La monarchia tradizionale

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coronaferrea

Di Victor Emanuel Vilela Barbuy

traduzione di Matteo Luini

Originale in:  http://cristianismopatriotismoenacionalismo.blogspot.it/2010/05/monarquia-tradicional.html

Consideriamo la Monarchia tradizionale, tale come è esistita un giorno nella Francia degli Stati generali, nel Portogallo e nella Spagna delle Cortes, e nella Germania della Dieta, la più perfetta fra le forme di governo. Crediamo pertanto che il Principe debba  regnare e governare avendo comunque il suo potere limitato concretamente dalle Assemblee. A queste, costituite dai rappresentati dei Corpi intermedi, dai Gruppi naturali componenti della società, deve far capo l’amministrazione degli affari di stato.

Siamo inoltre d’accordo con S. Tommaso d’Aquino che, nel Del governo dei principi, avendo come sfondo questo tipo di Monarchia denominata Monarchia Temperata, afferma essere la Monarchia (il governo giusto di uno solo) la migliore delle forme di governo, sottolineando che “le province e le città governate da un solo re, godono di pace, fioriscono nella giustizia e si rallegrano dell’opulenza“.

Inoltre nella stessa opera, l’ Aquinate riflette che la monarchia, anche se decaduta, è la migliore delle forme di governo e che il governo di uno solo si corrompe meno facilmente diventando tirannia, nel governo di molti.  Anche nella Somma Teologica il Dottore Angelico difende la superiorità della Monarchia Temperata o Regime Misto: “Il buon ordine di governo di una società richiede due condizioni. La prima è che tutti abbiano una parte di potere, in modo che sia garantita la pace del popolo e che tutta la gente stimi e difenda questa organizzazione. Un uomo solo quindi che abbia il potere e sia a capo di tutti,  avendo sotto di sè degli uomini che siano eminenti a causa del loro valore e che vengano eletti fra tutti, o perlomeno che tutti possano eleggerli.”

Riferendosi al Regime Misto, la Monarchia temperata di San Tommaso, Marcel Demongeot sottolinea che se l’autore della Summa contra gentilespuò dare in quella epoca, nella sua epoca, un contributo alla teoria del regime misto, fu meno fra i teologi, suoi maestri, che nelle istituzioni e maggiormente nei grandi principi più o meno diffusi che costituivano il diritto pubblico di quel tempo.” E rispetto allo spirito del regime misto, “nessuna epoca lo realizzò tanto perfettamente” come quella.  Tenendo presenti le affinità esistenti fra la concezione del regime misto e lo spirito del cristianesimo, come afferma il pensatore francese, non si rimarrà “sorpresi nel sapere che è santo il re che lo incarnò al meglio. San Luigi, più di qualunque altro re, seppe realizzare quella perfetta ponderazione dei poteri, quella collaborazione e unità che costituiscono il regime misto“.

Dante Alighieri, grande discepolo di San Tommaso ed autore della Divina Commedia, che non è lontana dall’essere una Somma Teologica in versi, riflette nella sua magnifica opera De Monarchia, considerata da Jose Pedro Galvao de Sousa “il canto del cigno del pensiero medievale”  che “il genere umano è governato meglio da uno rispetto che da molti, cioè dal Monarca che è l’unico principe. Se questo regime è il migliore, è il più gradevole a Dio, dato che Dio ama il meglio. Quando ci solo due possibilità, il comparativo si confonde col superlativo. Anche di più quando si tratta dell’unità o della pluralità dei capi, l’unità agli occhi di Dio non si deve chiamare solamente del migliore, ma dell’eccellente. Da cui segue che il genere umano gode di una buona organizzazione quando è governato da uno solo“.

Nell’opera citata, l’autore del Convivio sottolinea che è sintomatico il fatto che Gesù Cristo, il Figlio di Dio, che si fece Uomo per salvare gli uomini, aspettò per venire al mondo il momento in cui questo era “universalmente in pace, sotto il divino Augusto monarca, quando esisteva una Monarchia perfetta“, come testimoniavano “tutti gli storici, tutti i poeti più illustri, e anche la testimonianza della bontà di Cristo“.

