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Ludovica de’ Medici, la grande benefattrice

L’ELETTRICE PALATINA

La dignità fu veramente la cifra di questa principessa anche negli ultimi sei anni della sua vita

di Domenico Del Nero

Anna Maria Luisa de’ Medici, la grande benefattriceLudovica (Anna Maria Luisa)  de’ Medici

Nel Millesettecentosedici, tutti sani non più Medici. Tale bizzarra profezia era attribuita al senese   Brandano; [1] da parte loro i fiorentini, per non esser da meno, attaccarono più volte in quell’anno al portone di Palazzo Pitti il cartello appigionasi  in quest’anno che i Medici se ne vanno.  Profezie entrambe errate: non solo perché l’ultimo granduca, Giovanni Gastone I detto familiarmente Gian Gastone, morì nel 1737 e la sorella Anna Maria Luisa (l’Elettrice Palatina) il 18 febbraio del 1743, ma perché in realtà i Medici, da Firenze e dalla Toscana, non se ne sono mai andati.  “ Lasciate che i Medici riposino in pace nelle loro tombe di marmo o di porfido, perché han fatto più di qualsiasi re o imperatore, per la gloria del mondo”.  Questo elogio di Alessandro Dumas può forse apparire iperbolico, ma Firenze e la Toscana non possono che condividerlo. Non solo perché la loro presenza , con il caratteristico stemma con le “palle”, si nota quasi ad ogni angolo dei centri storici toscani, insieme a lapidi, busti ed effigi dei Serenissimi Granduchi;  ma soprattutto perché sono stati loro, attraverso il loro mecenatismo e l’amore per il bonum commune, a fare di Firenze e del suo dominio un qualcosa di unico al mondo.  La grande dinastia fiorentina oggi più che mai diventa un modello di dantesco “ben far”: da banchieri divenuti politici, i Medici  non asservirono lo stato al loro “particulare” ma per certi aspetti fecero esattamente l’opposto: già Cosimo Il Vecchio spese fortune per acquistare manoscritti antichi e restaurare conventi e monumenti e Lorenzo il Magnifico non fu certo da meno ; e una volta divenuti sovrani,  seppero veramente  fare della cultura e dell’arte una priorità della loro azione di governo: e non sono  in senso umanistico, se pensiamo ad esempio all’impulso dato alla scienza dal Granduca Ferdinando II, animatore della  galileiana Accademia del Cimento”.

Eppure, molti degli sforzi compiuti da questa famiglia straordinaria sarebbero forse stati in parte vanificati senza la preveggenza della loro ultima grande esponente, Anna Maria Luisa, l’Elettrice Palatina (11 luglio 1667-18 febbraio 1743.)

La Serenissima Elettrice cede, dà, e trasferisce al presente a Sua Altezza Reale per lui, e i suoi successori Gran Duchi, tutti i Mobili, Effetti e Rarità della successione del Serenissimo Gran Duca suo Fratello, come Gallerie, Quadri, Statue, Biblioteche, Gioie, ed altre cose preziose, siccome le Sante Reliquie e Reliquiari, e lor Ornamenti della Cappella del Palazzo Reale, che Sua Altezza Reale si impegna di conservare, a condizione espressa che di quello è per ornamento dello Stato, e per utilità del Pubblico, e per attirare la curiosità dei Forestieri, non ne sarà nulla trasportato, o levato fuori della Capitale, e dello Stato del Gran Ducato.”

E’ l’articolo terzo della celebre convenzione, detta anche Patto di famiglia, stipulata nel 1737, all’indomani della morte di Gian Gastone, tra l’Elettrice e la nuova dinastia granducale, i Lorena: essa stabiliva l’inamovibilità dalla Toscana di tutte le opere d’arte già di proprietà dei Medici come condizione per il loro passaggio alla nuova famiglia regnante, vincolandoli così di fatto alla nostra regione.  Con questo atto l’elettrice fece in modo che Firenze non subisse la sorte di tante città, come Ferrara o Urbino, che all’estinzione delle proprie dinastia si erano viste svuotate di tanti tesori d’arte: anche se è vero che i Lorena, che furono degnissimi successori dei Medici, non avevano certo lo spirito dei predoni , qualche episodio poco simpatico si verificò comunque nel primo periodo, quello della Reggenza;  e l’ultimo granduca regnante, Leopoldo II, partì da Firenze senza neppure una tabacchiera in tasca. Ma questo non toglie nulla al gesto straordinario dell’Elettrice, quasi unico per i suoi tempi e che consentì alla sua dinastia una fine davvero degna della sua grandezza e del suo attaccamento a Firenze e alla Toscana.

