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Comunicato del 27 settembre 2016
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DI ALDO A. MOLA

Quattro vincitori, decine di concorrenti di alto valore. Come nelle gare ove merita scendere in lizza. È il bilancio del Premio Acqui Storia 2016, che ha registrato il record di 218 volumi a concorso nelle tre sezioni (scientifica, divulgativa, romanzo storico). Anche opere magistrali non hanno ottenuto riconoscimenti, ma rimarranno pietre miliari per rigore e fecondità scientifica. Basti, tra altre, La politica fiscale nell’età giolittiana di Gianni Marongiu, scritta a prosecuzione dell’altrettanto basilare La politica fiscale dell’Italia liberale dall’unità alla crisi di fine secolo (Olschki). Docente, storico, politico, Marongiu ricorda i pilastri portanti della Nuova Italia: uomini grigi, concreti, impermeabili ai vaniloqui e alle smargiassate, come Giovanni Lanza, Quintino Sella, Giovanni Giolitti… Anche il “maestro e vate” Giosue Carducci entrò in sintonia con il “dover essere”, contrapposto alla “flessibilità permanente” oggi invocata da politici ondulanti, peggio ancora che ondivaghi. Nella prefazione alla rivista “Il Paese” Carducci scrisse che per cinquant’anni l’Italia poteva fare a meno di poeti. Doveva invece occuparsi di statistiche, di igiene, di agricoltura, di trasporti e soprattutto di istruzione. Doveva divenire maggiorenne, fare i conti con la propria storia, fuori dal mito: confrontarsi, quindi, anche con la religiosità (ben altro dal misticismo e da certe fumisterie), che ne costituiva l’humus millenario sin dall’età greco-latina. Carducci aveva ragione, come l’avevano quanti nel 1914-1915 difesero il Parlamento e il Paese da versificatori di passo e da venturieri d’accatto.

La 49a edizione del Premio Acqui richiama bene il filo conduttore dell’Italia odierna: l’ansia di verità dopo decenni di furori ideologici, manipolazioni e opportunismi per non affrontare la realtà, come dimostrano le chiacchiere imperversanti sulla legge elettorale, ridicolmente denominata “Italicum”, e sulla sciagurata riforma della Costituzione. Lo si coglie non solo dalle opere premiate, ma anche dal ventaglio dei “Testimoni del Tempo” chiamati a raccolta da Carlo Sburlati, responsabile esecutivo del Premio: personalità diverse, scomode in un Paese così corrivo al conformismo al punto che oggi il vero anticonformista è chi per farsi capire non ulula, non dissente clamorosamente, non chiede applausi né attende fischi, ma medita in solitudine e parla pacato. È il caso di Maurizio Molinari, studioso di prim’ordine e autore di Jihad. Guerra all’Occidente (Rizzoli), che ha fatto di “La Stampa” il quotidiano italiano più attento ai nervi sensibili della politica internazionale, come ai tempi di Alfredo Frassati. Testimone pugnace, orgoglioso di un passato che non era solo suo personale ma del Paese, fu Giorgio Albertazzi: il premio destinatogli nella scorsa edizione sarà ritirato dalla moglie, Pia de’ Tolomei. Esempio della fatica quotidiana di non vivere succubi delle convenzioni e dei luoghi comuni è un altro “Testimone del Tempo”, Maurizio Belpietro, che, manco a farlo apposta, ha varato or ora il quotidiano “La Verità”: obiettivo arduo in un’epoca in cui nuovamente si affollano dietrologie, invenzione di poteri occulti, logge, monsignori deviati e altre diavolerie…

Segnano la via i libri premiati dall’Acqui Storia 2016, a cominciare dal romanzo Notturno Bizantino di Luigi De Pascalis (ed. La Lepre) e dai due vincitori ex aequoper la divulgazione storica (giuria presieduta da Giordano Bruno Guerri): il sofferto e liberatorio Mio padre era fascista di Pierluigi Battista (Mondadori) e Il corsaro nero. Henry de Montfired, l’ultimo avventuriero di Stelio Solinas, denso di lirismo e di nostalgia per un mondo irripetibile di sfida quotidiana agli imperi e alla natura.

La più severa lezione di ricerca della verità è impartita, infine, da Vladimiro Satta, vincitore della sezione scientifica, presieduta da Maurilio Guasco, con I nemici della Repubblica (Rizzoli): quasi 900 pagine, 200 di note. In questo Paese succubo dei complottismi attizzati per i motivi più disparati (vellicare gli istinti plebei, sconcertare i borghesi come già si diceva nell’Ottocento, alimentare servizi e controservizi) Satta è lapidario: in Italia lo Stato è cresciuto malgrado il sessantottismo permanente e truffaldino, la conflittualità sociale, gli attentati, le Brigate Rosse (a lungo spacciate per “compagni che sbagliano”), Ordine Nuovo, opposti estremismi, terrorismo politico di vario segno e la “tragedia di Moro”, ora oggetto dell’ennesima Commissione parlamentare d’inchiesta (tema già scandagliato a lungo dall’Autore). Anche se molte pagine di quei decenni rimangono ancora oscure, Satta fa tabula rasa delle panzane più smaccate e demolisce una volta per tutte le fandonie su Licio Gelli, demonizzato per sviare l’attenzione da ben altri artefici dei nostri guai. Mentre per decenni i “piduisti” furono (e ancora vengono) dipinti quali mostruoso polipo che avvinghiava l’Italia nei suoi tentacoli (persino un gran maestro parlò della P2 come “metastasi” della massoneria, dimenticando che essa era nel piedilista del Grande Oriente), Satta ricorda che alla P2 si iscrisse un migliaio di personalità disparate, ma fra queste non vi furono né il presidente della Repubblica o quello del Consiglio, né ministri dei dicasteri chiave, né i vertici della magistratura e delle Forze Armate. Fu, si può dire, un cenacolo di “aspiranti”, in attesa (vana) della sacra fiammella. Quindi “sarebbe iniquo – conclude giustamente Satta – incolparla di ogni sventura nazionale, caso Moro e brigatismo rosso compresi”.

Con gli apprezzati documentari di “Storia in Rete” Alessandra Gigante e Fabio Andriola (Premio Storia in TV) hanno provato che si può fare fiction senza indulgere alla mistificazione, mentre Simona Colarizi, premio alla carriera di storica, si pone nel solco dei suoi predecessori, quali Roberto Vivarelli e Giuseppe Galasso per la cui Storia d’Italia scrisse il XXIII volume, La seconda guerra mondiale e la repubblica (Utet). La Targa conferita al “Notiziario Storico dell’Arma dei Carabinieri” suggella l’edizione che prelude al Cinquantenario del Premio storico italiano di maggior prestigio. In segno di riconciliazione potrebbe consegnarla il mio amico Vittorio Sgarbi, Testimone del Tempo 2016, la cui superiore intelligenza talvolta rima con veemenza (*).

Il tempo delle fiabe è finito, dunque. È ora di fare i conti con… i conti che non tornano: il bilancio dello Stato e con i tagli alla cultura e alla ricerca: una vergogna. Come ha detto il suo maggiore sponsor, Pier Angelo Taverna, il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria al Premio non è una spesa ma un investimento: per la Quarta Italia, che ha bisogno di studi innovativi, di riscoprire la lettura non qualche giorno all’anno in fabbriche dismesse o capannoni per caso, ma nel raccoglimento quotidiano.

 

Aldo A. Mola

 

(*) La premiazione avrà luogo sabato 15 ottobre all’Ariston di Acqui Terme con la conduzione di Mauro Mazza e Antonia Varini.

 

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