Fu al tempo di Augusto, come tutti sanno, l’apogeo di Roma e della sua portentosa civiltà,  che tese, sotto alla monarchia, all’ordine ed al progresso che erano mancati, in diversi momenti, sotto la cosiddetta Repubblica ed in particolare nei suoi ultimi anni, dato che il potere era diviso fra molti, questo purtroppo portò al potere molti tiranni. Questo perché, come dimostra San Tommaso nel Governo del principe, il governo dei tanti scivola più facilmente nella tirannia rispetto alla Monarchia, nello stesso modo in cui la libertà eccessiva porta alla tirannia, tesi che il grande studioso patriota e nazionalista brasiliano Plinio Salgado spiegò in un articolo intitolato Libertà cammino di schiavitù, pubblicato nel giornale La ragione e riportato nell’ opera La sofferenza universale, e in Il pensiero rivoluzionario di Plinio Salgado, magnifica antologia del pensiero dell’ autore sullo Spirito della Borghesia realizzata da Augusta Garcia Rocha Dorea.

In particolare, tenendo in prospettiva la superiorità della Monarchia rispetto al governo dei molti, l’ Aquinate sottolinea che “quasi tutti i governi multipli sono diventati tirannia, come appare nella repubblica romana, la quale venne amministrata per lungo tempo da molti magistrati, svegliando molti odi, dissensi e guerre civili, andò a finire con l’avere i tiranni più crudeli.

Detto questo, occorre precisare che la repubblica non è necessariamente dannosa, avendo esempi nella Storia di diverse repubbliche che rimasero fedeli alla Tradizione e promossero l’ ordine e il bene comune. Fra queste repubbliche, che furono più propriamente regimi misti sintesi di Monarchia Aristocrazia e Politeia,  possiamo menzionare quelle di Genova, Pisa, Firenze, Siena, Ancona, Ragusa,  e chiaramente la più gloriosa fra esse, la Serenissima Repubblica di Venezia. Questa fu per secoli la potenza dominante nell’Adriatico e nel Mediterraneo, possedendo per molto tempo la migliore marina d’Europa,e grazie alle sue magnifiche istituzioni sotto la protezione dell’ Apostolo San Marco Evangelista, di cui custodisce le reliquie, dilatò la fede e l’impero, contribuendo molto alla grandezza della Cristianità.

Il papa Leone XIII sottolinea nella sua enciclica Diuturnum Illud del 1881 che ” non c’è ragione perché la Chiesa non approvi il governo di uno solo o di molti, purché sia giusto e attento al bene comune. per cui, fatta salva la giustizia, non si proibisce ai popoli di adottare il sistema di governo che convenga di più  alla sua indole, o alle istituzioni od ai costumi dei suoi maggiori“.
Nello stesso senso prosegue il medesimo Pontefice nell’ enciclica Immortale Dei del 1885: nessuna delle forme di governo è da condannare in sé in quanto nessuna di esse “ripugna alla dottrina cattolica, ed anzi possono, se messe in pratica con sapienza e giustizia, assicurare un ottimo e stabile ordine sociale“.
Bisogna segnalare che Leone XIII sarebbe stato uno dei più grandi Papi anche solo considerando queste due encicliche, senza menzionare la Aeterni Patris  che marcò l’inizio della rinascita della filosofia tomista, e la Rerum Novarum del 1891 che segnò l’inizio della rinascita della Dottrina Sociale della Chiesa e che fu il preannuncio della lotta di personalità come il Marchese de la Tour du Pin, Albert de Mun, Juan Vasquez de Mella ed il Barone Karl von Vogelsang, per la instaurazione della Economia e società corporative e contro il capitalismo liberale ed il suo figlioccio il socialismo.

Come afferma il suddetto Romano Pontefice, ciascun popolo deve adottare il sistema di governo che meglio si adatta al suo spirito ed alla tradizione conservata dai suoi maggiori. Ora, essendo il Brasile innegabilmente un impero ed essendo monarchica la sua tradizione ed il suo spirito nazionale, deve avere un governo monarchico.  Dobbiamo poi manifestare il nostro ripudio integrale per questa “nostra” repubblica falsa antinazionale ed antitradizionale, copia mal fatta dei modelli sorti dalla riforma dall’ illuminismo e dall’ enciclopedismo, vale a dire dalle ideologie che da secoli flagellano il mondo, avendo impiantato il regno di Calibano, la nefasta civiltà della tecnica dell’ oro e del numero, per cui la tirannia dei “despoti illuminati” di una volta è stata sostituita da quella odierna dei banchieri. Di conseguenza dobbiamo lottare perché la repubblica nata da un golpe militare fatto a insaputa del popolo e contro la Nazione profonda vera ed autentica ed alle sue più limpide tradizioni, un giorno finalmente cada “per terra, con confusione di chi concepì una tanto orrenda idea” come disse Antonio Conselheiro.

