Teofilo Rossi di Montelera

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di Aldo A. Mola

Il 3 giugno 1917, una domenica, Teofilo Rossi, sindaco di Torino, andò a Pinerolo per l’inaugurazione del primo collegamento ferroviario a trazione elettrica. Da due anni, giorno dopo giorno, ribadiva il sostegno della città allo sforzo per la vittoria della durissima guerra in corso contro gli Imperi Centrali. Quell’innovazione tecnologica stava a dimostrare che il Piemonte era e rimaneva all’avanguardia della modernizzazione: pertanto andava solennizzata. Si trattava, infatti, di un importante potenziamento della rete ferrostradale che lo univa all’Europa, verso Parigi, Bruxelles e il Canale della Manica, sin dai tempi di Camillo Cavour. L’elettrificazione delle linee erano il passo in avanti dopo i trafori, da completare e migliorare (era il caso della Cuneo-Breil-Ventimiglia-Nizza, in cantiere da decenni). A Pinerolo Rossi parlò della missione europea della Nuova Italia e rese omaggio a Giovanni Giolitti, “più grande che mai nel cuore degli italiani”. L’avesse mai detto! Deputato dal 1882, quattro volte presidente del governo, dominatore del Parlamento dal 1901 al marzo 1914, consigliere comunale di Rivoli Torinese, lo statista, presente alla cerimonia, si era battuto per la trattativa a oltranza: ottenere “molto” per via diplomatica senza rischiare una guerra lunga, esosa e dall’esito incerto contro l’Austria-Ungheria e i suoi alleati, Germania in testa. Nel giugno 1917, due anni dopo l’intervento del 24 maggio 1915, il conflitto ristagnava. A marzo la rivoluzione aveva abbattuto lo zar; ad aprile gli Stati Uniti erano scesi a fianco dell’Intesa, ma rimanevano lontanissimi da concorrere direttamente sul terreno. Sul fronte italo-austriaco la guerra raggiunse punte di ferocia senza precedenti. Per tenere salda la macchina bellica mentre i caduti aumentavano mese dopo mese in “spallate” inconcludenti, il Comandante Supremo, Luigi Cadorna, ordinò misure disciplinari sempre più severe. Alla Camera venne formato il “fascio interventista” e nel paese imperversò il “fronte interno”, incline a liquidare come nemico o addirittura “traditore” chiunque appena accennasse a immaginare vie alternative per arrivare alla pace agognata. In quel clima esasperato, l’elogio di Giolitti scatenò la canea contro Teofilo Rossi, costretto l’8 giugno a dimettersi. Una brutta pagina di fanatismo. Lo sostituì Leopoldo Usseglio, assessore anziano.

Vennero così subito oscurati i grandi meriti Rossi che aveva acquisito nella sua folgorante carriera di amministratore locale e di uomo politico. Aveva alle spalle l’impresa paterna, la celebre industria enologica Martini & Rossi, emblema di una terra che intrecciava aristocrazia operosa  e borghesia rampante, all’insegna della scienza e della filantropia.

Nato a Chieri il 27 ottobre 1865, laureato in giurisprudenza a 21 anni, consigliere comunale di Torino dal 1896, deputato del collegio di Carmagnola alla morte di Emilio Sineo (1898), vi fu confermato nel 1900, nel 1904 e nel marzo 1909. Il 3 luglio seguente il quarantacinquenne Rossi fu nominato senatore per la 3^ categoria (i deputati per tre legislature o almeno sei anni). In via eccezionale, non entrò alla Camera Alta con una “infornata” ma con decreto uninominale, come poco prima il generale Paolo Spingardi, ministro della Guerra e già comandante generale dei Carabinieri. Il conferimento del laticlavio senatoriale rispondeva a una strategia alta. Rossi era stato assiduo alle sedute della Camera. Ora, però, lo attendeva un compito immane: guidare la maggioranza liberal-moderata a Torino e organizzare l’Esposizione Internazionale nel cinquantenario del Regno d’Italia.

Dopo il trasferimento della Capitale a Firenze (1864-1865) e poi a Roma (1870-1871), Torino aveva sofferto. L’Esposizione del 1884 mostrò che tuttavia stava risalendo la china. Ma solo a fine Ottocento giunse la svolta, con il decollo dell’industria automobilistica, la nascita dell’AMMA (Associazione industrie meccaniche metallurgiche e affini) e l’accelerazione della modernità. Il giovane Rossi operò in sintonia con l’anziano Tommaso Villa (genero di Angelo Brofferio), nominato senatore a sua volta ed espulso dalla massoneria con Edoardo Dàneo e il senatore Angelo Rossi perché favorevoli all’alleanza dei moderati, alternativa ai blocchi popolari (liberali progressisti, radicali, socialisti riformisti e frange repubblicane) varati in altre città sotto il grembiulino massonico, come accadde a Roma con Ernesto Nathan.

