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di Francesco ATANASIO

A VOI LA GLORIA DI PIANTARE IL TRICOLORE SUI TERMINI SACRI CHE LA NATURA POSE AI CONFINI DELLA PATRIA NOSTRA…

Che in occasione del centenario della Grande Guerra l’ufficialità delle celebrazioni e dei convegni cerchi di oscurare il ruolo svoltovi da Vittorio Emanuele III non sorprende. Non sorprende parimenti ex adverso la posizione di quanti ritengono la dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria il risultato di un “colpo di Stato” del sovrano ai danni del Parlamento. L’azione del Re, che autori come Gioacchino Volpe esalteranno nel primo dopoguerra e altri come Giovanni Artieri, dopo il 1946, rievocheranno con toni più riflessivi, è parte integrante della memoria nazionale unitaria: ad acclararlo nuovi dati sono emersi, ad esempio, dalla pubblicazione delle memorie di Francesco Degli Azzoni Avogadro, suo aiutante di campo effettivo dal maggio 1915 all’aprile 1919. Ed allora che peso ebbe il Re in quei giorni cruciali?

L’art. 5 dello Statuto del Regno  disponeva che: ”Al Re solo appartiene il potere esecutivo. Egli, il Capo supremo dello Stato: comanda tutte le forze di terra e di mare; dichiara la guerra; fa i trattati di pace, d’alleanza…dandone notizia alle Camere tosto che l’interesse o la sicurezza dello Stato li permettano”. Solo i trattati che determinavano “un onere per le finanze o variazione del territorio” erano subordinati “all’assenso delle Camere”. Oltre 50 anni di vita parlamentare avevano assicurato ai governi libera iniziativa politica e alla Camera dei Deputati non indifferenti poteri di intervento: si era dato vita a un sistema parlamentare liberale che nella monarchia trovava il suo punto di equilibrio e di tutela degli interessi nazionali con un ponderato incoraggiamento allo sviluppo civile della Nazione. Lo stile sobrio e austero di Vittorio Emanuele III aveva accreditato l’immagine di un Capo dello Stato poco “influente” e la concessione nel 1912 del suffragio universale per la popolazione maschile sembrava consolidare l’idea di una monarchia “socialista”, ossia marginale, per come stigmatizzato in un coevo ed omonimo libello di Missiroli. A Vittorio Emanuele III, rispettoso fino allo scrupolo delle prerogative istituzionali altrui (sia pur temperato da un sano realismo sulle capacità degli uomini politici italiani…), era invece riservata “l’ultima parola” negli affari pubblici e soprattutto in politica estera! E’ opinione consolidata che il Re ritenesse la Triplice Alleanza un necessario gravame per tutelare le nostre posizioni in Europa, ma che occorresse riservarsi mano libera per progredire nel Mediterraneo e nei Balcani: la vittoriosa guerra di Libia e i risultati diplomatici ottenuti dal ministro degli esteri San Giuliano in Albania e in  Medio Oriente stavano a dimostrarlo.

Le decisioni assunte dal governo austro-ungarico dopo Sarajevo, in palese dispregio della Triplice Alleanza, risvegliarono in Vittorio Emanuele III tutte le sue convinzioni antiasburgiche  (Vienna era l’unica capitale europea che non aveva mai visitato…), ma – come scrive Montanelli – nell’”occuparsi molto assiduamente delle cose di Stato, le vedeva con assoluta lucidità, e tutti i suoi gesti obbedivano a un bel calcolato disegno. Non ci sono elementi per dire che fin da principio egli manovrò per l’intervento. Ma ce ne sono abbastanza per ritenere che fin da principio egli se ne prospettasse l’eventualità”. A differenza di Giolitti, che auspicava una neutralità ad oltranza perché timoroso della tenuta dello Stato nazionale, o del partito socialista italiano, ancorato a posizioni pacifiste contrariamente a quelli tedesco e francese, il Re aveva compreso il carattere “nuovo” e “mondiale” del conflitto: pur sollecitando  nell’autunno 1914 le trattative con Vienna e Berlino, egli “sentì” che gli interessi della Nazione, ai quali Casa Savoia si era consacrata fin dal 1848, avrebbero trovato nel campo avverso maggiore possibilità di soddisfacimento. In questa scelta il Re ebbe il conforto del governo, rinnovatosi nell’ottobre 1914, e del Parlamento, ove la maggioranza dei deputati pur facendo riferimento a Giolitti era sensibile ai valori del Risorgimento. Anche l’opinione pubblica giocherà un suo ruolo se è vero che la gran parte dei quotidiani nazionali – dal Corriere della Sera a La Tribuna, ad eccezione de La Stampa – assunsero quasi subito posizioni filo interventiste. Il Quirinale fra l’autunno del 1914 e la primavera del 1915 diverrà più che mai il cuore nevralgico della Nazione che, formatasi da pochi decenni, solo nell’istituzione monarchica poteva trovare la tutela del proprio futuro in un conflagrazione che stava assumendo rapidamente caratteristiche inusuali con conseguenze inimmaginabili.