E’ fondamentale lottare per la instaurazione di una Monarchia Tradizionale, sociale popolare ed organica nel nostro Brasile, tutti noi che conosciamo la vera e magnifica storia di questo vasto Impero abbiamo coscienza del fatto che non si può parlare di patriottismo senza prima parlare della Monarchia, e facciamo nostre le parole di Antonio Sardinha, principale teorico e leader del movimento tradizionalista patriottico e nazionalista che si chiama Integralismo Lusitano, il quale scrisse: “Noi non siamo patrioti e poi monarchici. Siamo prima monarchici per poi essere patrioti“.

In una parola, la Tradizione Brasiliana è essenzialmente monarchica ed il Brasile compirà la sua missione storica solo quando verrà restaurata la Monarchia in quanto, come afferma Josè de Alencar, che non fu solamente un romanista ma anche un pensatore politico e giurista di gran valore, “la Monarchia non è semplicemente una  istituzione tradizionale in Brasile, ma bensì una istituzione della razza“.

Dunque, la Monarchia Tradizionale è la forma di governo che maggiormente si approssima alla Costituzione naturale e storica della società Brasiliana, Costituzione che non si confonde con quella scritta e che Joao de Scantimburgo definì come “la combinazione delle istituzioni storico-tradizionali che hanno regolato nel passato e devono regolare in futuro la vita nazionale“.

Nello stesso senso, il Visconte de Taunay afferma che il 15 di novembre incominciò “la parodia ridicola e sanguinaria del regime democratico” che non fu altro che “imposizione di un gruppo minimo all’interno di questa grande Nazione, un misto di scienza pedante e teorie respinte dal buon senso, con l’esclusione assoluta della volontà e del voto del popolo.”

L’ alienamento del popolo rispetto al sopracitato golpe fu altresì riconosciuto da uno dei maggiori leaders repubblicani, il sig. Aristides Lobo, quando scrisse che il popolo assistette a quell’episodio “abbruttito, attonito, sorpreso, senza sapere ciò che significava“.

Tutta via nessuno meglio di Plinio Salgado riassunse il significato del 15 novembre: “Nel 1889, senza che ci fosse stata alcuna elezione o consultazione del popolo brasiliano, la guarnigione della capitale imperiale  comandata dal Maresciallo Deodoro da Fonseca, detronizzò il nostro Imperatore, imbarcandolo a forza sulla nave Alagoasche lo portò in esilio assieme alla sua famiglia, dove morì dopo 50 anni di servizio prestato alla patria. In tutto questo il Partito repubblicano era una scarsa minoranza in tutto il territorio nazionale.”

Detto ciò si deve notare che la causa repubblicana in brasile fu opera fin da principio delle società segrete antitradizionali ed antinazionali nemiche acerrime del Trono e dell’ Altare, le quali non avrebbero mai permesso che  l’ Impero  fosse governato dalla principessa Isabella che, come il marito il Conte d’ Eu,  era cattolica apostolica romana nella piena accezione del vocabolo e profondamente cosciente del male che rappresentavano per il Brasile le summenzionate società.

Tutti hanno coscienza del fatto che, come sintetizza Arlindo Veiga dos Santos, cantore e poeta di una Patria Nuova, le idee marciano in silenzio: “L’ ORIGINALITA’ POLITICA BRASILIANA IN AMERICA E’ LA MONARCHIA, L’IMPERO“, essendo tutto il resto “FALSIFICAZIONE, IGNORANZA STORICA DEGLI INETTI, PER DE-NAZIONALIZZARCI, INFRANGERCI, ABBATTERCI, ANNULLARCI E DISTRUGGERCI“. Inoltre nella stessa opera, il creatore e capo generale del Patrianovismo, la cui dottrina tradizionalista patriottica e nazionale che mira alla rigenerazione e rinnovazione del Brasile e dello Stato brasiliano  secondo la Chiesa e la Tradizione Integrale della Nazione, riflette che “la nostra gloriosa originalità nelle Americhe era di essere una monarchia, un IMPERO” e che i nostri fratelli della America spagnola lamentano che  “dal 1889 il nostro abbassamento artificiale al livello antinazionale repubblicano“, posto che “essi desideravano tutti, fin dall’inizio, essere monarchie e non potevano”.

