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Monarchia 3.0

di Fabrizio Nucera Giampaolo.

L’eterno dibattito tra la forma monarchica e quella repubblicana ha da sempre animato i vivaci dialoghi tra illustri giuristi, politici, filosofi ed intellettuali di ogni tempo. A fornire una valida e documentata soluzione a tale diatriba è intervenuto l’interessante studio compiuto dal prof. Mauro F. Guillén, classe 1964, sociologo, economista e specializzato in management, professore alla
Wharton School dell’Università della Pennsylvania, il quale ha esaminato le performances
economiche della monarchia, rafforzando la tesi che la monarchia è un potente motore economico e
democratico nei Paesi che hanno tale forma istituzionale. La dottrina dominante suole manipolare tale risultanza per dichiarare la supremazia della forma repubblicana, quale unica forma al passo con i tempi e con il progresso. Nell’epoca in cui l’alta alfabetizzazione non sempre è sinonimo di capacità e di supremazia sulla ignoranza e sul disordine, il pensiero unico dominante mediante il potere mediatico e la globalizzazione tendono ad imporci modelli e  sistemi atti a garantire ed attuare il piano generalista della “respublica universale”, dove i cittadini e le persone sono ridotti ad “individui- consumatori” e dove la cultura, la fede e quanto rappresenta la tradizione,  viene surclassato dalla  “dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie (Benedetto XVI)”.
Ergo, si tende a considerare a priori la monarchia come una forma istituzionale desueta, arcaica,
sinonimo di tirannia, feudalesimo o di nuovo oscurantismo medievale. Un esempio significativo sono i fatti di Catalogna. L’illusione popolare di risolvere tutti i propri mali e di poter sanare i drammi della post- crisi economica globale ha condotto al teatro ben studiato di un manipolo di politici nel tentativo di dare corso ad un golpe di Stato, seguendo il consueto filone rivoluzionario ossia in nome della “libertà, democrazia e uguaglianza” per costituire una indipendenza nazionalista che costa miliardi di euro, al solo scopo di eliminare tradizione e monarchia e dichiarare una “repubblica catalana” assolutamente fondata sull’interesse economico, non essendovi alcun altro presupposto nè storico né culturale. La scena teatrale del referendum (01.10.17) senza regole, presentato alle masse mediaticamente incitate come soluzione di tutti i mali e nel nome della conquista della libertà e democrazia, con tanto di proemio e maxischermi in piazza Catalunya – viene dunque messo in scena – e come la presa della Bastiglia di Sant’Antonio, storia altrettanto falsata ed enfatizzata – viene eretta a simbolo di una ri-conquista dove l’obiettivo è “ghigliottinare” ogni presunta “tirannia” anche se con metodi illeciti ed in piena illegalità. Anche in questo caso la repubblica viene vista come vittoria della libertà e della democrazia, rivalsa dei ceti popolari, uguaglianza e diritti civili, indipendenza e progresso. Nulla di così distorto! Nulla di più inesatto! L’epilogo in caso di sconfitta è l’esilio, ma non in una repubblica, bensì in una monarchia (Belgio) dell’Unione Europea. Un esilio volontario da parte del protagonista dell’opera, e tutto a spese del contribuente catalano ignaro.

L’analisi del prof. Mauro F. Guillén dimostra, di contro, che partendo dall’abdicazione di Re Juan
Carlos I e con l’ascesa di Felipe VI nel 2014, e con la dovuta comparazione tra i sistemi giuridici ed
i diversi ordinamenti europeei e mondiali, come il sistema monarchico sia da considerarsi, invece, il
più conveniente e vantaggioso”. I primi 10 Paesi al mondo con il più alto indice democratico, secondo l’accostamento dei dati ufficiali raccolti e dalle fonti a disposizione (Eurostat, indicatori mondiali di statistica, WDI, Banca Mondiale, agenzie di rating, Osce, dati tecnici, PIL etc..), 7 sono monarchie, non per caso o per buona sorte. I dati incrociati del prof. Guillen rilevano che le performances economiche e le spinte riformatrici nell’ambito di un sistema monarchico sono maggiormente dinamiche, grazie all’equilibrio istituzionale che la monarchia garantisce. Il binomio “monarchia costituzionale/federale/parlamentare” e “democrazia” generano un potente motore economico e di crescita decisamente più efficace e stabile rispetto alle repubbliche di qualsivoglia declinazione: si traduce in stabilità, in sviluppo economico e crescita sociale, in posti di lavoro, turismo, cultura, ed in un prezioso elemento psicologico che offre fiducia”.

