Umberto II

L’EREDITA’ MORALE DEL IV RE D’ITALIA

di Aldo A. Mola (*)

Da trentatré anni Umberto II, quarto re d’Italia, riposa nell’Abbazia di Altacomba: oltralpe, in una terra che non è “Italia” ma non è neppure “Francia”. E’ la Savoia, una “regione” dell’Europa mille anni orsono in cerca di unità dopo il breve Sacro Romano Impero di Carlomagno. Quell’Europa subiva altre invasioni da est (ungari, slavi…), da nord (i vichinghi) mentre gli islamici dominavano anche il Mediterraneo centro-settentrionale, dalla Spagna alla Sicilia e infierivano sulle coste italiane.

Morto a Ginevra il 18 marzo 1983, ad Altacomba Umberto riposa dirimpetto a Carlo Felice, ultimo discendente diretto del ramo di Filippo Senzaterra che, di secolo in secolo, alla Casa dette i duchi e poi i re, sino a quando la corona passò ai Carignano: Carlo Alberto, Vittorio Emanuele II, Umberto I, Vittorio Emanuele III e lui, Umberto II. Ai Savoia l’Italia deve unità e indipendenza.

Umberto II, principe di Piemonte, nacque a Racconigi il 15 settembre 1904. La sua figura sintetizza la tragica grandezza della Nuova Italia: un’Idea che si è fatta storia e che. Malgrado tutto, resiste nelle tempeste.

Unico maschio dei cinque figli di Vittorio Emanuele III e di Elena di Montenegro, fu educato per assumere la Corona quando fosse l’ora: studi giuridici, storici, letterari e, soprattutto, il severo “mestiere delle armi”. Nel novembre 1922, appena maggiorenne, poco dopo l’avvento del governo Mussolini (inizialmente di unione nazionale, non già un “regime” totalitario), in divisa di ufficiale giurò fedeltà al re, suo padre, capo delle Forze Armate. Estraneo agli affari politici ma non alla vita del Paese, al rovesciamento del Duce (25 luglio 1943) e alla proclamazione dell’armistizio (8 settembre) Umberto era comandante delle Armate Sud. Pur con dubbi, il 9 settembre 1943 seguì il governo Badoglio e i Reali da Roma a Brindisi, unica alternativa alla lorocattura da parte dei tedeschi che a fine luglio erano scesi in Italia in assetto di guerra (ufficialmente per difenderla) e in Roma contavano migliaia di “sfusi”, pronti a misure punitive nei confronti degli italiani, ex alleati. Lo conferma la tragica sorte di Mafalda di Savoia, principessa d’Assia, catturata con l’inganno dalle SS e deportata in campo di concentramento in Germania, ove morì in circostanze tragiche.

Ormai padroni del Mediterraneo da Gibilterra, Malta e Suez (la marina e l’aviazione germanica vi erano irrilevanti) e sollecitati da Stalin ad aprire il secondo fronte nella Francia settentrionale, gli anglo-americani non avevano alcun interesse a “liberare” davvero l’Italia dai tedeschi: più ve ne rimanevano, meno ne avrebbero avuti sul fronte decisivo, aperto nel giugno 1944 con lo sbarco in Normandia. Perciò, il re e il governo, rifiutata l’offerta “pelosa” di ricoverarsi su una nave dei vincitori (cioè nelle mani di chi aveva imposto la “resa senza condizioni”, pretesa da Stalin alla conferenza di Casablanca), raggiunsero la Puglia, unica regione libera da tedeschi e da “alleati”.

Dopo la tardiva dichiarazione di guerra alla Germania da parte del governo (13 ottobre), malgrado il rango di principe ereditario Umberto ispezionò continuamente il fronte e si espose in missioni rischiose, anche in aereo, che gli meritarono plauso e persino decorazioni al valore da parte degli anglo-americani, ammirati dal suo freddo eroismo.

Combattuto dal Comitato centrale di liberazione nazionale, osteggiato anche da liberali come Benedetto Croce (che nel gennaio 1944 intempestivamente ne chiese l’abdicazione), insidiato da Badoglio, che con false lacrime si propose “reggente”, e infine arrogantemente pressato dagli anglo-americani, il 22 aprile 1944 Vittorio Emanuele III accettò di trasferire al figlio tutti i poteri della Corona alla liberazione di Roma, ove avrebbe dovuto avere luogo l’atto formale. La realtà fu diversa. I ministri del nuovo governo Badoglio (“politici” che erano stati all’estero o alla finestra per vent’anni) non giurarono fedeltà al re (come da statuto) ma “sul proprio onore”, impegnandosi a non compiere alcun atto pregiudizievole per la forma dello Stato. In realtà, operarono da repubblicani militanti; alcuni su direttiva di stranieri. Lo fece anche Carlo Sforza, collare della Santissima Annunziata, gonfio di livore contro la monarchia e aspirante capo di Stato (non sapeva che Churchill ne aveva annunciato il rientro in Italia scrivendo che vi rimandava “il vecchio scemo”).