 

***

 

Arriviamo ora alla Monarchia Tradizionale. In essa il Sovrano regna e governa, avendo però il suo potere limitato concretamente dalle Assemblee, composte dai rappresentanti eletti dai gruppi sociali naturali. Una Monarchia  del Re e delle Corti Generali, inspirata dai salutari precetti della Chiesa ed appoggiata sulla Tradizione è, senza alcun dubbio, la forma di governo nella quale la Società si vede rappresentata nel modo migliore, essendo pertanto anche denominata Monarchia Rappresentativa.

In questo senso, il segnalato pensatore ed uomo di azione tradizionalista Vazquez de Mella, il più importante pensatore politico cattolico spagnolo del secolo XIX a fianco di Donoso Cortes, insegna che la Monarchia tradizionale, così come i Consigli, le Comunità e le Fraternità, le Giunte e le Deputazioni forali, le Corti dei vari regni contee e signorie, si costituirono in un “organismo tradizionale che sul suolo della patria fa crescere le generazioni“.  Appoggiata sulla Tradizione, “che è il suffragio universale dei secoli“, questa Monarchia sempre secondo il grande maestro del Tradizionalismo ispanico, “si fonda sul diritto cristiano e la volontà nazionale, che non è la mobile ed arbitraria opinione di un giorno, ma il voto unanime delle generazioni unite ed animate dalle stesse credenze ed aspirazioni“.

Come insegna Antonio Sardinha, nella sua estesa introduzione alle Memorie per la Teoria e Storia delle Corti Generali, del secondo Visconte de Santarem, nella Monarchia tradizionale il Re governa e la Nazione si amministra. L’autore de Al principio era il verbo specifica che in questa forma di governo il Re governa “rendendo effettiva tramite la distribuzione della giustizia e tramite la difesa del territorio l’unità necessaria alla sicurezza di tutti” e la Nazione si amministra “concretizzando la molteplicità dei suoi interessi nella molteplicità dei vari organi” che si esprimono legittimamente.

Nella Monarchia Tradizionale, l’ autorità reale interviene solamente nelle ipotesi in cui alcuni di questi organismi entrino in conflitto oppure  invadano l’orbita degli altri, essendo che una volta “ottenuto l’equilibrio indispensabile all’economia del gruppo, l’attività del Re” deve ritornare “nella sua sfera specifica“.
La Monarchia tradizionale è caratterizzata dalla decentralizzazione amministrativa e dalla centralizzazione, o concentrazione, politica, e come afferma Rafael Gambra, è identificata “con quel processo tradizionale che costituisce la vita della patria o meglio che costituisce, nell’ aspetto politico, la sua propria sostanza, rappresentando la regolamentazione e la continuità a fronte di improvvisazione e instabilità“, ma è anche ereditaria, federale o foralista, rappresentativa e, chiaramente, sociale, aggettivo che – in accordo con l’illustre pensatore tradizionalista – si attaglia maggiormente a questa forma di monarchia.

Detto questo, bisogna segnalare che il termine “sociale” si riferisce ad una coesistenza di società ed istituzioni autonome intermedie rispetto allo Stato, essendo in effetti il programma originario della Monarchia Tradizionale la restaurazione della Società “coi suoi organi naturali e la sua vitalità interiore”. Questa non è altro che la tesi denominata corporativa oppure organica, e che nella opinione di Gambra trovò in Vazquez de Mella il suo espositore “più profondo e coerente” e che è la tesi della vera Dottrina sociale della Chiesa e dei tradizionalisti autentici di qui e di là dal mare, da Plinio Salgado ad Antonio Sardinha, da Arlindo Veiga dos Santos a Francisco Elias de Tejada, da Jose Pedro Galvao de Sousa a Hipolito Raposo, da Heraldo Barbuy a Joao Ameal, da Gustavo Barroso al Conte di Monsaraz, da Tasso de SIlveira a Victor Pradera e così via.

Arriviamo ora al carattere tradizionale della Monarchia. Come riassume Maurras nella Inchiesta sulla Monarchia: “La regalità deve essere tradizionale: c’è giustamente un orientamento tutto nuovo degli spiriti, favorevole alla tradizione nazionale, e come dice Barres, alle suggestioni della nostra terra e dei nostri morti”.

Rispetto al concetto di “tradizione nazionale”, sposato da Maurras e dai grandi personaggi del pensiero cattolico tradizionale, occorre precisare che questo concetto non ha nulla di assurdo, come invece lo giudicava Rene Guenon il quale purtroppo appare oggi più seguito da molti cosiddetti cattolici tradizionali rispetto ai grandi maestri del pensiero cattolico tradizionale, tutti difensori della Nazione e del nazionalismo giusti equilibrato e ponderato, tendente all’universalismo e considerato la “armatura del patriottismo” da Yves de la Briere. Per cui l’idea di Nazione che nacque nel Medioevo non ha nulla di anti-tradizionale, anzi al contrario, come prova il classico esempio del Portogallo, che sorge come nazione in pieno secolo XII, sotto il segno della Tradizione.

