La verità per Maria Antonietta

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La verità per Maria Antonietta

Una regina alla sbarra Il tribunale dei Goncourt assolve Maria Antonietta

Nella loro biografia i due fratelli raccontano una sovrana vittima di invidie e calunnie

Così Maria Antonietta, la più giovane delle figlie della grande sovrana e la sua prediletta, era stata educata fin da piccola, proprio in vista di tale obiettivo, in modo tale da farle assimilare il «gusto francese» in particolar modo nella cultura. La «consegna» agli inviati del Re di Francia della bella arciduchessa Maria Antonietta, all’epoca, splendente di giovinezza, era alta, longilinea, flessuosa e delicata di lineamenti, disinvolta e altera nel portamento avvenne secondo un suggestivo rituale in un padiglione costruito su un’isola del Reno nei pressi di Strasburgo. Maria Antonietta fece il suo ingresso nella parte del padiglione riservata alla corte austriaca, fu spogliata completamente perché non le rimanesse indosso nessun indumento di un paese che non era più suo, venne rivestita di abiti francesi e, così abbigliata, attraversò il padiglione presentandosi alla delegazione francese.

Questo rito simbolico insieme al racconto dettagliato del viaggio fatto dall’arciduchessa, tra manifestazioni di giubilo e sguardi ammirati e commossi dei contadini francesi, per arrivare a Compiègne dove l’attendevano il Re e il Delfino è descritto da Edmond e Jules Goncourt nei primi capitoli della suggestiva biografia della regina intitolata Storia di Maria Antonietta (pagg. 436, euro 20), pubblicata da Sellerio in una bella edizione a cura di Francesca Sgorbati Bosi. È un rito che simboleggiava l’abbandono delle proprie origini «austriache»: non a caso ella, prima di partire per la sua nuova patria, secondo un’antica usanza, aveva già dovuto fare una solenne rinuncia alla successione ereditaria, paterna e materna, con una cerimonia presieduta dal principe di Kaunitz, nella Sala del Consiglio alla presenza di tutti i ministri e consiglieri di Stato.

Maria Antonietta fu accolta, inizialmente, con simpatia anche a Corte. Il Re, Luigi XV, fu entusiasta di questa nuora, quasi bambina, allegra e gioiosa, volle accompagnarla a passeggio nei giardini di Versailles perché, scrivono i Goncourt, «vicino a lei gli sembrava di respirare un’aria più pura, come la freschezza di una bella mattina dopo una notte di orge». La benevolenza del sovrano fu tanto manifesta che ne fece ingelosire le figlie e, soprattutto, l’amante madame Du Barry. Divenuta regina, Maria Antonietta si trasformò gradualmente nel bersaglio di dame invidiose e cortigiani invadenti che ne contestavano gusti, amicizie, frequentazioni e l’accusavano di essere frivola e intrigante. Certo Maria Antonietta amava il lusso, i bei vestiti, le acconciature vistose ed elaborate, i gioielli e teneva moltissimo all’etichetta. Spendeva assai per il suo Trianon ma anche in beneficenza e come mecenate. Malgrado quel che si è scritto e che le venne imputato al processo, rifiutò sempre di metter becco nelle questioni politiche e di impegnarsi negli affari di Stato. Eppure il suo nome divenne oggetto di calunnie alimentate da libelli, pamphlet, satire, canzoni diffamatorie che avvelenarono quell’opinione pubblica, la quale, anni prima, aveva salutato con tanta gioia l’arrivo dell’arciduchessa «francesizzata» e ora, sprezzantemente, la liquidava chiamandola «l’Austriaca».

Le cognate, gelose, non l’avevano mai sopportata e una di loro un giorno le disse: «Voi non sarete che la Regina di Francia, ma non sarete mai la Regina dei francesi!». Il marito, Luigi XVI, l’amava, secondo i Goncourt, «di un amore che i Borbone fino ad allora avevano accordato solo alle loro amanti». E, in proposito, sempre secondo i Goncourt, era giustissima la battuta di una acuta malalingua del tempo, il caustico conte Antoine de Rivarol, secondo la quale Maria Antonietta nell’ereditare un amore del genere aveva ereditato anche gli odi e i nemici di una qualunque favorita reale.

Il ritratto che i fratelli Goncourt tracciarono, nella seconda metà del secolo XIX, di Maria Antonietta è benevolo e totalmente assolutorio. Ed è un ritratto a tutto tondo che si trasforma in un eccezionale affresco capace di far rivivere tutta un’epoca attraverso la puntigliosa ricostruzione di fatti, costumi, rituali, comportamenti, personalità: il tutto insaporito dal condimento di una sapida aneddotica. I due autori erano naturalmente affascinati dalla figura tragica della regina: i loro ideali «conservatori», se non addirittura reazionari, ebbero certamente un qualche peso nella redazione dell’opera.

Essi concepirono l’idea di scrivere questa biografia all’inizio del 1857 e cominciarono con scrupolosità a raccogliere materiale documentario di ogni tipo. Alla fine di quell’anno, quando il saggio era già avanti nella stesura, nel loro celebre Journal essi scrissero, alla data del 5 dicembre, una battuta che offre la cifra interpretativa del lavoro: «Più ci addentriamo nella storia della Rivoluzione, più la Rivoluzione ci appare odiosa e detestabile: persone cui puzzano i piedi, portieri, mostri stupidi».

Eppure, malgrado i pregiudizi antirivoluzionari dei suoi autori e malgrado la trasparente loro simpatia umana per Maria Antonietta, la biografia dei fratelli Goncourt non può essere ridotta al livello di quella pubblicistica apologetica che, nell’Ottocento, inneggiando alla «Regina martire», si opponeva alla letteratura, repubblicana e rivoluzionaria, che imputava a Maria Antonietta tutti i mali della Francia e le attribuiva la responsabilità di aver provocato, con i suoi difetti e la sua insensibilità, lo scoppio della Rivoluzione. Oggi si direbbe che questa biografia che non ha nulla del pamphlet ma tanto dell’affresco storico è un perfetto esempio di «revisionismo storiografico». E, ancora, un esempio di come si dovrebbe scrivere un bel libro di storia capace di far rivivere davvero il passato.

Ricostruire la vita e la personalità di Maria Antonietta non era facile. Basterebbe pensare, per cogliere la difficoltà dell’impresa, alle sensazioni contraddittorie evocate dall’immagine della giovanissima e splendente arciduchessa applaudita dai francesi al suo arrivo e da quella della regina condotta su una carretta al patibolo, le mani legate dietro la schiena e la cuffia di lino per coprire quel che restava della celebre chioma, la mattina del 16 ottobre 1793, tra ali di folla urlante contro la «cittadina Capeto»: una immagine, quest’ultima, resa celebre da uno schizzo, rapido ed essenziale ma drammatico, di Louis David. Eppure i fratelli Goncourt ci sono riusciti. E hanno aperto la strada a una «revisione» del giudizio negativo su Maria Antonietta

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