Il referendum che divise l’Italia: chi vinse realmente?

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Il 2 giugno è trascorso sottotono. Sarà la vigilia delle votazioni, sarà il tempo incerto, sarà che i cittadini sono stufi di annunci e di promesse, di proclami e di esortazioni. Sarà che sul cambio istituzionale del giugno 1946 ancora gravano dubbi e ombre tuttora senza risposte chiare. Documenti alla mano, ne scrive il nostro editorialista.

 

Le votazioni: imbrogli bene ordinati

Le votazioni sulla forma dello Stato (referendum) e l’elezione dell’Assemblea Costituente    iniziarono la mattina del 2 giugno 1946 e si protrassero sino alle 12 del 3. Gli scrutini dovevano chiudersi entro 48 ore. Lo spoglio iniziò dalle schede del referendum, più semplice e con meno contestazioni rispetto alla votazione della Costituente, che vide in lizza 51 partiti (dai nomi e dai simboli fantasiosi, incluso l’Asinello del Movimento Lavoratori Indipendenti), 32 dei quali collegati al Collegio Unico Nazionale. Inizialmente la monarchia risultò in vantaggio, come la mattina del 4 il presidente del Consiglio dei Ministri, De Gasperi, comunicò al ministro della Real Casa, Falcone Lucifero. Lungo il giorno i dati furono aggiornati col contagocce. Nelle Memorie Romita narrò di aver affrontato la notte peggiore delle sua vita. La monarchia rimaneva in vantaggio. Tuttavia proprio tra il 4 e il 5, “la notte degli imbrogli”, la repubblica balzò inaspettatamente in testa. Lo storico Franco Bandini ha narrato che, per avere dati in anteprima, il “Corriere della Sera”, nella cui redazione lavorava, aveva assoldato i bidelli delle scuole milanesi adibite a seggi. In cambio di una modesta mancia, essi comunicarono i risultati a scrutini appena conclusi. Così la sera del 4 al “Corriere” si seppe che anche a Milano la monarchia era in testa. Scuro in volto, il direttore Mario Borsa, esponente del partito d’azione e fiduciario del CLN, si chiuse nel suo ufficio. Il 5 mattina l’ultima pagina del quotidiano annunciò la vittoria della repubblica. Un anonimo cronista vi narrò che alle due di notte Romita aveva informato Togliatti, ministro della Giustizia: scrutinati 20 milioni di schede, la repubblica stava vincendo. Togliatti dichiarò al “Corriere”: “Avevamo un solo scopo, quello di fare la repubblica”. Previde la vittoria con uno scarto di due milioni di voti perché “negli ambienti di sinistra si considera che il 10% dei democristiani ha votato per la repubblica”. La somma delle parole sue con quelle di Romita hanno alimentato la leggenda sulla Grande Frode: due milioni di voti estratti da un misterioso “cassetto” e buttati sulla bilancia della storia. Ne hanno scritto tanti, con elucubrazioni fantasiose. Se mai fosse avvenuto, quel gigantesco broglio avrebbe avuto conniventi  centinaia di persone. Qualche traccia e/o rivelazione ne sarebbe affiorata in un paese incapace di riserbo, corrivo a vendere ricordi a destra e a manca. In realtà  il mito della Grande Frode fece comodo alle sinistre: diceva che essi sono capaci di tutto e servì a terrorizzare i loro avversari; ma fu di conforto anche ai monarchici per giustificare a se stessi la propria sconfitta. La generalità degli “storici” si è fermata sulla soglia della partita conclusiva: il conteggio finale di tutti i voti espressi (incluse le schede bianche, nulle e contestate) chiesta dal presidente della Corte suprema di Cassazione, Giuseppe Pagano, il 10 giugno per il 18 seguente. Nel suo saggio  2 giugno 1946.La battaglia per la Repubblica (ed. dal “Corriere della Sera” lo scorso 1 giugno), con errori e lacune e scritto con inchiostro velenoso nei confronti di Vittorio Emanuele III, anche  Dino Messina chiude gli occhi sull’immensa documentazione sui giorni conclusivi, il 2-17 giugno.

Senza attendere né verifiche né conferme, dalla mattina del 5 giugno  i quotidiani d’informazione annunciarono la vittoria della repubblica. Subito Umberto II invitò la regina Maria José a lasciare il Quirinale per Napoli e salpare con i figli verso Lisbona sullo stesso incrociatore “Duca degli Abruzzi” appena rientrato da Alessandria d’Egitto, ove aveva portato Vittorio Emanuele III e la regina Elena: una decisione che a molti monarchici parve una resa prima della battaglia finale. Alle 10,30 dello stesso giorno Umberto II ricevette De Gasperi e il sottosegretario alla presidenza, on. Giulio Andreotti, ventiseienne. De Gasperi si dichiarò “dolorosamente sorpreso” del risultato, ma al socialista Nenni fece notare invece orgogliosamente che il suo Trentino era fra le province in vetta per preferenze repubblicane. Egli stesso l’aveva votata.

Dal 6 il Re iniziò al Quirinale il mesto rito degli addii. Il 7 andò in udienza privata da Pio XII.