Il “cambio” tra sovrani non ebbe alcuna solennità. Gli anglo-americani impedirono a Vittorio Emanuele di rientrare in Roma, da loro usata quale scenario per celebrarvi chiassoso “trionfo”. Da Luogotenente “del regno” (anziché “del re”, come originariamente stabilito) Umberto dovette sùbito fare i conti con la litigiosità dei partiti e con le imboscate di giornalisti stranieri. Secondo Sergio Romano avrebbe dovuto assumere il comando di un reggimento. Però aveva ben altre priorità. Gli “alleati” non consentirono mai al riorganizzato Esercito Italiano di allestire un’Armata. Al Primo Raggruppamento Motorizzato seguirono il Corpo di Liberazione e poi i Gruppi di Combattimento, mai un’Armata, appunto.

Gli anglo-americani avanzarono sino alla Linea Gotica e lì a novembre si fermarono lasciando ai tedeschi le regioni più popolose, ricche e produttive d’Italia, amministrate dalla Repubblica sociale italiana. La guerra civile vi imperversò aprendo ferite mai rimarginate. Ne ha scritto Mario Bernardi Guardi in “Fascista da morire” (ed. Mauro Pagliai).

Dopo la resa dei tedeschi (Caserta, con effetto dal 2 maggio 1945) e il sanguinoso “regolamento di conti” tra italiani sino al 5 maggio e molto oltre (quando era più rassicurante passare la notte in carcere che arroccati in casa, esposti a chissà quali canagliate: fu il caso di Giovanni Agnelli in Torino), da Luogotenente Umberto operò con tenacia per la ricostruzione e la pacificazione, guadagnandosi la stima, tardiva, di statisti stranieri (fu il caso di Churchill) e di politici pur inizialmente prevenuti nei confronti della monarchia. Il 25 giugno 1944 firmò la legge che affidò al voto degli italiani la scelta della forma istituzionale, premessa di leggi successive (spesso confuse e contraddittorie) sui modi della consultazione e dei suoi effetti. E fu lui a sottoscrivere le leggi istitutive del diritto di voto femminile e gli statuti di regioni in condizioni all’epoca speciali (ma ormai da decenni privi di ragion d’essere).

Il 9 maggio 1946 Vittorio Emanuele III abdicò e partì per Alessandria d’Egitto: “per l’estero”, non “in esilio”. In vista del referendum istituzionale e dell’elezione dell’Assemblea costituente (fissato il 2-3 giugno seguenti), Umberto II percorse febbrilmente il paese, soprattutto l’“Alta Italia”, riscuotendovi ampia simpatia. Era garanzia di pacificazione. Alla vigilia del voto annunciò da Genova che, se la monarchia fosse prevalsa, la nuova costituzione sarebbe stata sottoposta a referendum confermativo: prova d’appello per la forma dello Stato. Nessun repubblicano fece identica offerta.