La Monarchia deve essere, altresì, tradizionale ossia identificarsi nella Tradizione, catena sacra che lega l’uomo ai suoi avi ed ai discendenti, un patrimonio che l’uomo raccoglie da coloro che sono venuti prima di lui, e che deve essere consegnato, aumentato, a coloro che verranno dopo.

La Monarchia deve anche essere ereditaria, dato che il regime ereditario, che è il regime tradizionale per eccellenza,  rappresenta il ripudio al nefasto dominio delle ideologie e la piena accettazione dell’ Ordine Naturale nella Società e nella sua evoluzione.

Per cui la Monarchia deve essere ereditaria come la Famiglia, fondamento della ereditarietà e baluardo della Tradizione, senza la quale non può neanche sopravvivere.

Donoso Cortes, infatti, nel trattare della Monarchia Tradizionale nella sua celebre Lettera al direttore della “Revue des deux mondes”, non esita nel qualificarla come “il più perfetto di tutti i governi possibili“, evidenzia il suo carattere ereditario al punti di denomianrla solamente “monarchia ereditaria”, esprimendosi così nella lettera sopracitata, che porta la data del 15  novembre 1852:
La monarchia ereditaria, come esisteva nei confini che separavano la monarchia feudale da quella assoluta, è il tipo più perfetto e completo del Potere politico e delle gerarchie sociali. Il potere era uno, perpetuo e limitato: era uno nella persona del Re; era perpetuo, nella sua famiglia; era limitato, perché dovunque trovava una resistenza materiale in una gerarchia organizzata.”
Oltretutto la Monarchia deve essere, secondo Rafael Gambra, federale o foralista, in modo che le Province ed i comuni abbiano un’ autonomia relativa, essendo dotate di dinamismo proprio.

Detto questo occorre sottolineare che il federalismo di cui parla l’autore de Il silenzio di Dio non ha nulla a che fare con il federalismo falso importato in Brasile dai copiatori del modello statunitense che certamente comprendevano che il sistema federativo nordamericano, prodotto di una realtà totalmente diversa dalla nostra, ha sempre il proposito di centralizzare e non di decentralizzare, di conferire unità a ciò che prima era vario, non essendo questa operazione necessaria per il Brasile perché grazie alla Monarchia ed all’ Impero, l’ unità nazionale è sempre stata una realtà.

Facciamo attenzione al fatto che uno dei più grandi errori della Repubblica, presente nella costituzione del 1891, copia mal fatta di quella degli Stati Uniti d’ America e redatta da Rui Barbosa, fu quello di aver impiantato in Brasile quel federalismo errato, contrario al federalismo autentico e tradizionale, anche chiamato foralismo. Quest’ultimo, derivato dal corporativismo organico e che Vazquez de Mella denomina “societalismo”, si costituì in una forma di unione di raggruppamenti avendo in vista la realizzazione di obiettivi comuni e rispettosa dell’autonomia delle parti componenti, in quanto il corpo sociale integrale, costituito lungo le generazioni,  è  formato dai Corpi sociali autonomi o Gruppi Naturali, fra i quali il primo è il municipio. Questo, che è la cellula mater della Nazione, e come afferma San Tommaso d’Aquino, la comunità perfetta, è la base del federalismo autentico, che molti sull’esempio di Plinio Salgado denominano municipalismo, termine che anche noi preferiamo.

Infine la Monarchia deve essere rappresentativa, essendo il suo carattere rappresentativo dipendente dall’autonomia sociale. Per cui secondo Rafael Gambra la rappresentazione dei corpi intermedi davanti al Re è consustanziale al regime societalista,  in maniera tale che appare sin dagli albori della evoluzione del medesimo, in tutti i modi in cui detto regime è esistito.

***

 

Molti confondono la Monarchia tradizionale con la Monarchia assoluta. Costoro difensori della Moanrchia assoluta sono in generale liberali sostenitori del suffragio universale e del parlamento, e che si rivolgono agli adepti della teoria della Monarchia Tradizionale e del potere personale del monarca, quali i miguelisti e gli integralisti lusitani, i carlisti spagnoli, e i patrianovisti brasiliani.