Che cosa avrebbero fatto gli anglo-americani dinanzi alla ipotetica insurrezione dell’estrema sinistra, appoggiata da truppe jugoslave di Tito, contro la decisione di Umberto II di temporeggiare? Non sarebbero rimasti a guardare. Secondo l’ammiraglio Robert Dennison, comandante della portaerei “Missouri”, quando il presidente Harry Truman fu informato che il dittatore comunista della Jugoslavia Tito si preparava ad attaccare militarmente Trieste stava giocando a carte. Senza neppure alzare gli occhi, egli sibilò: “Dite a quel figlio di puttana che dovrà farsi strada a fucilate”. A parte i comunisti jugoslavi, su quali forze effettive contavano le sinistre estreme? La minaccia di un loro assalto armato al potere non ha seri fondamenti ma trovò credito. Fu un eccellente alibi per tante piccole “rese senza condizioni”, per una serie di viltà.

Il caos della verifica dei voti: un referendum nullo?

Dall’8 giugno 1946 i verbali redatti dagli Uffici elettorali circoscrizionali insediati presso le Corti d’Appello affluirono all’Ufficio elettorale centrale. Ai plichi si aggiunsero sacchi di verbali dei singoli seggi, registri dei voti e montagne di ricorsi. Un’alluvione di carte inviate con auto, furgoni, voli speciali e scaricate in fretta e furia. Plichi e sacchi passarono di mano in mano, talora alla rinfusa. Era fatale che alcuni perdessero ceralacca, piombi e cordicelle e risultassero infine aperti. Tutto scontato e accettabile, se l’esito fosse stato netto e chiaro dall’inizio, in un senso o nell’altro. Ma così non fu.

Nella seduta delle ore 18 di lunedì 10 giugno il presidente della Corte suprema di cassazione, Giuseppe Pagano, fece enumerare i risultati a quel momento accertati e li comunicò. Mancavano quelli di 114 sezioni (in realtà provvisori in realtà erano migliaia). Rinviò la seduta al 18 seguente, ultimo giorno consentito dal DLL per l’annuncio finale. Non era affatto disposto a fare da killer della monarchia, né, meno ancora, da stuoino di Togliatti. Avvertì che avrebbe comunicato anche il numero delle schede bianche e nulle, il cui computo sino a quel giorno rimaneva ignoto. Bisognava rifare tutti i conti, mentre incombevano 21.000 ricorsi sugli esiti di altrettanti seggi e quelli sulla legittimità stessa del referendum appena celebrato.

Accanto alla “partita politica” si aprì quella legale per conferire dignità formale all’esito del referendum. Per un paio di giorni la questione fu rovente. Come ha documentato Aldo G. Ricci nell’edizione dei Verbali del Consiglio dei ministri (10 volumi in 13 tomi), la disputa rese incandescenti le riunioni del governo. Nella seduta dello stesso 10 giugno, il democristiano Giovanni Gronchi riferì d’aver accertato che in molti verbali mancava l’indicazione dei votanti. Dal canto suo Togliatti ammise che i ricorsi potevano “anche richiedere l’esame delle schede che, tra l’altro, non sono qui (a Roma n.d.a) e forse sono distrutte”. Aggiunse che non era possibile indicare le schede nulle. Infatti, i moduli per la raccolta dei voti comprendevano due sole voci: monarchia e repubblica. Perciò, egli concluse, “non si può parlare di 400-500.000 schede nulle”. Per venirne a capo, su mandato di Togliatti il magistrato Saverio Briganti guidò duecento funzionari e impiegati del ministero della Giustizia a sbrogliare il gomitolo dei ricorsi e, soprattutto, del ricalcolo dei voti.

Il fondo Suprema Corte di Cassazione conservato all’Archivio Centrale dello Stato documenta le migliaia e migliaia di brogli, pasticci, proteste sollevate sin dal 2-3 giugno e la concitazione delle verifiche: fra il 12 e il 17 giugno le somme vennero fatte e rifatte. Su fogli malamente predisposti, con un tratto di penna o di matita vennero separate le caselle R(epubblica) e M(onarchia) e si fece spazio al numero delle schede nulle (non furono previste caselle per bianche, contestate e non assegnate). Un brogliaccio annotò l’ora di avviamento dei dati finali alle macchine calcolatrici e della loro restituzione, senza alcun ordine razionale, man mano che affluivano all’apposito filtro. Sulle strisciate delle calcolatrici furono effettuate laboriosissime somme, annotate a matita. I documenti più impressionanti sono però i verbali degli Uffici circoscrizionali. Se ne evince che il 17 giugno mancavano i dati esatti di migliaia di sezioni (o perché non pervenuti o perché contestati), anche dell’Italia centro-settentrionale e del Trentino del democristiano De Gasperi, che in Umberto II vedeva il discendente di Vittorio Emanuele II, usurpatore dello Stato Pontificio, il nipote del “libertino” Umberto I e il figlio dell’agnostico Vittorio Emanuele III.

