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Perché il 25 Aprile una data che divide.

Lo storico Luciano Garibaldi: “Troppi interessi ostacolano la memoria condivisa”

di ANDREA ACALI

Il 25 aprile 1945 finiva la Seconda Guerra Mondiale con la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Si chiudeva così una pagina buia della nostra storia ma se ne apriva una non meno drammatica fatta anche di rappresaglie e vendette. In Terris ne ha parlato con il giornalista e saggista Luciano Garibaldi, autore di una quarantina di libri di storia in gran parte dedicati proprio a Hitler, Mussolini e alle vicende belliche di quel periodo.

Proprio in questi giorni, viene pubblicata da Ares una nuova edizione del suo libro “I Giusti del 25 aprile”. Chi sono? E quale significato hanno le loro storie?

“Il mio libro racconta l’eroica vita e la tragica e misteriosa morte di Aldo Gastaldi ‘Bisagno’, comandante della leggendaria Divisione ‘Cichero’ che combatté contro fascisti e tedeschi sull’Appennino ligure-emiliano; di Ugo Ricci ‘il Capitano’, ufficiale del Regio Esercito, eroe della Resistenza in Val d’Intelvi; e di Edoardo Alessi ‘Marcello’, colonnello dei Carabinieri, comandante della Prima Divisione Alpina Valtellina con base a Sondrio. Tutti e tre ufficiali del Regio Esercito, erano uniti da una comune e intensa fede religiosa e ispirati a un progetto di pronta riconciliazione con il nemico sconfitto. Se fossero vissuti dopo la Liberazione, avrebbero sicuramente impedito che fosse sparso il ‘sangue dei vinti’. In più occasioni, ricostruite nel dettaglio nel libro, si erano opposti ai programmi di vendetta ideati e poi realizzati dalle forze partigiane comuniste, le Divisioni ‘Garibaldi’. Ma Ugo Ricci fu fatto cadere in trappola con una spiata alle forze fasciste; Edoardo Alessi morì proprio nel giorno della Liberazione in un conflitto a fuoco più che sospetto, mentre la Medaglia d’Oro Aldo Gastaldi, ‘primo partigiano d’Italia’, morì in circostanze oscure e mai chiarite, mentre riportava a casa gli ex alpini della ‘Monterosa’ che avevano abbandonato le file fasciste per arruolarsi volontari nella sua formazione partigiana. Su questi tre autentici ‘gialli’ della recente storia d’Italia, rapidamente archiviati dalla storiografia ufficiale, ho indagato a fondo, avvalendomi delle testimonianze raccolte dai miei colleghi Riccardo Caniato, Luigi Confalonieri e Alessandro Rivali”.

Lei è uno storico dichiaratamente revisionista. Ritiene che siano maturi i tempi per un’analisi storica finalmente obiettiva, scevra dalle emozioni e dai (ri)sentimenti del dopoguerra?

“Sì, i tempi sono sicuramente maturi, lo dimostrano il desiderio delle generazioni più giovani e delle generazioni di mezzo di approfondire la conoscenza degli eventi che segnarono il ritorno dell’Italia alla democrazia dopo la ventennale dittatura fascista, e il loro interesse verso le opere che contestano quella che il grande storico Renzo De Felice definì la ‘vulgata’. Purtroppo, all’avvio di una analisi storica finalmente obiettiva si oppongono interessi non propriamente scientifico-culturali. Non dimentichiamo che chi aveva lottato per il ritorno dell’Italia alla democrazia non condividendo mai il punto di vista comunista, nel lunghissimo dopoguerra fu emarginato, perseguitato, calunniato. Un nome per tutti: Edgardo Sogno, di cui ebbi modo di ricostruire il calvario con il mio libro ‘L’altro Italiano. 60 anni di antifascismo e di anticomunismo’, anch’esso pubblicato da Ares, il mio editore preferito”.

Quanta verità c’è ancora da scoprire su quella che di fatto fu una guerra civile legata alla Liberazione?

“Le rispondo rifacendomi a quanto scrisse Cesare Cavalleri, direttore dell’Ares e di Studi Cattolici nella introduzione al mio libro. In quel fondamentale scritto, Cavalleri ricordava che il ‘sangue dei vinti’ fu sparso perché, al contrario di altre nazioni più fortunate, al termine della nostra guerra civile nessuno provvide a realizzare una pronta e ampia pacificazione degli animi come fecero Lincoln negli Stati Uniti e il generale Franco in Spagna. ‘Se l’ispirazione cattolica’, riprendo ancora le parole di Cavalleri, ‘che contraddistinse l’operato dei tre Eroi di questo libro, non fosse stata soffocata da forze ostili e preponderanti, forze ispirate ad un dichiarato ateismo, di certo il sangue dei vinti non sarebbe stato sparso con la spettrale ampiezza che ormai tutti conosciamo. Di certo i comandanti cattolici e monarchici avrebbero frenato e bloccato le spinte vendicative più feroci e più bestiali’. In proposito, è sufficiente ricordare che cosa scrisse il colonnello Alessi nel suo ‘manifesto alle forze fasciste’, diffuso in tutta la Valtellina: ‘Non vedete che Cristo è nuovamente crocifisso nella Patria? Non temete di nulla: l’Onnipotente ben sa che non è valida la promessa che vi fu strappata con l’inganno. E anche noi lo sappiamo. E vi chiamiamo sul nostro cuore. Accorrete nelle nostre file. Ne avete ancora tempo. E sarete redenti’. ‘E’ facile immaginare’ concludeva Cavalleri, ‘che cosa uomini del genere avrebbero fatto, e in che modo e con quale autorevolezza si sarebbero imposti onde impedire le stragi del dopo 25 aprile, se qualcuno non li avesse uccisi prima'”.

