“Anaciclosi”: come si blocca il ciclo degenerativo della politica? Parte prima

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anaciclosi

 

Interessante saggio del nostro socio e membro di redazione Merico Cavallaro

“Anaciclosi” (ἀνακύκλωσις) è termine che indica una teoria di evoluzione ciclica dei regimi politici che si deteriorano e a loro volta vengono sostituiti da altri regimi in un ciclo continuo. Platone si fermò molto a riflettere su questo problema politico, tipico del VI e V secolo a.C., di cui già Erodoto aveva scritto. L’anaciclosi considera che dal deterioramento di regimi politici retti (tra i quali la monarchia, l’aristocrazia e la democrazia) derivino regimi deviati e corrotti (rispettivamente la tirannide, l’oligarchia e l’oclocrazia). L’anaciclosi, tuttavia, nasce dalla constatazione di quelle mutazioni di cui sopra che avvennero in maniera frequente e non senza violenza.

La prosperità che aveva raggiunto l’economia ellenica in generale con l’espansione coloniale generò sostanziali modifiche sociali tra la popolazione con la nascita di nuove esigenze e l’emersione di nuove aspirazioni ad essa collegate. Nella corsa all’espansione industriale e commerciale che era dietro al fenomeno economico partecipavano tutta una massa di persone intraprendenti, non solo nobili ma tanto spesso elementi popolari che divennero i nuovi ricchi, grandi imprenditori che investirono in beni immobili e nel prestito ad usura, cosa che a sua volta creò uno strato di persone indebitate: i nuovi poveri. La classe dirigente non fu più formata dai nobili, che gestiva lo Stato secondo le norme consuetudinarie, perché ad essa si affiancarono, in quanto indispensabili per l’economia e la sicurezza dello Stato, anche i ricchi. Di qui e nelle tensioni con la popolazione che sfociarono in lotte tra fazioni all’interno delle cittadine.

Si comprese la necessità di dar luogo ad un’attività di ricomposizione politica e sociale di personaggi con funzioni di legislatori, tanto spesso figure a metà tra storia e leggenda, come Zaleuco di Locri, Caronda di Catania, Diocle di Siracusa, Draconte, Solone, Filolao di Tebe, Licurgo, Fidone di Argo, Pittaco di Mitilene. Altrove si ricorse all’opera di moderatori, detti “esimneti” (istituto che Aristotele definiva “tirannide elettiva”1). Tutto ciò però non bastò a garantire pace sociale ed equilibrio politico tanto che fino ad Alessandro Magno l’instabilità politica fu peculiare del mondo ellenico insieme alla cultura. Nella necessità di farsi appoggiare da una parte della popolazione, i tiranni favorivano la soddisfazione delle richieste di questa parte, chiamandola a condividere il potere contro i ricchi, gli oligarchi, facendo succedere al tiranno la democrazia o tanto spesso l’oclocrazia, cioè il potere della massa tumultuosa e violenta.

Dunque, l’anaciclosi nasce dall’abbandono dell’equilibrio politico e culturale della tradizione dell’istituzione e dell’ordine arcaico per il desiderio di emersione economica, politica e sociale di elementi e gruppi che generano e mantengono un continuo stato di agitazione potenzialmente capace in ogni momento di esplodere in rivolta.

Il fenomeno dell’anaciclosi riguardò la maggior parte delle poleis e colonie elleniche ma non toccò una in particolare, Sparta, e questo per il particolare ordinamento e per il forte senso morale fondato ed indistinguibile dalla tradizione civica. Come accade ancora oggi per alcune realtà, come ad esempio per la Svizzera e la Repubblica di San Marino, Sparta non fu mai soggetta a stravolgimenti della costituzione perché seppe contemperare diversi elementi politici e sociali tutti essenziali. Porre una relazione tra Sparta, la Svizzera e la Repubblica di San Marino, tuttavia, deve essere ben contestualizzata perché le differenze sostanziali sono tante, a partire dal fatto che quello di Sparta era uno Stato in perenne assetto di guerra laddove la Svizzera e San Marino si sono sempre (o quasi sempre, nel caso della Svizzera) caratterizzati per una politica di neutralità.