E’ quasi forzato sottolineare che questo è, senza alcun dubbio, un equivoco assurdo, dato che non c’è  una forma di governo tanto distinta dalla Monarchia tradizionale, limpido prodotto della Civiltà Cristiana, quanto la Monarchia Assolutista, figlia del “Rinascimento” e del razionalismo e precursore della liberal-democrazia, fondata sul mito della sovranità popolare, e della dittatura “proletaria”, fondata sul mito della redenzione dell’ Umanità da parte del proletariato, al tempo stesso popolo eletto e messia del “paradiso terreno” che sarebbe il comunismo.

Come fa ben notare Antonio Sardinha,  ” c’è un’identità profonda tra il dogma della volontà suprema del monarca e il dogma supremo della volontà del popolo“, entrambi derivati dalla “concezione naturalista del potere“.  Inoltre, tenendo in considerazione il fatto che le monarchie assolute hanno preservato maggiori caratteristiche dell’ ordine tradizionale rispetto alle monarchie liberali e soprattutto rispetto alle repubbliche moderne, il principio assolutista è, ancora secondo le parole dell’egregio pensatore, uomo di azione e poeta portoghese, di “natura essenzialmente rivoluzionaria” essendo stato il preparatore del trionfo dello spirito liberal-democratico.

Si pensi in più che, come insegna Francisco Elias de Tejada, “l’assolutismo distorceva l’armonica varietà del corpo sociale cristiano per irrobustire il potere del governante“, operando inoltre “una nuova rottura dell’ordine organico medievale, per sostituire al corpo mistico della società cristiana tradizionale un nuovo equilibrio meccanicamente appoggiato sul centro onnipotente dei re del dispotismo illuminato“.

Facciamo notare come l’idea della monarchia di diritto divino, tanto cara agli assolutisti, non ha nulla a che fare con la Monarchia Tradizionale. Una tale idea possiede un nitido tono protestante e fu anche condannata dalla Chiesa, così come dalla totalità degli autori cattolici tradizionalisti che ne discussero. L’origine divina del potere, riconosciuta dalla santa Chiesa, non implica l’accettazione della tesi secondo la quale Dio designerebbe, per governare un certo popolo, tale o talatra persona.

Infine, tanto nella monarchia assoluta che nella liberal-democrazia e nel socialismo, figlio di quest’ultima e nipote della prima, sono frutti dello spirito borghese, e da secoli dominano il mondo, prodotti della rivoluzione con la “r” minuscola. Questo è null’altro se non il processo antitradizionale iniziato con la “riforma” ed il “rinascimento” e che produsse fra le altre aberrazioni la “Rivoluzione” (anti)francese del 1789, la “Rivoluzione” (anti)russa del 1917 e il maggio 1968 a Parigi, non potendo essere confusa con la Rivoluzione tradizionale, o semplicemente l’unica e vera Rivoluzione con la “R” maiuscola. Questa è un’attitudine verso i problemi e la realtà, una trasmutazione  integrale dei valori nel senso della difesa e restaurazione dei valori perenni della Tradizione contro i valori passeggeri dell’ antitradizione, una rivolta dello Spirito della Nobiltà contro lo Spirito della Borghesia, dei paladini dell’ Impero di Ariel contro le orde dell’ Impero di Calibano.

 

***

 

Prima di chiudere questo articolo sulla Monarchia Tradizionale, sociale, ereditaria, rappresentativa e municipalista, giudichiamo necessario sottolineare che, come insegna Antonio Sardinha, la  Monarchia è sopra il Re, che non è altro se non il suo primo servitore ed organo principale e che noi, monarchici per dottrina come siamo,  non possiamo tralasciare di fare nostre le parole di Joao Pinto Ribeiro, proclamando fra l’altro che per noi la monarchia vale “per virtù propria, indipendentemente dalla persona che la incarna“.

Alo stesso modo, consideriamo importante precisare che  l’opera di edificazione di una Monarchia Tradizionale in Brasile porterà frutti solo se sarà basata sull’ Uomo Tradizionale, per cui il nostro primo dovere è quello di intraprendere la ricostruzione dell’ Uomo tradizionale, che possiamo anche denomianre Uomo Integrale.

Essendoci già dilungati troppo, diamo per concluso il presente lavoro, segnalando prima ancora una volta che la Moanrchia tradizionale è senza alcun dubbio la forma di governo più confacente allo Spirito nazionale di questo Impero di nome Brasile e quella che lo accrescerà maggiormente; coloro che non credono nella restaurazione – o instaurazione, come proclama il Patrianovismo – e chi chiamano sognatori, rispondiamo con le parole di Arlindo Veiga dos Santos: “Solo i sognatori, solo i visionari sono signori del futuro. I Sancio-Panza mangiano nel presente, dormono nel presente, muoiono nel presente. E scompaiono senza aver creato l’arte, la poesia, i fiori, gli Imperi.

