia si consumavano banchetti fastosi, né mancavano cortigiane. Ci ricamò anche il  malizioso ma non sempre documentato Voltaire. Fondatore dell’austero Ordine di San Maurizio, anziché contrapporsi muro contro muro al pontefice romano, Amedeo VIII, duca-papa (“buono, ma non santo” secondo lo storico Luigi Cibrario), nel 1449 riconobbe il pontefice romano, Niccolò V (fine diplomatico  e mecenate, ma distratto rispetto al dramma di Costantinopoli espugnata con metodi efferati da Maometto nel 1453). Depose la tiara e si vide confermare benefici e privilegi, inclusa la nomina dei vescovi, riservata ai Savoia sino a Carlo Emanuele III, re di Sardegna. Unito il Vecchio Piemonte ai suoi domini (ne ebbe in beneficio l’Università di Torino, istituita da Ludovico d’Acaja nel 1406), nel 1430 Amedeo VIII promulgò gli “Statuta”, primo codice di leggi e regolamenti generali degli Stati sabaudi, avviati alla modernità. Fu il primo a conferire all’erede alla corona il titolo di principe di Piemonte, oggi in capo a Umberto di Savoia, figlio di Aimone, duca d’Aosta e delle Puglie. Amedeo VIII riposa a Torino, nella Cappella della Sacra Sindone.

La costituzione del Ducato di Savoia verrà solennemente ricordata (*) perché fu la premessa per le fortune successive di una dinastia la cui riscossa iniziò quando Emanuele Filiberto, capitano di Filippo II di Spagna vittorioso sui francesi a San Quintino, sbarcò a Nizza e da lì iniziò la riconquista dei domini aviti. Avrebbe puntato volentieri su Genova. Ma sulla Costa Azzurra e sul Ponente Ligure per secoli i Savoia dovettettero accontentarsi di Nizza (ripresa ai Turchi, ai quali la Francia aveva strizzato l’occhiolino in odio agli Asburgo), di Mentone e di Oneglia. Asse delle comunicazoni era la via da Torino a Cuneo, Tenda, la Costa Azzurra…: oggi negletta per insipienza, a tutto danno di Piemonte e Liguria.

Aldo A. Mola

(*) Per informazoni: info@studipiemontesi.it

 

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