L’assolutismo di Hobbes

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Bassano del Grappa 13 maggio 2016
11 Maggio 2016

di Merico Cavallaro

Abbiamo visto Machiavelli, teorico politico molto scaltro che si potrebbe giudicare politicamente ambiguo per il fatto di presentarsi versatile ad esaltare, ora, i vantaggi e la potenza della repubblica, ispiratore del più spregiudicato assolutismo, dopo. Ma quella del Machiavelli è un’esaltazione di un assolutismo che non può avere effettività perché manca di qualsiasi struttura di governo, di qualsiasi organo che permetta la creazione di una struttura statale come anche di un fondamento, una macchina che s’identifica con la guerra e la violenza e che senza la guerra e la violenza non potrebbe esistere. Facciamo un salto, confrontiamo in due righe alcuni elementi essenziali dell’idea machiavellica per passare al massimo teorico dell’assolutismo che è Thomas Hobbes. Mentre per Machiavelli chi origina lo Stato è il principe con i suoi interessi, per Hobbes lo sono gli uomini mediante un patto suggerito dalla ragione; se per Machiavelli lo Sato si crea e si mantiene con la forza, la guerra e l’inganno, per Hobbes è generato dagli uomini che vogliono uscire dalla condizione di brutalità e di contrasto l’un verso l’altro stringendo patti tra uguali e vincolandosi al loro mantenimento; se per Machiavelli il sovrano ha il potere assoluto, non è vincolato al rispetto di regole (anzi, è preferibile che non si senta in dovere di rispettarle per non vincolare la propria azione), può frodare e ingannare per mantenere il potere, quello di Hobbes che è, sì, al di sopra delle leggi ma non della ragione comune a tutti gli uomini, che suggerisce le leggi, ed è vincolato al patto con i sudditi, non può procurare danno ai sudditi e deve governare per il loro benessere,in definitiva il sovrano non è mai al di sopra dei principi che regolano lo Stato.

 

Dunque, il sovrano hobbesiano ha un potere “assoluto” in quanto concentra in sé la totalità del potere e in quanto legibus ab solutus, al di sopra di tutto e di tutti in quanto emanatore delle leggi, egli è sottomesso alla “ragione” umana, l’agente meno determinato nell’opera del Leviatano che però è presente in tutti gli esseri umani e li spinge a trovare soluzioni per la salvezza, regole che tutti possono trovare riflettendo e che divengono leggi civili se regolate da un potere. Guardando secondo questa ottica le leggi non sono dovute al capriccio del sovrano ma a questa ragione ed essendo detta ragione comune a tutti gli uomini non è possibile che produca leggi contrarie al benessere della popolazione intera.  Ma c’è anche un’altra cosa che muove Hobbes, cioè la necessità di una stabilità: l’esperienza insegna che il cambiamento di rotta politica da una gestione all’altra anche se frutto non rispetta criteri di economia per l’abbandono di programmi e l’inizio di altri.

La necessità che muove la teoria hobbesiana è la realtà inglese seicentesca, dove la pace e la sicurezza sono necessità quotidiane, scopo è quello di garantire la vita e il benessere di quegli uomini di cui Hobbes fa un’analisi apparentemente spietata ma che in effetti è come ricavata in vitro postulando una situazione di natura in cui non esiste nulla e non esistono regole, se non quella di sopravvivere con qualsiasi mezzo. Alla base dello stato per Hobbes è l’uomo, per cui è interessante comprendere l’analisi che ne fa. Hobbes parte da una concezione meccanicistica della realtà secondo cui la conoscenza avviene attraverso corpi e contatti fisici e variazioni a livello interiore determinate da movimenti. L’uomo stesso non ha un’anima, quello che lo distingue dagli altri animali è la ragione che gli consente di fare congetture per il futuro ed è proprio la ragione che, vedremo, consente all’uomo di uscire dallo stato di natura. L’uomo, come tutti gli animali, è mosso dalle necessità di sopravvivenza e dalla volontà di soddisfare bisogni e desideri. La visione antropologica di Hobbes è ben riassunta con “homo homini lupus”: l’uomo tende per natura al contrasto con gli altri per soddisfare desideri e libertà assoluti, per l’uguaglianza naturale, che lo porta a desiderare e possedere esclusivamente tutti i beni che può. Hobbes immagina uno stato di natura, una condizione pre-politica, che possiamo dire di anarchia (“solitary, poor, brutish, and short”), dove tutti hanno lo stesso diritto sulle stesse cose, esercitando il quale diritto (sulle stesse cose) si viene a generare un conflitto, una guerra di ognuno contro tutti, dove la sicurezza personale è sempre in pericolo. Il modo per uscire da questa condizione è suggerito dalla ragione che indica di stringere un patto tra tutti per limitare il proprio diritto assoluto. L’uomo sente la necessità di fuggire i pericoli, sente il bisogno di vivere in pace: la ragione, comune a tutti gli uomini, sente che possono essere trovate soluzioni comportamentali che possono essere sintetizzate in quelle che Hobbes chiama “leggi di natura” le quali divengono vincolanti e rendono possibili la pacifica convivenza solo con la realizzazione di un organismo che regoli e garantisca la sicurezza, lo Stato.

L’assolutismo hobbesiano si fonda sul fatto che il sovrano riceve dal popolo il potere assoluto con un patto unilaterale (stretto tra i membri dello Stato) e irreversibile (una volta stretto, un patto non può essere sciolto) che egli è tenuto a rispettare e non può minimamente cambiarlo o violarlo. In virtù dell’osservanza a questo compito il sovrano ha il dovere di garantire sicurezza, pace e benessere al popolo e per fare questo deve mantenere concentrati i poteri, non deve consentire alcuna divisione che minacci un agire dei poteri in contrasto fra essi. Proprio il rischio di contrasti è alla base della giustificazione della preferibilità di Hobbes per il regime monarchico rispetto a quello di un’assemblea: questa può essere soggett molto facilmente a divisioni e contrasti. Una persona educata a non dare preferenze al colore politico può assolvere meglio al ruolo di arbitro come un altro genere di figura può fare, né un individuo con una provenienza politica né un’assemblea nell’ambito della quale possono generarsi contrasti. Ma anche un caposaldo dell’assolutismo come Hobbes non può evitare di trascurare il consenso dell’intera popolazione al potere sovrano che, quindi, si fonda sul patto tra uomini. Anche per Hobbes non ci può essere altra derivazione del potere se non l’accordo tra gli uomini: in pratica, il plebiscito deve essere addirittura alla base dell’assolutismo.

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