 

Notas:
[1] AQUINO, Santo Tomás de. Do Governo dos Príncipes ao Rei de Cipro e do Governo dos Judeus à Duquesa de Brabante. 2ª ed. Trad. de Arlindo Veiga dos Santos. Prefazione di Leonardo van Acker. São Paulo: Editora Anchieta S/A, 1946, p. 43.
[2] Idem, p. 28.
[3] Idem, pp. 41-42.
[4] Idem, pp. 42-43.
[5] AQUINAS, Sanctus Thomas. Summa Theologica. Ia, IIae, q. 105, art. 1º.
[6] DEMONGEOT, Marcel, apud SANTOS, Arlindo Veiga dos. Para a Ordem Nova. São Paulo: Edição Pátria-Nova, 1933, pp. 39-40.
[7] SOUSA, José Pedro Galvão de. A ordem medieval e o pensamento político de Santo Tomás. In Vários. Introdução ao pensamento político. São Paulo: Federação do Comércio de São Paulo; SESC e SENAC; Instituto de Sociologia e Política, 1955, pagina senza numero.
[8] ALIGHIERI, Dante. Da Monarquia/Vida Nova. Trad. de Jean Melville. São Paulo: Martin Claret, p. 30.
[9] Idem, p. 32.
[10] Crediamo che l’ Impero Romano fu una Monarchia, sebbene non propriamente una Monarchia Tradizionale, posto che il potere non era ereditario. Già altri autori, per es. José Pedro Galvão de Sousa, considerano l’ Impero Romano non una Monarquia, ma invece una dittatura vitalizia, non ostante i tentativi, sotto i Flavi e gli Antonini, di introdurre il principio dinastico, requisito per la piena realizzazione della Monarchia (SOUSA, José Pedro Galvão de; GARCIA, Clovis Lema; CARVALHO, José Fraga Teixeira de.Dicionário de Política. São Paulo: T.A. Queiroz, 1998, p. 238).
[11] AQUINO, Santo Tomás de. Do Governo dos Príncipes ao Rei de Cipro e do Governo dos Judeus à Duquesa de Brabante, cit., pp. 42-43.
[12] Idem, p. 39.
[13] SALGADO, Plínio. O soffrimento universal. 3ª ed. Rio de Janeiro: Livraria José Olympio Editora, 1936, pp. 185-190.
[14] Idem. O pensamento revolucionário de Plínio Salgado (antologia organizzata da Augusta Garcia Rocha Dorea). 2ª ed. ampl. São Paulo: Voz do Oeste, 1988, pp. 73-75.
[15] AQUINO, Santo Tomás de. Do Governo dos Príncipes ao Rei de Cipro e do Governo dos Judeus à Duquesa de Brabante, cit., p. 43.
[16] LEONE XIII. Diuturnum Illud. Disponibile in:
Lettera enciclica di Sua Santità Leone XIII – Diuturnum illud. Accesso il 27/04/2010.
[17] Idem. Immortale Dei. Disponibile in:
Leone XIII – Immortale Dei. Accesso il 27/04/2010.
[18] Idem. Aeterni Patris. Disponibile in:
Leone XIII – Aeterni Patris. Accesso il 27/04/2010.
[19] Idem. Rerum Novarum. Disponibile im:
Rerum Novarum – Leone XIII – Enciclica. Accesso il 27/04/2010.
[20] Maciel, Antônio Vicente Mendes ( António Conselheiro). Sobre a República. In NOGUEIRA, Ataliba. António Conselheiro e Canudos. 2ª ed. aumentata con documenti ed appendici sull’ economia nella vita dei canadesi. São Paulo: Companhia Editora Nacional, 1978, p. 179.
[21] SARDINHA, António. António Sardinha (antologia). Selezione e prefazione di Rodrigues Cavalheiro. 2ª ed. Lisboa: Edições Panorama, 1960, p. 42.
[22] ALENCAR, José de. Discursos parlamentares de José de Alencar. Brasília: Câmara dos Deputados, 1977, p. 517.
[23] SCANTIMBURGO, João de. Política e Ética. São Paulo: LTr, 2002, p. 14.
[24] VIANNA, Oliveira. O occaso do Império. 1ª ed. São Paulo: Companhia Melhoramentos de São Paulo, 1925, p. 112.
