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La festa del 4 novembre nel silenzio delle iene

Le truppe riposano dopo una lunga marcia per recarsi in linea (Labor. fot. del Comado Supremo italiano/ANSA)

di Massimo Viglione

Ringrazio Dio che non ero in vita e giovane tra il 1915 e il 1918. Avrei dovuto impugnare le armi al servizio di un regno massonico e anticattolico per combattere l’impero cattolico, ultima luce prima della notte oscura.

Oppure, avrei dovuto fuggire e andare a combattere con il bene contro il regno massonico. Ma questo voleva dire sparare agli italiani. Non a Salandra, Sidney Sonnino, Diaz e tutti gli altri, compreso Vittorio Emanuele III: questo lo avrei fatto molto volentieri.

Voleva dire invece sparare ai miei fratelli di patria, a milioni di contadini, studenti, giovani professionisti, che non capivano assolutamente perché erano stati sradicati dalle loro case, dalle loro terre, dalle loro famiglie, e per quali ragioni. E questo mi sarebbe stato inammissibile.

Ringrazio Dio che non c’ero, che non ho dovuto scegliere tra il bene e il sangue. In ogni caso, tra cattolici e cattolici, europei ed europei, io, figlio della terra della Chiesa e dell’impero. Detto questo, devo però aggiungere una cosa. il  4 novembre, sono esattamente 100 anni dalla vittoria italiana della Prima Guerra Mondiale. A parte la solita sceneggiata del solito presidente di turno che porterà i soliti fiori al solito milite ignoto facendo finta di meditare (non certo di pregare), a parte qualche timido manifesto qua e là… nessuno festeggia la più importante vittoria militare dell’Italia unita. Nessuno, soprattutto, commemora 600.000 uomini morti e 1.500.000 feriti e mutilati. Nessuno si sente fiero di questo immenso sacrificio di popolo. Gli italiani hanno combattuto, senza saperlo, dalla parte sbagliata: ma il loro eroismo e la loro abnegazione sono stati meravigliosi, i loro sforzi ineguagliabili. Le Dolomiti e le Alpi del Triveneto ancora raccontano tanta gloria e tanto dolore.

A nessuno gliene frega nulla. Nemmeno una festa nazionale di un giorno (come fecero l’11 marzo 2011 per i 150 anni dell’unificazione). Niente. Tutto dimenticato. Ovvio: essendo l’Italia una colonia sotto padrone straniero, essendo uno stato in via di dissoluzione, meglio non rinvangare l’immenso sacrificio di milioni di giovani morti per questo Stato. A questo punto, possiamo ben dire: oltre il danno, la beffa. Quale danno? La caduta dell’Impero Austro-ungarico è stata la più grande sciagura dopo la Rivoluzione Francese. E’ la caduta dell’ideale imperiale cattolico, di ciò che restava di quella monarchia imperiale fondata undici secoli prima da Carlo Magno, incoronato da un papa in San Pietro.

Un impero ucciso dai “figli” di Garibaldi e Mazzini, dai terroristi e dai massoni con le mani ricolme di sangue.
Oggi, a cento anni, posso solo chinare il capo in segno di sommo rispetto per tutti i morti, italiani e imperiali, pregare per le loro anime e, al contempo, ribadire la mia fedeltà ideale alla monarchia cattolica e imperiale. Soprattutto, tenendo conto di chi fu l’ultimo monarca della stirpe imperiale: uno splendido esempio di santità personale, correttezza politica e generosità cavalleresca: Carlo I d’Asburgo.

Il silenzio vergognoso di questa repubblica-colonia offende, ancor prima che la memoria dei giusti, quella degli stessi soldati italiani, vittime a milioni del cosiddetto “risorgimento” liberale e massonico, tradimento ineluttabile della stessa italianità e della fede e civiltà degli italiani. Il posto dei gattopardi, è stato preso dalle iene. Chi ha letto, offra una preghiera per milioni e milioni di giovani italiani, austriaci, tedeschi, ungheresi, polacchi, slavi, rumeni, che si sono scannati per quattro anni sui monti e sui mari per i piani di dissoluzione delle forze oscure della Rivoluzione massonica. A cento anni, è doveroso. A cento anni, io non c’ero… ma non dimentico il giorno funesto della morte dell’Europa cattolica.


Conseguenza nefasta della sciagurata I guerra mondiale non possiamo dimenticare l’ascesa ed il crollo della Russia Imperiale e l’avvento della  prima dittatura spietata del Novecento: il bolscevismo.

 

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