Dall’utopia alla realtà la triste storia della società delle nazioni

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DI ALDO A. MOLA

Il 1917 non fu bisestile. Eppure risultò catastrofico. Del resto non furono bisestili né il 1914, quando scoppiò la Grande Guerra, né il 1939, inizio del secondo conflitto mondiale. Le sciagure vengono come lo Spirito del Vangelo di Giovanni, che soffia dove vuole e reca felicità o devastazioni spaventose, perché (ci ricorda Giobbe) Satana siede tra i “figli” dell’Onnipotente. Il 1917 si aprì con la rivoluzione che abbatté lo zar di Russia (marzo), poi massacrato dai bolscevichi di Lenin con tutta la famiglia a Ekaterinburg, il cui nome evocava il legame tra la Russia moderna e l’Europa di Caterina la Grande (perciò poi  Stalin lo cambiò in Sverdlovsk). Continuò con l’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America (6 aprile). L’Aquila americana ai più avveduti apparve subito corvo rapace, pronto a banchettare con le spoglie della Vecchia Europa, suicida per stupidità della sua dirigenza politico-militare.

Nel 1917 albeggiò anche la Società delle Nazioni. La pace universale perpetua è l’utopia ricorrentemente ventilata da chi s’illude d’imbalsamare la storia: un sogno schernito come bubbola fanciullesca da Benedetto Croce. Il pacifismo fu riproposto nel Congresso di Parigi delle massonerie dei Paesi dell’Intesa e neutrali. Doveva iniziare il 24 giugno, festa di San Giovanni, patrono dell’Ordine e bicentenario della nascita della Gran Loggia di Londra; si aprì invece quattro giorni più tardi, per ricordare l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo a Sarajevo: scintilla del grande massacro in corso da tre anni. Ostentatamente assente, la Gran Loggia Unita d’Inghilterra non mandò neppure un messaggio di saluto. L’Italia vi partecipò con il gran maestro in carica, Ettore Ferrari, e il suo predecessore, Ernesto Nathan (che ci andò in divisa di colonnello della Sanità) e i maggiorenti dell’Ordine, come Alberto Beneduce, futuro presidente dell’IRI.

Il Congresso ebbe due obiettivi: definire gli scopi della guerra e fondare la pace su basi permanenti. Tra gli obiettivi esso indicò la ricostituzione della Polonia, spartita nel Settecento tra Russia, Prussia e Austria, e della Boemia (sommersa con la battaglia della Montagna Bianca tre secoli prima) e la restituzione alla Francia dell’Alsazia e della Lorena, annesse dalla Germania nel 1871. Le altre rettifiche di frontiera nelle zone mistilingue sarebbero state sottoposte a referendum ai loro abitanti. L’Europa dell’epoca era un caleidoscopio di etnie e di lingue molto più dell’odierna. Se n’era accorta persino l’Accademia delle Scienze di Stoccolma che nel 1904 conferì il Nobel per la letteratura a Frédéric Mistral, autore del celebre Mireio, capolavoro del provenzale. Le decisioni del Congresso massonico di Parigi prospettarono un disastro per l’Italia, che era entrata in guerra per ottenere non solo i confini etnografici e linguistici e quelli “naturali” ma anche ampi spazi nell’Adriatico e altro ancora: un impero. Sottoporre a plebiscito l’annessione di terre a maggioranza etnica e linguistica germanica, corata o slovena voleva dire perderle agli occhi del mondo.

Nata nel febbraio-aprile 1919 su impulso del Congresso di Parigi, la Società delle Nazioni andò oltre le delibere del Congresso massonico di Parigi. Risultò un ibrido tra quelle utopie Quattordici punti enunciati l’8 gennaio 1918 dal presidente degli Stati Uniti d’America, Woodrow Wilson: autodeterminazione dei popoli, libertà sui mari e conferma della “dottrina Monroe” (“l’America agli Americani”). In sintesi, prefigurò l’azzeramento dell’Europa disegnata a fatica dal Congresso di Vienna del 1815 e sopravvissuta per un secolo fra strattoni vari. Svicolando tra mille insidie e insinuandosi con gioco di sponda tra le rivalità delle maggiori potenze, l’Italia aveva conquistato la quasi completa unità nazionale. Con la Società delle Nazioni, tuttavia, essa si vide tarpare il volo.

Il “Programma” del Congresso di Parigi suscitò polemiche asperrime. Il 1° agosto 1917 papa Benedetto XV bollò la guerra come “inutile strage”. Il governo reggeva sul consenso anche di parlamentari originariamente neutralisti. Molti si domandavano se davvero fosse valsa la pena entrare in guerra. La distanza tra il Comandante Supremo, Luigi Cadorna, e il governo divenne abissale. Il Generale chiese per scritto quattro volte al presidente Boselli di garantire le spalle all’Esercito. Non ebbe risposta. Dopo Parigi, il Grande Oriente d’Italia, che nel 1914 aveva assunto l’avanguardia dell’interventismo per coronare il Risorgimento, finì sul banco degli imputati: chi gli rimproverava di aver sottovalutato le ripercussioni della guerra sulla democrazia, chi l’accusava di aver rinnegato al Congresso di Parigi le speranze d’Italia. Il loro raggiungimento era ormai indispensabile per giustificare i sacrifici sopportati. Lo fu ancor più dopo Caporetto e l’arretramento del fronte dall’Isonzo al Piave.