[25] AFONSO CELSO. Oito anos de parlamento. Poder pessoal de D. Pedro II. Brasília: Editora Universidade de Brasília, 1981, p. 112.
[26] TAUNAY, Visconde de. Imperio e República. São Paulo: Companhia Melhoramentos de São Paulo, s/d, p. 15.
[27] LOBO, Aristides. Acontecimento único. In Diário Popular, São Paulo, 18 novembre 1889.
[28] SALGADO, Plínio. Extremismo e Democracia. São Paulo: Editorial Guanumby, s/d, pp. 15-16.
[29] SANTOS, Arlindo Veiga dos. Idéias que marcham no silêncio. São Paulo: Pátria-Nova, 1962, p. 44.
[30] Idem, p. 94.
[31] MELLA, Vázquez de. Vázquez de Mella (antologia). Selezione, studio preliminare e note di Rafael Gambra. S/d, p. 46. Disponibile in:
Vzquez de Mella Antologia. Accesso il 27/04/2010.
[32] SARDINHA, António. A Teoria das Cortes Gerais. 2ª ed. Lisboa: qp, 1975, p. 36.
[33] Idem, loc. cit.
[34] Idem, loc. cit.
[35] GAMBRA, Rafael. La Monarquía Social y Representativa en el pensamiento tradicional. Madri: Ediciones Rialp, 1954, p. 143.
[36] Idem, p. 150.
[37] Idem, p. 158.
[38] Idem, p. 182.
[39] Idem, p. 67.
[40] Idem, pp. 66-67.
[41] Idem, p. 66.
[42] Idem, loc. cit.
[43] MAURRAS, Charles. Enquête sur la Monarchie. Edição definitiva. Paris: Nouvelle Librarie National, 1925, p. 169.
[44] GUÉNON, René. Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi. Trad. italiana de Tullio Masera e Pietro Nutrizio. Milão: Gli Adelphi, 2009, p. 208.
[45] BRIÈRE, Yves de la. Quels sont nos devirs envers la cité?. Paris: Editions Flammarion, 1930, p. 62.
[46] Idem, p. 150.
[47] DONOSO Cortés. Carta ao diretor da “Revue des Deux Mondes”. In DONOSO Cortés. A civilização católica e os erros modernos. Intr. e trad. de José Pedro Galvão de Sousa. Petrópolis: Editora Vozes Limitada, 1960, p. 71.
[48] Idem, pp. 70-71.
[49] GAMBRA, Rafael. La Monarquía Social y Representativa en el pensamiento tradicional, cit., p. 159.
[50] Idem, p. 158.
[51] SOUSA, José Pedro Galvão de; GARCIA, Clovis Lema; CARVALHO, José Fraga Teixeira de.Dicionário de Política, cit., p. 229.
[52] AQUINO, Santo Tomás de. Do Governo dos Príncipes ao Rei de Cipro e do Governo dos Judeus à Duquesa de Brabante, cit., p. 23.
[53] GAMBRA, Rafael. La Monarquía Social y Representativa en el pensamiento tradicional, cit., p. 182.
[54] SARDINHA, António. A Teoria das Cortes Gerais, cit., p. 16.
[55] Idem, p. 17.
[56] TEJADA, Francisco Elías de. La Monarquía Tradicional. Madri: Ediciones Rialp, S.A., 1954, pp. 40-41.
[57] In questo senso: SARDINHA, António. A Teoria das Cortes Gerais, cit., p. 68.
[58] In questo senso: SARDINHA, António. A Teoria das Cortes Gerais, cit., loc. cit.; SOUSA, José Pedro Galvão de. O direito à revolução. In Hora Presente, ano I, nº 2, São Paulo, novembro-dezembro de 1968, p. 212.
[59] Sullo spirito borghese: SALGADO, Plínio. O espírito da burguesia. 2ª ed. In SALGADO, Plínio. Obras Completas, 1ª ed., vol. XV. São Paulo: Editora das Américas, 1955, pp. 1-176.
[60] SARDINHA, António. Glossário dos Tempos. Lisboa: Edições Gama, 1942, p. 222.
[61] RIBEIRO, João Pinto, apud SARDINHA, António. Glossário dos Tempos, cit., p. 113.
[62] SANTOS, Arlindo Veiga dos. Totalitários e democráticos na redenção social do Brasil. São Paulo: Pátria-Nova, 1962, p. 23.

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