Inoltre, le Famiglie Reali agiscono come una forza unificante, un valido collante che tutela le
identità territoriali e le autonomie meglio di qualsiasi repubblica. La Spagna, il Belgio, il Regno
Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda, ma anche la Federazione Malese e la Thailandia, il
Giappone, ma anche la Danimarca e l’Olanda sono esempi più che esaustivi. La monarchia rappresenta la migliore combinazione tra l’antico e il moderno: è una sintesi di flessibilità, percettibilità verso le nuove istanze della società, verso i cambiamenti e le innovazioni,
pur mantenendo misura e rigore ma anche fascino tradizionale, posizionandosi come ago della
bilancia nei divari politici interni, tra le fazioni, tra il progressismo e il conservatorismo, tra destra e
sinistra…; il popolo tutto di qualsiasi ceto ed estrazione può rispecchiarsi e considerare la Corona
quale punto fermo di riferimento, non politico o freddamente distante, ma concreto, “familiare”, la
famiglia delle famiglie, talora con pregi, debolezze umane, vizi e virtù, imperfezioni, ma anche con
gioie o sofferenze. Tale elemento psicologico porta implicitamente ad avvicinare società e
istituzioni in una comunità sempre più poliedrica e globalizzata e sempre alla ricerca di un punto
fermo di riferimento, sicuro e stabile. La monarchia, quindi, ha un vantaggio superiore anche per il ruolo che detiene: al di sopra e al di fuori dei giochi della politica spesso incline più alla cura degli interessi personali che a quelli della collettività. L’assenza, infatti, di quella sovrastruttura e organo di garanzia trans-politica che un Re esercita, favorisce l’ascesa di oligarchie, di interessi economici di parte, di lobby e di derive demagogiche.
La storia ci insegna esempi significativi: la maggior parte delle dittature sorgono dopo l’eliminazione forzata o rivoluzionaria delle monarchie e come anomalia dei sistemi repubblicani: la decadenza e la corruzione della Res publica dell’antica Roma ha permesso l’ascesa del Dux Cesare, proclamatosi “dittatore”. In nome e per conto della I repubblica francese proclamata il 10 agosto 1792 si imposero giudizi sommari ed ebbe origine il cosiddetto periodo del Terrore con la dittatura di De Robespierre e sino all’ascesa di un altro regime dittatoriale, quello di Napoleone. Dalla proclamata repubblica borghese russa, dopo l’abbattimento della monarchia zarista, ascese la dittatura sovietica che produsse milioni morti e perdurando per 70 anni. La dittatura hitleriana ebbe ascesa dalla neonata repubblica di Weimar in Germana.
Un presidente della repubblica è una figura di parte che, con presunta catarsi, con la sua
nomina/elezione si epura improvvisamente dagli interessi di maggioranze spesso elette da
minoranze, per divenire e trasformarsi in “rappresentante di tutti i cittadini” e “presunto garante“di
uno Stato “democratico”. Molte dittature sorsero proprio dalla esasperazione di tale ruolo.
La convinzione generale e la tendenza attuale suole valutare il sistema come “democratico”
allorquando questo è in forma repubblicana. Si tende persino a tollerare anomalie di sistema che
sono manifestamente non democratiche in tali regimi ( i governi tecnici non eletti ed imposti dalle
volontà del presidente della repubblica – quattro in Italia solo nella ultima legislatura 2013-2017 –
così come leggi elettorali discutibili, anche se dichiarate incostituzionali o contrarie alle logiche
democratiche ovvero l’elezione del presidente della repubblica con modalità e norme dichiarate
illegittime, frutto di arbitrari giochi di partito, di minoranze politiche divenute poi maggioranze
parlamentari, trasformismi o connubi….); in regime di monarchia, tutto ciò sarebbe certamente giudicato dai media e condannato senza appello come “spietata tirannia ”.

La repubblica italiana ha sancito che la costituzione democratica vigente, vecchia di 70 anni e frutto di un compromesso storico politico non venisse mai convalidata dal popolo mediante referendum. Inoltre la medesima, per oltre la metà del suo disposto non ha trovato attuazione sostanziale. Malgrado ciò la classe politica ed una certa parte intellettuale la consideri “la più bella del mondo” malgrado non tolleri alcun cambio istituzionale (art. 139 Cost). Tuttavia esiste una possibile e valida alternativa monarchica: lo tramanda la nostra storia millenaria, lo hanno asserito grandi menti e geni dell’arte, della scienza, della politica, della filosofia, lo evidenziano rispettabilissimi studi accademici ed economici.
Il “Bel Paese”, con la sua storia, le millenarie tradizioni, la peculiarità del territorio, le risorse e il
patrimonio storico, paesaggistico, artistico-monumentale, le sue chiese antiche, i borghi e le
campagne, le sue città con i suoi Palazzi e antichi parlamenti, ma soprattutto la sua eredità,
forma mentis e temperamento delle sue genti, possiede certamente quella sopita forza e
fierezza, quella identità dimenticata, ben lontana dai nazionalismi o da fenomeni campanilistici. Una altra Italia in una altra Europa è possibile, tornando a crescere e svilupparsi in una nuova prospettiva, mediante una armonica combinazione: una monarchia democratica parlamentare, in un sistema a base federale/confederale.
La migliore espressione di democrazia è il dotarsi della facoltà e buon senso di poter o voler
cambiare, liberamente, il proprio destino politico, nel segno delle riforme, del progresso, della
innovazione, della evoluzione sociale e culturale, ma non dimenticando le proprie identità e
tradizioni, grazie alla più antica forma di governo esistente dalla notte dei tempi.

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