Dei circa 28.000.000 di potenziali elettori, quasi quattro milioni non poterono votare: interdetti per motivi politici, ancora prigionieri di guerra o semplicemente perché non ricevettero il certificato elettorale, mentre altri ne ebbero anche più di due. Agli abitanti dell’Alto Adige e della Venezia Giulia venne falsamente promesso che avrebbero votato… poi, cioè mai. Se oggi ai seggi spesso domina il caos, non sorprende che in quelle votazioni siano stati praticati migliaia di brogli, mirati a far vincere la repubblica. Lo dicono i documenti. Mentre incombeva il punitivo Trattato di Pace, la campagna elettorale registrò toni molto accesi, spesso violenti. Il generale Arnaldo Azzi si spinse al turpiloquio contro il Re. Le votazioni però si svolsero senza incidenti di rilievo. Come previsto dalla legge, il 10 giugno 1946 la Corte Suprema di Cassazione comunicò che la repubblica aveva ottenuto circa 12.700.000 voti; la monarchia 10.700.000. Le schede bianche erano più di 1.500.000. Mancavano ancora i dati di molte sezioni. La Corte si riservò di pronunciarsi in via definitiva il 18. Ma la notte fra il 12 e il 13, con gesto rivoluzionario, il governo (formato da socialcomunisti, democristiani, repubblicani, azionisti e… liberali molto “timidi”, a eccezione di Leone Cattani) conferì le funzioni di capo dello Stato al presidente del consiglio, il democristiano Alcide De Gasperi, che accettò. Fu un colpo di stato. L’Ammiraglio Ellery Stone informò re Umberto che gli anglo-americani non ne garantivano l’incolumità. Se uomini armati (mandati dal governo o dal Viminale) avessero invaso il Quirinale e assalito caserme, i militari fedeli al giuramento al re avrebbero risposto? Sarebbe stata la guerra civile. Per scongiurarla, Umberto II lasciò Roma in aereo alla volta del Portogallo, ove sin dal 5 aveva mandato la regina e i quattro figli con l’incrociatore appena rientrato da portare i genitori in Egitto. Partì senza riconoscere la repubblica, che del resto ancora non c’era (“nacque” solo il 19 giugno). Sciolse dal giuramento verso la monarchia ma non alla Patria. La sua partenza rese superflua la temuta verifica dei verbali di scrutinio e delle schede (nulle, annullate, contestate e non attribuite: mai conteggiate in modo chiaro). Il 18 giugno i risultati veri del referendum erano ancora in confusione totale. La repubblica ebbe il favore di un magro 42% del corpo elettorale: nacque minoritaria. Umberto partì Re e lo rimase sino alla morte. Dal 1° gennaio 1948 la Costituzione vietò l’ingresso e il soggiorno in Italia agli “ex Re d’Italia, alle loro consorti” e ai loro discendenti maschi. Così la Costituente rese esuli i due sovrani che pur avevano evitato all’Italia la debellatio, assicurando la continuità dello Stato e risparmiando al Paese le terribili condizioni imposte invece alla Germania, spartita tra i vincitori e rimasta divisa sino al crollo dell’URSS. Il “muro di Berlino” fu l’emblema di quella catastrofe.

Vittorio Emanuele III morì il 28 dicembre 1947 ad Alessandria d’Egitto, ove è sepolto. Umberto II visse esule trentasette anni, apprezzato da Capi di Stato e dai Pontefici. Agli italiani mandò sempre messaggi di pacificazione, attualissimi, scanditi dal voto: “Italia innanzi tutto”. La repubblica non gli concesse di rientrare in Patria neppure per spirarvi: una crudeltà che costituisce una macchia indelebile. Riposa accanto alla regina Maria José. I suoi genitori vissero insieme dal 1896 alla morte del re, 28 dicembre 1947. Giacciono pressoché dimenticati in due diversi continenti: Vittorio Emanuele III nella chiesa di Santa Caterina ad Alessandria d’Egitto; la regina Elena a Montpellier ove si spense nel 1952. Unico Stato in Europa, l’Italia non ha riportato in Patria le salme dei propri sovrani. E’ un paese in ritardo con l’esame di coscienza. A settant’anni dal discusso esito del referendum urge un atto di coraggio o almeno di misericordia, di “carità patria”, anche per memoria di quanti si batterono e caddero issando la il Tricolore con lo scudo sabaudo, emblema dell’unità nazionale.

Nel 1849 Carlo Alberto partì per l’esilio come conte di Barge, Vittorio Emanuele III nel 1946 andò in Egitto quale conte di Pollenzo, Umberto II fu conte di Sarre. Il Piemonte deve fare, e subito, la sua parte per traslare in Italia le salme dei re. Non vi mancano luoghi memoriali. Nei decenni dell’esilio – ricorda la Princiipessa Maria Gabriella di Savoia, che ne serba viva la memoria con la Fondazione Umberto e Maria José – Umberto ricordava ogni dettaglio della Patria, evocata dalla Svizzera, da Beaulieu e negli innumerevoli incontri con la miriade di concittadini che lo visitarono a Villa Italia, a Cascais.

Conoscere meglio Umberto II, profeta di un’Europa di popoli uniti nella pace, nella libertà e nella dignità del proprio passato, significa farsi carico della storia nazionale, con le sue ombre (poche) e le sue luci (molte). Mentre nell’Europa centro-orientale tanti sperano che un nuovo Eugenio di Savoia fermi l’avanzata di chi non ne riconosce l’identità, non mira affatto all’integrazione e punta anzi a sottometterla, gli italiani hanno diritto di raccogliersi attorno alle salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena restituite alla Patria.

E’ il monito, fermo ed austero, che viene da Altacomba, trentatré anni dopo la morte di Umberto II.

(*) Presidente della Consulta dei Senatori del Regno

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Costituito a Roma il 30 maggio 2005 per volontà di un una compagnia di persone dall’ alto profilo morale ed intellettuale, “Rinnovamento nella Tradizione – Croce Reale” è un movimento culturale identitario, di cultura, valori, tradizioni e monarchia.

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