Travolto dalle polemiche, Ferrari fu costretto a dimettersi. Il suo probabile successore, Achille Ballori, molto più cauto, venne assassinato (da un pazzo, si disse: ma il “caso” lascia perplessi). Al suo posto fu eletto Ernesto Nathan, già gran maestro tra il 1896 e il 1903, sindaco di Roma dal 1907 al 1913, a volte esageratamente polemico nei confronti non solo del Sacro Soglio, che molti Stati ancora consideravano sovrano, ma anche della Chiesa cattolica in generale. François Fejtö, storico rigoroso e mai tentato da dietrologie, vide in tutto quel processo la “repubblicanizzazione dell’Europa” perseguita dal Grande Oriente di Francia.

La Società delle Nazioni si definì associazione di Stati, confondendo “governi” e “popoli”. Perciò ad alcuni statisti e studiosi lungimiranti essa non parve affatto cosa buona e giusta. L’abolizione della diplomazia segreta (che è altra cosa dal segreto diplomatico) era stata formalmente proposta da Giovanni Giolitti sin dall’agosto 1917, tutt’uno con il trasferimento della proclamazione della guerra dal re al Parlamento, visto che a pagarne il prezzo sono i cittadini. Wilson ci arrivò solo sei mesi dopo. Furono poi Luigi Einaudi, Giovanni Agnelli e Attilio Cabiati a contrapporre all’utopistica Società delle Nazioni una molto più probabile e sicuramente più costruttiva federazione europea. Elaborato tra il febbraio e l’aprile del 1919, il Patto della SdN fece da preambolo a tutti i Trattati di pace imposti dai vincitori ai vinti: Versailles, Saint-Germain, Neuilly, Trianon, Sèvres. Fu il sudario nel quale venne avvolta la salma della Vecchia Europa. Dalla sua putrefazione nacquero il revisionismo italiano (per la nuova demarcazione dei confini con l’Austria, da un canto, e con l’artificioso Regno serbo-croato-sloveno, dall’altro) e il nazionalsocialismo in Germania.

Formata inizialmente da 41 Stati membri (cinque permanenti, dieci aggiunti e un segretariato generale: Eric Drummond prima, Joseph Avenol dopo, nessuno celeberrimo), la SdN fu subito ignorata dagli Stati Uniti che inizialmente l’avevano propugnata ma non ne fecero mai parte. Nel 1926 accolse la Germania, che nel 1934 sbatté la porta, come Giappone Messico, Spagna, Brasile… Si ridusse a un cenacolo a trazione anglo-francese, specchio patente della doppiezza della diplomazia e dell’impotenza dei propositi pacifistici dinnanzi al riarmo unilaterale e all’avvento di dittature sanguinose e liberticide (non solo in URSS e Germania, ma anche in Cina e Giappone). Lo documenta il Mandato alla Gran Bretagna per la Palestina (2 luglio 1922), che conteneva in nuce la perpetua minorità degli ebrei, ora manifestata dal clamoroso disconoscimento del Muro del Pianto quale “monumento” del Popolo di Israele (il governo italiano vi ha dato un saggio della sua cronica afasia quanto si tratta di assumere posizioni coraggiose o almeno leali).

Un garbato profilo della Società delle Nazioni venne scritto dal rappresentante italiano a Ginevra, Giacomo Paulucci de Calboli Barone, massone (la sua biografia, opera di Giovanni Tassani e pubblicata da Le Lettere, vinse meritoriamente il Premio Acqui Storia), proprio alla vigilia della crisi del 1935, quando la SdN decretò le sanzioni economiche contro l’Italia, scesa in guerra contro l’Etiopia, suo membro. Ma qual era l’ormai incolmabile differenza tra lo spirito del 1917-1919 e quello di metà Anni Trenta? Le organizzazioni massoniche, un tempo all’origine del pacifismo dinamico e del sogno di dar veste giuridica sovranazionale e certezza istituzionale agli ideali di fratellanza tra i popoli, erano state messe fuori legge nella maggior parte degli Stati europei, a cominciare da Russia, Italia, Germania, Ungheria, ed erano detestate dalla Città del Vaticano, che al divieto di organizzare logge sul suo non vastissimo territorio aggiungeva la scomunica. L’Associazione Massonica Internazionale, sorta in Svizzera come aspirante interfaccia della SdN, era a sua volta ridotta a un fantasma. Vent’anni dopo, i nobili propositi ventilati al Congresso di Parigi del 1917 erano ridotti a ordini del giorno e proclami, destinati a cadere nel vuoto, come ora accade a quelli dell’ONU. La storia non fa sconti. (*)

 

(*) Del tema si parlerà alla Conferenza internazionale “La guerra di Cadorna” organizzata dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito e dall’Università di Trieste (Trieste-Gorizia, 2-4 novembre 2016).

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