Due secoli di Argentina. I liguri che fecero l’America latina

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DI ALDO A. MOLA

Furono liguri come Cristoforo Colombo a scoprire l’America. Liguri a costruirvi la modernità. Connazionali a popolare Paesi come l’Argentina, che per metà è di origine italiana. In Un principe mercante. Studio sull’espansione coloniale italiana, pubblicato nel 1900 ma scrittoperl’EsposizionediTorinodel 1898, il ventiquattrenne Luigi Einaudi (1874-1961) avvertì: “Noi stiamo dimostrando al mondo che l’Italia è capace di creare un tipo di colonizzazione più perfetto e evoluto del tipo anglosassone”. Quattro anni dopo la sconfitta di Adua, ove i militari di Oreste Baratieri furono travolti dalle orde etiopiche di Menelik, il giovane economista additò il modello italiano: non conquiste militari, né la rincorsa affannata dei migranti stagionali, vaganti da un capo all’altro dell’Europa e quindi precari, ma l’esempio dell’imprenditore Enrico Dell’Acqua in Argentina. “Malgrado la incuria e la indifferenza del governo italiano – egli scrisse –, malgrado il malvolere di alcuni suoi rappresentanti diplomatici, si è a poco a poco costituita nell’Argentina una forte e vigorosa collettività italiana. Quando nel ventesimo secolo i governanti d’Italia si accorgeranno che nell’Argentina vivrà una repubblica popolata da italiani, dove i discendenti degli italiani occuperanno le più alte cariche pubbliche e private, riconosceranno di trovarsi dinanzi ad un nuovo fenomeno storico creato dalla iniziativa intraprendente e dalle tenace laboriosità di quei poveri Paria che adesso aspettano laceri e trepidanti la partenza del piroscafo sulle calate del porto di Genova ed a cui gli attuali governanti non hanno ancora saputo offrire il meschino aiuto di un temporaneo ricovero dalle intemperie atmosferiche e dagli artigli dei sensali di carne umana…”

Al netto dell’elevata mortalità infantile e delle vittime di pandemie, di malattie (non solo professionali) e di incidenti sul lavoro, la popolazione residente in Italia crebbe rapidamente senza bisogno di campagne a sostegno dell’incremento demografico: 28.500.000 nel 1881, 32.500.000 nel 1901, 34.600.00 nel 1911. Eppure proprio quello fu il tempo dell’emigrazione permanente per lavoro (o “per fame”, come si diceva senza perifrasi). Tra i due Paesi europei che fornivano “la merce umana più comune, il bracciante, lo sterratore, il contadino”, mentre la Russia aveva sfogo in Siberia, l’Italia “esportava” contadini e coloni nell’America meridionale, manovali e rivenditori negli Stati Uniti. Ma in pochi anni, parsimoniosi e tenaci, dalle umili condizioni originarie gli emigrati italiani divenivano “piccoli proprietari, e poi ancora industriali, architetti, armatori navali, colonizzatori di immensi territori, piantatori di viti, di caffè, commercianti, banchieri ecc.”. Era il caso, appunto di Dell’Acqua, elevato da Einaudi a emblema della capacità degli italiani. Gli imperialisti sostenevano che “il commercio segue la bandiera”: prima le conquiste militari, poi gli affari. Per Einaudi bisognava invece puntare sull’espansione pacifica, “naturale”, sul primato del libero scambio. Da poco il governo italiano aveva avuto ministro della Marina e degli Esteri Felice Napoleone Canevaro, nato a Lima di Perù, da una famiglia originaria di Zoagli, dal 1852 allievo della Regia Scuola di Marina di Genova.

Le condizioni dei migranti oltre Atlantico non erano certo rose e fiori, come scrisse il giornalista Ferruccio Macola in inchieste di successo, ma una quota significativa delle prime generazioni aveva già raggiunto il vertice del potere. Fu il caso di Manuel Belgrano. Suo padre, Domenico Belgrano Peri (ispanizzato in “y Pérez” ), commerciante nativo di Oneglia, giunse a Buenos Aires nel 1754 e fece tanta fortuna da mandare i figli Francisco e Manuel a studiare in Spagna. Con speciale dispensa pontificia, Manuel lesse anche testi inclusi nell’Index librorum prohibitorum. Tra Salamanca e Valladolid assorbì il liberalismo moderato italo-spagnolo (vi contrasse anche la sifilide). Segretario perpetuo del Consolato di commercio di Buenos Aires da quando aveva 24 anni, fu protagonista della grande “rivoluzione” che emancipò l’intera America Latina dal dominio di Spagna e Portogallo, senza però cadere nelle grinfie degli inglesi che nel 1806 soggiogarono Buenos Aires, suscitandovi l’insorgenza di creoli e ispanici. Favorevole all’insediamento quale regina della futura Argentina di Carlotta Gioacchina di Borbone, sorella di Ferdinando VII, deposto da Napoleone da re di Spagna, con il cugino Juan José (de) Castelli e il giureconsulto Mariano Moreno, Belgrano fu difensore strenuo della sua patria. Fu lui nel 1812 a ideare i colori nazionali della bandiera argentina: bianco e azzurro, con il motto “Libertà e Indipendenza”. Uso a “cruzar el charco” [attraversare l’Oceano Atlantico, NdA], da buon marinaio liguro-creolo, malgrado la serqua di malanni che lo affliggeva, dopo varie imprese militari e viaggi per e dall’Europa (come facevano Simón Bolívar e altri campioni della rivoluzione dell’America Latina, dal Messico di Iturbide alla Terra del Fuoco) il 9 luglio 1816 Belgrano fu protagonista del Congresso che a Tucumán proclamò l’indipendenza delle “Province Unite del Rio de la Plata”, come ricorda Federica Morelli in L’indipendenza dell’America spagnola (Le Monnier, valido candidato al Premio Acqui Storia 2016).

Fautore di una monarchia da affidare a un nobile Inca, anche quale lungimirante rito riparatore per lo sterminio e l’emarginazione degli indigeni da parte dei conquistatori, Belgrano non ottenne il favore di Buenos Aires, che temeva  di passare in secondo piano rispetto al Perù. Nel 1819 assunse ancora una volta il comando dell’esercito argentino con una missione impossibile: attraversare la Cordigliera, catturare la flotta del Cile e attaccare il Perù dal mare. Sempre più affaticato e malato morì a soli 50 anni. Spesso spacciato per massone (o membro di una loggia “lautarina”, come Miranda e San Martin), fu sepolto con l’abito dell’ordine domenicano. Più ligure che creolo, propugnò l’educazione popolare gratuita per combattere il culto del lavoro e la pigrizia mentale, maschile e femminile.

Nella cornice dell’amicizia italo-argentina, nel 1925 la sua biblioteca (1112 opere preziose) venne donata all’Università di Genova, la città che gli eresse un monumento equestre (opera di Arnaldo Zocchi, mentre il mausoleo di Buenos Aires è del garibaldino e massone Ettore Ximenes), per ribadire quei legami tra le due Terre che forse per ora non sono stati abbastanza evocati nel bicentenario dell’indipendenza dell’Argentina. Eppure va ricordato che all’epoca della guerra anglo-argentina per le Falkland, o Malvinas, molti cuori italiani batterono per Buenos Aires, per la popolazione (non certo per la sciagurata dittatura militare di Videla), e quando gli inglesi affondarono l’incrociatore “Belgrano” con tutti gli uomini che aveva a bordo, tanti mestamente cantarono: “Non piangere Argentina…”.

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