Centenario della Grande Guerra – 28 agosto 2016. Guerra alla Germania. Perché?

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DI ALDO A. MOLA

Cent’anni fa, alle 13.40 del 27 agosto 1916, il ministro degli Esteri del governo italiano, barone Sidney Sonnino, telegrafò agli ambasciatori a Londra (Imperiali), Parigi (Tittoni), Pietrogrado (Carlotti) e Bucarest (Fasciotti) che dall’indomani l’Italia si sarebbe considerata “in stato di guerra con la Germania”: un passo di portata enorme, destinato a creare un solco profondo in Europa. La Grande Guerra era iniziata tra fine luglio e inizio agosto del 1914: gli Imperi tedesco e austro-ungherese da una parte, l’Intesa anglo-franco-russa dall’altra. Il 2 agosto l’Italia si dichiarò neutrale. Per nove mesi negoziò con Vienna per incamerare subito i “compensi” previsti dall’espansione della monarchia asburgica nei Balcani ma, al tempo stesso, trattò sottobanco con l’Intesa per ottenere molto di più a vittoria conseguita su Austria-Ungheria e Germania, ancora suoi alleati. Il 26 aprile 1915 l’Italia sottoscrisse a Londra il Memorandum (solitamente detto “Patto”) che la impegnò a entrare in guerra entro un mese dalla firma contro “tutti i nemici” dell’Intesa. Dopo una burrascosa crisi (13-17 maggio), il governo Salandra-Sonnino ottenne poteri straordinari (20-21) e il 23 dichiarò guerra all’Impero austro-ungarico con effetto dal 24. Il 19 agosto fece altrettanto con quello turco-ottomano e il 19 ottobre con la Bulgaria. Non mosse un dito, invece, contro la Germania. Anzi, l’8 maggio Vittorio Emanuele III ringraziò personalmente il kaiser Guglielmo II del sostegno dato all’Italia nelle trattative con Vienna. Fu chiaro che Roma aveva firmato il Memorandum con una riserva mentale, a lungo comoda a tutti: avrebbe combattuto gli austro-ungarici e “quanti fossero andati in loro aiuto”, mentre, se il conflitto si fosse chiuso entro l’autunno del 1915, come erroneamente credeva il governo italiano, non avrebbe affatto dichiarato guerra alla Germania, che del resto era fuori della sua portata anche sui mai e nelle colonie.

Nel maggio-giugno 1916 gli austriaci dilagarono dal Trentino. Luigi Cadorna, comandante supremo, manovrò con energia e fermò la “spedizione punitiva”, ma il timore fu grande. Salandra venne sfiduciato alla Camera e fu sostituito da Paolo Boselli (Savona, 1838-Roma, 1932), che tenne agli Esteri Sonnino e formò un governo comprendente anche amici di Giovanni Giolitti e cattolici, già fautori della neutralità ma leali verso la Patria. Con audace determinazione, il 6-9 agosto Cadorna ordinò l’offensiva. Gli italiani espugnarono il San Michele e il Sabotino (vi si distinse l’allora colonnello d’artiglieria Pietro Badoglio) ed entrarono in Gorizia. Ma lì si fermarono. Per trasformare il successo in vittoria vera avevano bisogno di più armi e più moderne. Inglesi e francesi erano disposti a prestarne, ma volevano sapere contro chi avrebbero sparato. Londra incalzò minacciosamente Roma a dichiarare guerra alla Germania. Dopo lunghe tergiversazioni il 24 agosto il governo Boselli-Sonnino varcò il Rubicone. Il verbale, sinora inedito, dice: “Udita la relazione del Ministro degli Esteri delibera, in conformità degli impegni assunti con gli alleati, di proporre a Sua Maestà la dichiarazione di guerra alla Germania, e autorizza il Presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri di determinare il momento opportuno per dare seguito alla deliberazione presa”. La decisione non aveva bisogno di speciali motivazioni: era implicita nel memorandum del 26 aprile 1915. Ma la generalità degli italiani non nutriva animosità verso i tedeschi, non solo per la vittoriosa alleanza con la Prussia che nel 1866 aveva fruttato il Veneto, ma anche per le ottime relazioni in tutti i campi: industria, finanza, scienze, tecnologia, commercio, lavoro. Le riviste e i quotidiani dell’epoca traboccavano di pubblicità dei prestigiosi prodotti germanici. In Italia la letteratura e le discipline umanistiche e giuridiche erano largamente debitrici del mondo di Mommsen, Gregorovius e della filosofia di Kant e di Hegel, come i socialisti “scientifici” nostrani lo erano verso Marx ed Engels e i loro emuli.

Il 25 agosto Sonnino mandò al ministro plenipotenziario d’Italia a Berna, Paulucci de’ Caboli, la motivazione della guerra (un elenco di “sgarbi” di modesto rilievo) e lo incaricò di consegnarla quando fosse l’ora al governo federale svizzero affinché lo trasmettesse a quello germanico. Sonnino affermò che l’Austria-Ungheria aveva retto e lanciato l’offensiva di primavera solo grazie all’aiuto militare della Germania, ma non indicò alcun fatto specifico configurabile come “casus belli”. In tre giorni il governo sfornò dunque tre diversi documenti. La guerra alla Germania fu dichiarata nella reiterata illusione che le trattative di pace generale sarebbero iniziate entro il 1916, anche perché lo stesso 28 agosto la Romania scese in lotta a fianco dell’Intesa (ma venne rapidamente travolta dai tedeschi).

Nei mesi subito seguenti l’Intesa non dette alcun aiuto significativo all’Italia e continuò a tenerla all’oscuro dei suoi progetti di spartizione dell’impero turco-ottomano, alle cui spoglie l’Italia riteneva di aver diritto. Sonnino non nascose delusione e irritazione e fu sul punto di dimettersi. Il “gran passo” rischiava di tramutarsi in “mal passo”.

Come aveva previsto Giacomo Rattazzi in una lettera a Giolitti dell’aprile 1915: “il nostro tradimento accrescerà – se possibile – la saldezza morale della Germania: essa si sentirà come santificata dal martirio e vibrerà, ancor più unanime, dal desiderio di combattere e di vincere! E se un esercito tedesco entrerà nell’Alta Italia, si può star certi che non vi lascerà in piedi né un opificio, né un molino, né una fattoria…”. Fu quanto accadde con l’avanzata da Caporetto al Piave (24 ottobre-9 novembre 1917): vittoria ottenuta dagli austro-tedeschi grazie ai corpi scelti germanici, come documenta Paolo Gaspari nell’eccellente saggio Rommel a Caporetto (valido candidato al Premio Acqui Storia 2016).

La Grande Guerra non si risolse con la dichiarazione dell’agosto 1916: durò altri 24 mesi. La Germania si arrese l’11 novembre 1918 a confini inviolati. Vi si diffuse la convinzione che la sconfitta fosse dovuta a un “complotto” e ne vennero additati i colpevoli: capitalisti, ebrei, massoni, popoli “latini”… Fu il “brodo di cultura” del nazionalsocialismo (come si legge nel Mein Kampf di Hitler) e di alcuni paranoici italiani, assecondati da Benito Mussolini nella pausa armata della nuova Guerra dei Trent’anni (1914-1945).

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