Lei è anche sostenitore della tesi della cosiddetta “pista inglese” per quanto riguarda la morte di Mussolini e Petacci. Ha trovato riscontri e sostegno a questa ipotesi?

“La ‘pista inglese’ fu fatta propria, nel 2004, dallo storico e regista americano, nonché ex agente dell’OSS a Roma nel 1944, Peter Tompkins, scomparso il 24 gennaio 2007. Tompkins, prima di realizzare un suo seguìto documentario televisivo andato in onda, appunto, nel 2004, venne più volte a casa mia per confrontare dati e documenti. Il lavoro di Tompkins e della sua collaboratrice (e moglie) Maria Luisa Forenza era basato essenzialmente sul racconto di Bruno Giovanni Lonati, un ex comandante partigiano ‘garibaldino’ che, mezzo secolo dopo i fatti, aveva deciso di rendere pubblica, scrivendo un libro-verità, una versione assolutamente inedita della morte del Duce: Mussolini era stato ucciso da lui la mattina (e non il pomeriggio, come voleva la ‘vulgata’) del 28 aprile 1945, mentre Claretta era stata soppressa dal mitico ‘capitano John’, l’agente segreto britannico inviato da Churchill sul lago di Como. Accolto con scetticismo dalla stampa italiana e con moderata curiosità da quella britannica, il documentario di Tompkins, frutto di anni di ricerche, interviste, letture di libri e testimonianze, conteneva tuttavia alcuni elementi validi che confermavano come la soppressione fisica di Mussolini e di Claretta Petacci fosse avvenuta nella mattinata, e non nel pomeriggio, del 28 aprile 1945. Perché dunque mentire così platealmente sulle circostanze della morte del Duce? Perché non portare Mussolini vivo sulla piazza di Dongo e fucilarlo assieme agli altri quindici gerarchi per vendicare i 15 partigiani uccisi un anno prima a Milano, in piazzale Loreto? O meglio: perché – come già comunicato per cablo al Comando Alleato – non portare tutti vivi a Milano per essere qui giustiziati in piazzale Loreto, coram populo, come si faceva a Parigi durante la Rivoluzione francese? E infine: perché uccidere la Petacci? I sostenitori della ‘vulgata’ continuano ad offrire una patente di credibilità ai tre ‘giustizieri’ comunisti Walter Audisio (il ‘colonnello Valerio’), Aldo Lampredi (‘Guido’) e Michele Moretti (‘Pietro’). Purtroppo la ricostruzione della morte del Duce e di Claretta Petacci fatta singolarmente da ognuno dei tre è la prima e la più devastante smentita della ‘vulgata’. Audisio scrisse che Mussolini, di fronte al mitra, sbavava dal terrore e balbettava: ‘Ma…, ma…, signor colonnello…’. Lampredi scrisse che Mussolini si aprì la giacca e gridò, virilmente: ‘Sparate al petto!’. Moretti rivelò a Giorgio Cavalleri (scrittore e storico comasco assolutamente ad di sopra di ogni sospetto di parzialità politica) che, prima di cadere sotto la raffica, il Duce gridò: ‘Viva l’Italia!’. Meglio non farla troppo lunga, anche perché di contraddizioni come queste ve ne sono a valanga e sono elencate tutte ne ‘La pista inglese'”.

Il 25 aprile continua a dividere? E cosa rappresenta oggi per l’Italia?

“Purtroppo sì, il 25 aprile continua a dividere. Eppure potrebbe essere ricordato come il momento finalmente conclusivo di una lunga e sanguinosa guerra civile, verificatasi in contemporanea con lo scontro militare tra le forze anglo-americane e le forze tedesche. Invece – come ricorda persino Google – è il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (Clnai), il cui comando aveva sede a Milano ed era presieduto da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani  proclamò l’insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia, facenti parte del Corpo Volontari della Libertà, di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo loro la resa. Tutto ciò, prima dell’arrivo delle truppe alleate, vincitrici della Seconda Guerra Mondiale. Contemporaneamente, il Clnai emanò una serie di decreti legislativi, assumendo il potere ‘in nome del popolo italiano e quale delegato del Governo italiano’, stabilendo tra le altre cose la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti. Forse ci si potrebbe limitare a ricordarlo come una importante data storica, più che come festa nazionale”

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