Il sovrano, che aveva seguito l’evoluzione delle trattative con la Triplice Intesa, conclusesi con la firma a suo nome del Patto di Londra il 26 aprile 1915 (rimasto riservato per le previsioni dello Statuto) e la denuncia il 3 maggio della Triplice Alleanza, dovette affrontare la crisi del governo Salandra. Giolitti, che solo il 9 maggio apprendeva nel dettaglio dei nuovi accordi, vi si dichiarò contrario e a Salandra profetizzò la  nostra immediata sconfitta e l’arrivo di “un milione di tedeschi contro di noi, l’occupazione di Verona, la ritirata dietro il Po, la conquista di Milano, la rivoluzione nel Paese.” Il 10, incontrato il Re, che gli rappresentava la cogenza degli impegni assunti, gli proponeva di scioglierli facendo pronunciare alla Camera dei Deputati (ove i “suoi” deputati erano la maggioranza, ma che più volte avevano dato la fiducia al governo Salandra) un voto favorevole alle proposte dell’Austria Ungheria, rese note l’indomani da La Stampa. Il campo “neutralista”, che pure certi settori del Vaticano sostenevano, riprese coraggio, mentre quello “interventista”, grazie anche all’arrivo di D’Annunzio per la cerimonia di inaugurazione il 5 maggio del Monumento ai Mille a Quarto, teneva in agitazione il Paese con cortei e adunate 1.

Dinanzi alla posizione ostile di Giolitti, al quale circa 300 deputati e 100 senatori manifestarono solidarietà lasciandogli il proprio biglietto da visita al domicilio in via Cavour, il 13 maggio il governo diramava il seguente comunicato: “Il Consiglio dei Ministri, considerando che intorno alle direttive del Governo nella politica internazionale manca il concorde consenso dei partiti costituzionali che sarebbe richiesto dalla gravità della situazione ha deliberato di presentare a Sua Maestà le proprie dimissioni. Il Re iniziava le consultazioni offrendo a Giolitti di assumere lui l’incarico, che rifiutava al pari di Carcano, ministro del tesoro, di Marcora, presidente della Camera, e di Boselli, decano di Monte Citorio. Il 16,  respinte le dimissioni di Salandra, questi si presentava alle Camere convocate per il 20 maggio con all’ordine del giorno ”comunicazioni del governo” : fu chiesta l’approvazione con la massima urgenza di un disegno di legge per il “conferimento al Governo del Re di poteri straordinari in caso di guerra”. La Camera dei Deputati 2 si esprimeva con 407 a favore,74 contrari, 1 astenuto  e il Senato, presenti 264 componenti, all’unanimità tranne per due membri.

Furono le assemblee “costrette” in tal senso? Le agitazioni degli interventisti pesarono a tal punto? Il governo e con esso il Re prevaricarono sul Parlamento? E perché lo sciopero generale indetto dai socialisti fallì?

Il comportamento di Vittorio Emanuele III fu ineccepibile sia sotto il punta di vista formale che sostanziale: per i poteri concessigli dallo Statuto ed esercitati in condivisione con il  governo aveva fatto esplorare la via delle trattative con l’Austria – Ungheria nel solco della Triplice Alleanza. Dopo il loro fallimento per l’incapacità del governo asburgico (così come riconosceranno gli uomini politici tedeschi e proveranno i documenti diplomatici resi noti dopo il conflitto), ci si orienterà verso la Triplice Intesa. Il Parlamento liberamente il 20 maggio e il 21 maggio concedeva i pieni poteri al governo Salandra stipulando un nuovo “patto” sociale che farà superare all’Italia la prova del conflitto.

 

1)      A quanti ancor oggi parlano di manifestazioni “organizzate” si può rimandare a una testimone insospettabile: la rivoluzionaria Anna Kuliscioff, fondatrice del partito socialista italiano, scriveva in quei giorni a Filippo Turati, segretario del partito e suo sodale:“Voi attribuite le dimostrazioni a istigazioni dei fidi di Salandra-Sonnino. Ma se dovessi giudicare da Milano nessun governo, anche con la massima diffusione di agenti provocatori, potrebbe mettere in piedi manifestazioni di questa portata”

2)      Componevano l’assemblea, eletta nel 1913, 260 liberali, 58 socialisti, 21 riformisti, 73 radicali, 34 cattolici (non aderenti al gruppo liberale), 5 nazionalisti.

 

Francesco Atanasio – Presidente Federazione Istituto Nastro Azzurro – Siracusa

 

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