Da senatore Teofilo Rossi ebbe più tempo per la città e per l’Esposizione, preparata con viaggi Oltralpe e la tessitura di una fitta rete di relazioni dirette. L’Esposizione Internazionale del 1911 per Torino aprì l’età novella. Inaugurata da Vittorio Emanuele III, presenti Giolitti e numerosi ministri, le restituì il rango di seconda città d’Italia, non tanto per il volume del suo sistema produttivo (inferiore a quello dell’antico Ducato di Milano) quanto per la rivendicazione del suo ruolo primigenio nel processo di unificazione nazionale. Lì nel Vecchio Piemonte, essa aveva avuto radici con le riforme varate da Carlo Alberto dall’autunno 1847: elettività dei consigli comunali, provinciali, divisionali e libertà di stampa. Lo Statuto del 4 marzo 1848 segnò il passaggio dalla monarchia consultiva a quella rappresentativa, con una Camera elettiva accanto al Senato di nomina regia e vitalizio. Quegli organi istituzionali dettero corpo e voce a una dirigenza politico-amministrativa diffusa, migliaia di personalità che costituirono retroterra e garanzia dell’opera dei maggiori, quali Cavour, Lanza, Sella, La Marmora… sino, poi, a Giolitti. Ne fecero parte anche i sindaci di Torino, da Felice Rignon a Secondo Frola allo stesso Rossi: tutti eletti deputati in collegi di provincia e poi nominati senatori. Torino era fatta dai Piemontesi e dal 1815 anche dai liguri, come Paolo Boselli.

In coincidenza con l’Esposizione, il re creò Rossi conte di Montelera: riconoscimento della sua personalità e al tempo stesso “carta di credito” per i suoi rapporti con le delegazioni affluenti a Torino, folte di aristocratici. Da sindaco ampliò la cinta daziaria, coinvolgendo altri 130.000 abitanti nella trasformazione della città. Rossi non concepì Torino come mero contenitore di produzione e consumi. L’antica capitale era un’“Idea”, un valore. Perciò investì non in un’immagine retorica e in orpelli artificiosi, bensì nel forte richiamo alla sua storia, in specie a quella Rivoluzione piemontese del 1821 che (ricorda Pierangelo Gentile) costituì il terreno del suo impegno di studioso.

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Entro pochi mesi la saggezza delle parole pronunciate da Rossi a Pinerolo il 3 giugno 1917 fu confermata dai fatti. Il 1° agosto papa Benedetto XV definì la guerra una “inutile strage”. Il socialista Claudio Treves intimò: “Non un altro inverno in trincea”. In agosto Torino fu teatro di disordini contro il rincaro del pane. Nel timore di un’insurrezione venne impiegato l’esercito e l’intero Piemonte (eccettuato il Cuneese) fu dichiarato zona di guerra. Tra il 24 ottobre e il 9 novembre, incalzato dall’offensiva austro-germanica, Cadorna arretrò il fronte dall’Isonzo al Piave. A quel punto il governo presieduto da Paolo Boselli, impari al compito, fu sostituito con quello guidato da Vittorio Emanuele Orlando. Il fratello minore di Teofilo, Cesare Rossi (Chieri, 1866-Torino, 1926), deputato di Carmagnola dal 1909, poi di Torino, venne confermato nella nuova più robusta compagine quale sottosegretario a Poste e Telegrafi: carica già ricoperta da Teofilo nel terzo governo Giolitti, tra l’aprile e il luglio 1909. Quando nel 1920 Giolitti tornò per la quinta volta presidente del Consiglio lo volle sottosegretario alla Pubblica Istruzione accanto a Benedetto Croce.

Ministro di Agricoltura, industria e commercio nel secondo governo Facta (agosto 1922) il 31 ottobre, Teofilo Rossi fu l’unico giolittiano confermato nel ministero di unione nazionale presieduto da Benito Mussolini (31 ottobre), comprendente fascisti (appena 37 deputati su 535), nazionalisti, liberali, demosociali e i cattolici del Partito popolare italiano, guidato da Alcide De Gasperi e da Giovanni Gronchi: una coalizione ispirata a principi liberisti, capace di conciliare il ripristino dell’ordine pubblico con l’efficienza dello Stato e dell’amministrazione locale. Ottenne ampio successo in Parlamento. Nell’unico caso in cui fu assente per impegni all’estero, Mussolini delegò proprio Rossi a presiedere la seduta del governo: un evento del tutto eccezionale. Quando il ministero dell’Agricoltura venne fuso in quello dell’Economia Nazionale (affidato a Mario Orso Corbino, 1 luglio 1923) Mussolini ringraziò Rossi per l’opera prestata:“Tutto ciò che hai fatto resta; tutto quello che hai iniziato verrà condotto a compimento”. Membro di numerose commissioni senatoriali, fu nominato ministro di Stato e commissario generale per l’Esposizione in programma a Parigi. Morì appena sessantaduenne a Torino, il 27 dicembre 1927.

Il gruppo piemontese dei Cavalieri del Lavoro (associazione presieduta dal giolittiano piacentino Giovanni Raineri) tre anni dopo propose di erigergli un monumento e ne affidò il compito a Edoardo Rubino, molto legato a suo cognato, Annibale Galateri di Genola. La realizzazione fu più volte rinviata, sino al 30 ottobre 1955 quando venne finalmente scoperto. Figura in veste di ambasciatore onorario. La sua memoria, però non è consegnata solo a quel bronzo, nell’assordante  sottopassaggio dei Giardini Reali, né nelle strade che ne ricordano il nome. è nell’Idea di Torino, prima capitale d’Italia e città europea. Quella è la sua eredità. Attualissima. Perché le città, i popoli, gli Stati non vivono solo di “pil”. Hanno bisogno di Ideali. Di Missioni.

Aldo A. Mola

(*) Teofilo Rossi, il sindaco di Torino della Grande Esposizione è il titolo di un volume del Centro Studi Piemontesi, a cura di Tomaso Ricardi di Netro e con scritti di Rosanna Roccia, Pier Luigi Bassignana, Pierangelo Gentile e Silvia Cavicchioli.

 

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