Sparta compenetrò i vari elementi della monarchia (in particolare “diarchia”), dell’aristocrazia e della monarchia. Fondata nel XIII secolo a.C. nella Valle dell’Eurota, dopo lo stanziamento degli Acheo-Dori nel Peloponneso, Lacedemone (altro nome di Sparta) non aveva mura mentre difese naturali erano fornite dalle montagne che la circondavano. Il particolare ordinamento che venne dato alla polis permise ai lacedemoni di tenere il controllo di una popolazione molto numerosa e ostile, ma, anche se l’opera di legislazione di Sparta viene attribuita a Licurgo, la costituzione deve essere ritenuta il frutto di un lavoro maturato nell’arco di un periodo di tempo abbastanza ampio. L’epopea conosce Sparta come una monarchia, storicamente la troviamo come “diarchia”, cioè regno di due re che discendevano dalle famiglie degli Agiadi e degli Europontidi, a loro volta discendenti da Eracle. Essi godevano di privilegi onorifici, avevano funzioni sacerdotali e giudiziarie ma solo per le cause ereditarie e per le adozioni, il diritto di dichiarare guerra e di sancire la pace ma fino al VI secolo a.C. (dopodiché mantennero solo il comando dell’esercito) allorquando vennero posti sotto il controllo degli “efori”. Il popolo era rappresentato nell’“apella”, assemblea degli spartiati al di sopra dei trent’anni, che si riuniva ogni mese e decideva degli affari più importanti nonché dell’elezione dei magistrati e le sue deliberazioni non potevano essere limitate, ristrette o invalidate. L’unico limite era dato dalla libertà dell’iniziativa, perché l’apella deliberava solo su questioni poste dai magistrati. Affianco all’apella  il consiglio degli anziani, “gherusia”, composta da ventotto membri oltre i sessant’anni e dai due diarchi, andò aumentando col tempo la propria importanza. Anche quello degli “efori”, di cui abbiamo accennato sopra, fu un organo che venne accrescendo la propria influenza con il tempo. La sua istituzione risale all’VIII secolo a.C. e precisamente la lista degli efori inizia nel 754. Nominati dal popolo con carica annuale, erano i soli magistrati a svolgere le loro funzioni di governo perennemente e senza interruzione, la loro funzione era quella di sorvegliare (“eforoi” vuol dire “ispettori”, “sorveglianti”) il corretto funzionamento delle istituzioni, del rispetto delle leggi e dei costumi.

L’elemento centrale della Costituzione spartana era lo “spartiata”, il pieno cittadino, non solo di condizione libera ma che avesse adempiuto ai propri obblighi militari e che partecipava contributivamente al mantenimento dello Stato e a una serie di obblighi di vita comune, come i “sissizi”, cioè i pasti in comune, volti a mantenere uno stile di vita cameratesco e una vita economica comune. Della formazione dello spartiata si occupava lo Stato, prendendo i ragazzi dall’età di sette anni dalle famiglie per educarli fino all’età di vent’anni. Ogni spartiata aveva una sufficienza economica data da un lotto (kleros) lavorato da servi (iloti) ma alcuni problemi contingenti, come una prole numerosa, potevano portare a condizioni di restrizione economica, cui si provvedette con politiche di controllo della procreazione ma queste, a sua volta, determinarono un crollo demografico di una popolazione che nel complesso comunque non era numerosa.

Se da una parte il sistema statale spartano era molto articolato per gli uomini dall’altra lasciava le donne senza controllo: le donne a Sparta erano considerate le più libertine dell’Ellade.

 

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1.       Giannelli, G., Trattato di Storia greca, Bologna, 1983, p.122

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