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monetare

QUELLA TOMBA DIMENTICATA DI VITTORIO EMANUELE III

DOVEVA ESSERE UNA SEPOLTURA PROVVISORIA PER L’ EX SOVRANO MORTO LONTANO DALL’ ITALIA NEL 1947

AD ALESSANDRIA D’ EGITTO

Quella tomba dimenticata di Vittorio Emanuele III «L’ Italia è il solo Paese al mondo nel quale non potrei entrare per deporre un fiore sulla tomba dei miei genitori, ma continuerò a battermi perché possano riposare al Pantheon: quel che accadrà a me non ha importanza». Parole di Umberto di Savoia in una intervista al «Corriere» ad Alessandria d’ Egitto. Eravamo nella chiesa di Santa Caterina, dove Vittorio Emanuele III è sepolto, e il «re di maggio» non immaginava che per molto tempo ancora suo padre sarebbe rimasto lì, quasi dimenticato. Anche dalla famiglia, a sentire i racconti del Padre Guardiano e dei frati francescani dell’ antico convento, dove una volta venivano ospitati i pellegrini diretti in Terra Santa. Santa Caterina si trova nella città vecchia, in una ragnatela di strade anguste. Qualche anno fa dovette subire importanti lavori di restauro, che non risparmiarono la tomba del re, dietro l’ altare maggiore. Vennero rimossi pavimento, corone, bandiere, la grande lampada d’ argento dorato uguale a quella del Pantheon. «Rimetteremo tutto a posto», mi disse il Padre Guardiano. «Con la speranza che poi qualcuno ci aiuti. Sono anni che non arrivano offerte dall’ Italia, nemmeno per le messe: le celebriamo gratis». Quando dopo l’ abdicazione giunse ad Alessandria, il 14 maggio del 1946, Vittorio Emanuele III andò ad abitare con la regina Elena nella casa con giardino che avevano comprato a Shuma, un sobborgo ai margini della campagna. «El Malek el Sughaiar», il piccolo re, mi raccontarono i suoi vicini di allora, usciva raramente, non riceveva, non accettava inviti. Se è vero che voleva scrivere un memoriale sui suoi rapporti con Mussolini, non ne ebbe il tempo. La vigilia di Natale del 1947 Vittorio Emanuele III si sentì male e dovette mettersi a letto. Disse al professor Maggiorino, direttore dell’ ospedale italiano: «Mi tolga di qui, ho tante cose da fare». Spirò nel pomeriggio di domenica 28. La salma fu ricoperta da un tricolore con stemma sabaudo, ed Elena la vegliò tutta la notte. All’ alba davanti all’ ingresso di Villa Jela arrivò un taxi, con una piccola bara sul tetto. Ma i funerali, per ordine di re Faruk, furono solenni. Misero il feretro su un affusto di cannone, e il corteo sfilò in mezzo a una grande folla e alle truppe schierate. «Requiescat in pace», disse l’ amministratore apostolico Fitzmaurice alla fine della cerimonia, mentre la bara veniva issata nella nicchia. Doveva trattarsi di una sepoltura provvisoria, in attesa di una sistemazione più conveniente. Nel 1972, visto che non accadeva nulla, i frati prepararono un progetto per spostare la salma in una delle cappelle della navata centrale. Padre Tranquillino, il Guardiano di allora, scrisse a Umberto: «Vi informo, permettete Maestà, che la somma necessaria per la nuova tomba del vostro carò Papà è di 5 milioni di lire…». Nessuna risposta da casa Savoia, e per lunghi anni nessuna visita dei suoi giovani rampolli. Così è passato più di mezzo secolo, e Santa Caterina non fa quasi più parte dell’ itinerario della memoria.

Josca Giuseppe

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