Anna Maria Luisa (o Ludovica), secondogenita del granduca Cosimo III e di Margherita Luisa d’Orleans,  aveva sfiorato nel 1690 la possibilità di un matrimonio con il delfino di Francia, ma paradossalmente fu proprio la madre, in lite perpetua con il consorte, a far naufragare il tutto perché la principessa era invece molto affezionata al padre.  Gli orizzonti matrimoniali si abbassarono così a un principe spagnolo e a un duca di Savoia, per poi “precipitare” addirittura in ambito Farnese o Estense. Tuttavia padre e figlia erano troppo orgogliosi del loro rango granducale per “abbassarsi” a tanto e come ricorda con spirito Piero Bargellini:  “Meglio zitella medicea, che coniugata Este o Farnese.”[2] Infine nel 1691 Cosimo III riuscì a combinare il matrimonio con un potente principe tedesco, Johan Wilhelm Principe Elettore del Palatinato – Neuburg, (1658-1716) rimasto vedovo due anni prima di una principessa d’Asburgo .  Anna Maria Luisa, divenuta   “Elettrice Palatina” , è così descritta da un testimone oculare al momento delle nozze: “Straordinariamente amante del fasto e molto dignitosa. Era alta, chiara di carnagione, aveva gli occhi grandi e espressivi, neri come i capelli; bocca piccola e labbra carnose, denti bianchi come l’avorio; aveva una voce maschia e rideva rumorosamente.” [3]

Un po’ strana quest’ultima notazione, per una principessa che ebbe sempre fama di grande dignità e compostezza.  Ma a prescindere dal volume della risata, aveva in fondo motivo di essere felice; perché, malgrado la differenza d’età il matrimonio riuscì benissimo e fu una splendida prova di una grande sintonia e sinergia, sia sul piano personale che su quello politico.  Il principe fu infatti un eccellente amministratore, che allargò e abbellì la sua capitale Dusseldorf, dandole un’impronta di nobile architettura e arricchendola d’opere d’arte. E per cose di questo genere capì l’importanza di avere al suo fianco una consorte fiorentina, che fu la sua prima consigliera e ispiratrice: un rapporto veramente alla pari, che va ulteriormente a onore di questa donna dinamica e intelligente, che si può porre senz’altro al fianco di altre grandi sovrane settecentesche.  Le numerose fonti iconografiche che mostrano una coppia di sposi regali sorridente e affiatata non sono, per una volta, dettate dalla convenzione ma ispirate a una bellissima realtà quotidiana.

Purtroppo nel giugno 1716 il Principe Elettore morì  e Anna Maria, che non aveva avuto figli,  tornò a Firenze,  a fianco del padre Cosimo III nella conduzione del granducato. Il vecchio sovrano, ormai deluso e frustrato nelle sue speranze di veder continuare la sua dinastia, tentò di assicurare anche alla figlia la successione, dopo quella di Gian Gastone, ma inutilmente.  Tra l’altro i rapporti tra fratello e sorella, che erano stati eccellenti in gioventù, si erano guastati e alla morte del padre, nel 1723, Anna Maria Luisa si vide messa da parte.  Solo quando anche l’ultimo granduca mediceo fu ormai in punto di morte, in condizioni igieniche e sanitarie quantomeno discutibili (ma forse su questo punto si è alquanto esagerato) l’Elettrice fece valere la sua autorità di principessa Medici, scacciando dalla camera del fratello certi cortigiani indegni e consentendogli una morte dignitosa e confortata dall’affetto.

E la dignità fu veramente la cifra di questa principessa anche negli ultimi sei anni della sua vita, nella quale si trovò nella delicatissima posizione di dover convivere con i rappresentanti della nuova dinastia: la cosiddetta “Reggenza”, in quanto il nuovo granduca Francesco III era il consorte di Maria Teresa d’Austria e imperatore del Sacro Romano Impero, per cui non poteva certo risiedere a Firenze (Firenze rivedrà un sovrano “stabile” solo nel 1765, quando la Toscana sarà dichiarata “secondogenitura” della casa d’Austria, separata dalla corona imperiale e affidata a Pietro Leopoldo).  Francesco III aveva offerto proprio a lei la reggenza dello stato, ma la principessa rifiutò. Chi era stato a pieno titolo membro di una illustre casa regnante non poteva diventare la semplice rappresentante di un’altra.

Passò i suoi ultimi anni in dignitoso riserbo e ritiro, vivendo nei suoi appartamenti a palazzo Pitti, rispettata e per certi aspetti anche temuta dalla nuova amministrazione.  Mecenate sino all’ultimo giorno, spese somme ingentissime per completare la splendida decorazione a mosaico marmoreo nella Cappella dei Principi in San Lorenzo, e in beneficienza.

Fu, come ricorda Bargellini “ Vera benefattrice, non solo dei poveri, ma di tutta la città”.[4]

 


[1] Bartolomeo Carosi da Petroio detto Brandano o Pazzo di Cristo ,1488 – 1544

[2] Piero BARGELLINI. I Medici, storia di una grande famiglia, Firenze, Bonechi, 1980, p. 403

[3] Harold ACTON, Gli ultimi Medici, Torino, Einaudi, 1987, p.181.

[4] Piero BARGELLINI, i Medici … cit. p. 413.

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