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AMEDEO DI SAVOIA AOSTA, SPESSORE MORALE DI UN UOMO CHE È RIMASTO NELLA STORIA

L’Eroe dell’Amba Alagi riposa in Kenya, nel sacrario militare di Nyeri, insieme a 676 dei suoi soldati

Ha un nome lungo quasi come la sua fama di eroe: volendolo citare per intero occorre dire Amedeo Umberto Lorenzo Marco Isabella Luigi Filippo Maria Giuseppe Giovanni Adriano Francesco Manuel, ma per tutti è Amedeo di Savoia – Aosta, noto anche come Duca di Ferro o come Eroe dell’Amba Alagi.

Nato a Torino il 21 ottobre 1898, è figlio di Emanuele Filiberto, secondo duca d’Aosta e della duchessa Elena di Borbone – Orléans. Il suo atteggiamento nei confronti del suo stesso “status”, per il quale in collegio l’etichetta dice che i suoi compagni debbano rivolgersi a lui con l’appellativo di “Altezza Reale”, è ostile: chiede ai suoi coetanei di dargli del “tu” e di omettere l’appellativo di “Altezza Reale”. Quando si arruola volontario nella Grande Guerra ha solo 16 anni: è un soldato semplice del Reggimento artiglieria a cavallo Boloire, un soldato tra i soldati, così come suo padre vuole: “Nessun privilegio” è ciò che ordina al generale Petitti di Roreto. E infatti il giovanissimo Amedeo viene incaricato come servente di artiglieria sul Carso. È solo grazie ai suoi meriti e al suo eroismo che si guadagna il grado di tenente.

Amedeo di Savoia, insomma, è un giovane come tanti, e come tale si comporta nel corso di tutta la sua vita: in più rispetto a tanti, però, ha un grande senso dell’onore e del coraggio. Dopo la guerra segue lo zio Luigi Amedeo, duca degli Abruzzi, in Somalia: in breve laggiù saranno creati una ferrovia ed un villaggio, il “Villaggio Duca degli Abruzzi”.

Dopo i suoi studi in Inghilterra, all’Eton College e alla Oxford University, parte per il Congo Belga, pare a causa di una battuta – in fondo del tutto innocente – riguardante i sovrani italiani, Vittorio Emanuele e consorte: è il 1921, Amedeo ha solo 23 anni. Durante questa specie di esilio, il giovane si fa assumere, utilizzando un nome falso, come operaio in una fabbrica di sapone, per tornare in Italia solo nel 1925, dove consegue la licenza di pilota militare. Torna dunque in Africa, e si guadagna una medaglia d’argento per le sue azioni di volo sulla Cirenaica. Si laurea poi in giurisprudenza, con una tesi di laurea riguardante i rapporti giuridici fra gli Stati moderni e le popolazioni indigene nelle colonie. In questo lavoro emergono i principi ispiratori della sua azione: il miglioramento delle condizioni di vita dei popoli colonizzati. Nel tempo comanda il 4° Stormo Caccia di Gorizia, poi la Brigata Aerea, infine la Divisione Aerea “Aquila”.

La sua richiesta di andare al fronte quando scoppia la Guerra d’Etiopia viene respinta dal re per ragioni legate all’eredità al trono. Dal suo matrimonio con Anna d’Orléans, celebrato nel 1927, nascono due figlie: Margherita e Maria Cristina. Nel 1936, Amedeo è viceré d’Etiopia e poi, nel ’37, governatore generale dell’Africa Orientale Italiana.

Nel 1941 l’avanzata britannica in Africa lo costringe ad una serrata resistenza sull’Amba Alagi, insieme ai suoi settemila uomini, che si ritrovano a dover fronteggiare una forza composta da 39mila unità inglesi. Uno scontro impari, anche in termini di mezzi bellici a disposizione. La resistenza di quegli italiani resterà nella storia, come l’eroismo del loro capo: alla fine, stremati dal freddo e dalla mancanza di acqua, devono capitolare. Mussolini lo autorizza ad arrendersi. Amedeo individua il generale Volpini come negoziatore, ma i ribelli etiopi lo massacrano insieme alla sua scorta. Amedeo è stretto in un assedio il cui epilogo è ormai chiaro: decide così di autorizzare i suoi indigeni a tornare a casa. Solo una quindicina di essi  ne approfitterà: la maggior parte resteranno  con lui, fino alla fine. Ad Amedeo e ai suoi uomini il nemico riconoscerà l’onore delle armi, facendo conservare agli ufficiali la pistola d’ordinanza. Ma i patti della resa non saranno rispettati: i soldati italiani saranno lasciati nelle mani degli indigeni, che li deprederanno e non consentiranno loro di seguire il capo, come previsto dagli stessi accordi. Il 19 maggio 1941 la bandiera italiana viene ammainata. Amedeo è prigioniero e viene trasferito in Kenya, in un campo presso Nairobi infestato dalla malaria. In pochi mesi il duca si ammala. Nel dicembre 1941, dopo numerose richieste, gli viene concesso di visitare i prigionieri italiani, ma senza avere con loro contatto diretto. La sua vettura così procede lentamente davanti ai cancelli del campo in cui i soldati italiani sono tenuti prigionieri. La scena è commovente e triste: lui passa, li guarda da dentro la sua vettura. Loro gli tendono le mani, lo chiamano per nome. È l’eroe dell’Amba Alagi, e tale resterà nella memoria collettiva di un popolo. Nel gennaio 1942 gli vengono diagnosticate malaria e tubercolosi. Due mesi dopo – è il 3 marzo 1942 – muore nell’ospedale militare di Nairobi. Il suo eroismo gli procura il rispetto dei generali nemici, che se in prigionia lo hanno privato persino della consolazione di riabbracciare i suoi soldati, adesso che il feretro si mostra al mondo, indossano il lutto al braccio. E lì, in Kenia, ha scelto di restare per sempre, insieme a 676 suoi soldati, sepolto insieme a loro nel sacrario militare italiano di Nyeri.

Emma Moriconi

Da “il Giornale d’Italia”

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