L’Europa ce la farà? Con più scienza e più cittadinanza

Comunicato stampa del 16 luglio 2016
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In attesa che gli inquirenti ne accertino genesi e obiettivi, la strage di Nizza costituisce un monito. Gemmata dai greci di Marsiglia, fiorente ai tempi di Roma, porto dei Savoia dal 1388 al 1860, quando venne ceduta alla Francia che l’aveva più volte assalita e duramente soggiogata, Nizza insegna che l’Europa che non è nata con la recente Unione (dal Parlamento randagio tra Bruxelles e Strasburgo) ma conta millenni di storia. La città di Garibaldi è anche emblema della lotta contro gli islamici: i saraceni, che ne furono cacciati nel 729, e i turchi, favoriti dai francesi, ma respinti dai nizzardi, animati dalla celebre Catarina Segurana. La Promenade des Anglais, teatro della tragedia del 14 luglio 2016, ricorda che la Costa Azzurra era popolata di britannici come la San Remo di Corso degli Inglesi, ove, accanto al Casinò, la chiesa cristiana ortodossa, simile al San Nicola di Nizza, evoca l’unità geo-storica e morale della cristianità: fulcro delle meditazioni di Cesare Balbo, Henri Pirenne, Fernand Braudel, Ruggiero Romano…

Classificare eventi drammatici come colpi di mano di un’unica strategia è semplicistico e conduce a sbagliare la strategia. Individua un unico avversario e lo ingigantisce. E’ il caso del Califfato,in realtà al centro della feroce contesa tra i tanti capi-setta islamici che se lo contendono, a cominciare dalla Turchia (motivo sufficiente per escluderla dall’Europa). Il guaio dell’età presente non è la globalizzazione, versione aggiornata della colonizzazione, dell’ Enciclopedia illuministica e della museografia (tutti motivi di vanto della Vecchia Europa), bensì la vulnerabilità dell’Occidente, succubo non sotto l’aggressione militare di uno Stato o di una “Comunità” (come sono gli islamici) ma per iniziativa di pochi individui. Di per sé il camion guidato dal franco-tunisino non è che un sasso o un coltello: molto più, ma anche la sua capacità di uccidere si esaurisce, come i caricatori dei mitra e le cinture esplosive. Il pericolo incombente è un altro: l’uso delle cognizioni e dei  mezzi che scienza e tecnologia hanno messo a disposizione di chiunque, in un mondo sull’orlo della catastrofe atomica non per volontà politica (cioè di uno Stato) ma per quell’“errore umano” che ci insegue dalla cacciata dal Paradiso terrestre e per iniziativa di pochi settari. Ordigni nucleari, armi chimiche e batteriologiche sono state ideate ma tenute sotto controllo dalla Civiltà Occidentale, che, pur crudele, è filosofia della vita. Avrebbero avere tutt’altro impiego se, anche grazie alla pirateria informatica, finissero preda  di religioni della morte, di filosofie che assicurano il trionfo finale della Luce ma solo dopo una lunga stagione di Tenebre: rivoluzione/espiazione, morte/resurrezione…

Nizza è vetrina d’Europa, dell’“umanesimo” enunciato dal Trattato di Lisbona, come lo sono da sempre Piemonte e Liguria. Per impedire che l’occupazione fisica del suo territorio da parte di adepti delle filosofie della morte si traduca in catastrofe occorre ripristinare il primato della razionalità, del diritto comune, della coesione tra cittadini e istituzioni, maggiore corresponsabilità: aiutare chi governa, ma esigere che amministri senza lassismo, senza abbandonare vaste plaghe a usi e costumi non consentiti dalle leggi vigenti in nome di un multiculturalismo cieco e farsesco. Il 14 luglio – va ricordato – non significa Rivoluzione, giacobinismo, Terrore ma Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino e quella solidarietà fraterna di cui si sono avuti tanti esempi anche a Nizza nella tragica notte del 14 luglio, tutt’altra cosa dal grigiore burocratico dell’Unione Europea e dalla magniloquente “Marsigliese. Anche la Francia, ostile nei secoli contro i tedeschi, arrogante con gli inglesi, spocchiosa verso gli italiani, arcigna con gli italofoni soggiogati, venata di antisemitismo ma balbettante dinnanzi alla radicalizzazione dell’islamismo, deve ritrovare se stessa. Solo così, forte di millenni di storia, con più scienza e più cittadinanza, l’Europa ce la farà.
DI ALDO MOLA

 

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