La ratifica del colpo di Stato

Se l’Italia aveva votato con un certo ordine, lo scrutinio e la verifica dei verbali avvenne nel caos. In seduta notturna il governo proclamò la vittoria della repubblica e dichiarò festivo martedì 11. Ma nessuno lo seppe  né se ne valse. Dinnanzi alla prevaricazione del governo molti cittadini si mossero nella convinzione che la Corona non è patrimonio esclusivo del sovrano bensì costituisce l’anello del patto statutario tra il Re e la nazione. I cittadini difendono le istituzioni anche senza sollecitazioni del sovrano (potrebbe essere assente, fisicamente impedito, insano di mente, di minore età, prigioniero…). Perciò dal 10 giugno iniziarono manifestazioni di massa di monarchici militanti, convinti di interpretare la volontà inespressa del Re e, comunque, di dire la loro dinnanzi alla storia. A Napoli dettero miccia per lancio di bombe a mano, colpi d’arma e scontri tra forze dell’ordine e popolani. Si contarono morti e feriti, recentemente liquidati da Napolitano Giorgio come “popolino monarchico isterizzato”.

Alle 0.30 di giovedì 13 giugno il governo conferì al presidente del Consiglio le funzioni di capo dello Stato. Dopo una notte convulsa, scartate altre opzioni, Umberto II decise di lasciare il suolo patrio senza riconoscere il “fatto compiuto”, attuato in violazione della legge, né, quindi la proclamazione dei risultati.  Alle ore 17 di martedì 18 giugno la Suprema Corte tenne l’attesa seduta per la pronuncia sul ricorso fondamentale. Il Procuratore Generale, Massimo Pilotti, spiegò che per “votanti” s’intende, come tutti sanno, quanti si recano ai urne. Si contano sulla base delle schede votate, incluse bianche, nulle e contestate. Messa ai voti, la sua conclusione venne approvata da sei  giudici e respinta da 12. Per ultimo, il presidente Pagano scandì: “Io voto in conformità dell’avviso espresso dal Procuratore generale”. Votò secondo ragione. La salvaguardia della propria dignità ebbe la meglio su ogni preoccupazione di carriera.

L’ombra lunga della vittoria troppo risicata.

Il giorno dopo uscì il n. 1 della “Gazzetta Ufficiale” della Repubblica italiana. Fino al giorno prima tutti gli atti pubblici continuarono a essere emessi in nome del Re. Posto che sia da festeggiare, la Repubblica non nacque il 2 ma il 19 giugno: col consenso del 54% dei voti validi, del 50% dei votanti e del 45% degli elettori.

La pronuncia della Corte suprema di cassazione rese irrilevante ogni ulteriore contestazione: sarebbe stato facile documentare errori e brogli piccoli e grandi per almeno 250.000 voti, provando così la nullità del referendum. Però nessun Paese può rimanere troppo a lungo sulla graticola della scelta istituzionale senza bruciarsi irrimediabilmente. Fu Umberto II a recidere il nodo con la partenza dal suolo patrio. Lasciò l’Italia da Re, fiducioso del rispetto della legalità. Invece la  Costituente, a colpi di maggioranza, criminalizzò Casa Savoia (i re e i loro discendenti maschi vennero condannati all’esilio) e chiuse in un ghetto undici milioni di voti di monarchici piegati alla pax republicana, discriminati, irrisi da quanti non capiscono che essi erano tutt’uno con la grande storia d’Italia. Infine la Repubblica si blindò con ‘art. 139 della Carta esclude la revisione costituzionale della forma dello Stato.

Alla morte Umberto II volle con sé i Sigilli Reali, ma non chiuse nel feretro la monarchia. Come insegnò il principe dei giuristi costituzionalisti repubblicani, Giandomenico Romagnosi, “ogni generazione ha diritto di darsi la forma di Stato che preferisce”. La Repubblica ha per emblema un ghirigoro di difficile interpretazione, nato da un modesto bozzetto dell’incisore Paolo Paschetto già apprezzato da Benito Mussolini, ed è tuttora è priva di un inno nazionale. Nata minoritaria, vive in affanno, divisa come non mai, lontana dalle speranze aperte il 14 marzo 1861. L’Italia merita sorti all’altezza della sua storia. A ottobre i suoi cittadini saranno chiamati a difendere la Carta stravolta da una maggioranza parlamentare esigua e raccogliticcia. Per quanto paradossale, anche tanti monarchici si batteranno per conservare questa Costituzione, che ha tanti difetti ma almeno su un principio è chiara: la sovranità appartiene al popolo, quello che votò le annessioni del 1848-1870 e che il 2-3 giugno 1946 andò alle urne per decreto firmato da Umberto di Piemonte, Luogotenente del regno d’Italia. (*)

 

Aldo A. Mola

(*) La documentazione analitica dei brogli e del caos nel quale avvenne la “verifica” dei verbali fra il 13 e il 17 giugno 1946 è in Aldo A. Mola, Il referendum monarchia-repubblica del 2-3 giugno 1946, pref. di Maria Gabriella di Savoia (Ed. Bastogi Libri, 2016).

 

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