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La Romagna è un Ducato

 

Dal 1501 si trasmette il titolo di Duca di Romagna. Chi lo detiene oggi? Perché nella storia il Ducato non ha avuto successo?

Con l’assoggettamento della Romagna a Cesare Borgia, duca di Valentinois (cioè Duca Valentino), un anno dopo la caduta di Caterina Sforza in quel di Ravaldino, nel 1501 suo padre, papa Alessandro VI, con l’autorità apostolica sua e del Concistoro, creò il titolo avocandolo al corpo di onori e benefici propri della Chiesa. Fu destinato, com’era prevedibile, a Cesare Borgia: un riconoscimento per la conquista di un territorio particolarmente riottoso. Di fatto, uno Stato propriamente detto chiamato Ducato di Romagna non si è mai perfezionato, in quanto ben presto la sorte volse a sfavore dei Borgia. Rimase però il titolo, in potenza destinato a diventare, nei vagheggiamenti del Valentino, il vessillo di una grande Nazione protetta da Roma. Per esteso, il giovane Cesare (non aveva neppure trent’anni) poteva vantare i titoli di: principe di Andria, principe di Venafro, duca di Valentinois, duca di Romagna per autorità apostolica e del Concistoro, duca di Urbino, conte di Diois, duca di Camerino per autorità apostolica e del Concistoro, Signore di Imola, Forlì, Sassoferrato, Fermo, Fano, Cesena, Pesaro, Rimini, Faenza, Montefiore, Santarcangelo, Verucchio, Carezza, Savignano, Meldola, Porto Cesenatico, Tossignano, Solarolo, Monte Battaglia, Forlimpopoli, Bertinoro.

Quando il Duca fece il suo ingresso a Forlì la città, ancora sforzesca, era bloccata e spaccata a metà. Meglio Cesare o Caterina? Intanto, le truppe del figlio del Papa si dedicano ai saccheggi e ai soprusi comuni a quel tempo e l’urbe, dal 19 dicembre 1499, è interamente controllata da 14 mila invasori: ottomila fra fiamminghi (da cui discendono coloro che oggi portano il cognome Flamigni o simili), alemanni e svizzeri, duemila francesi, duemila tra spagnoli e guasconi, inoltre duemila tra preti, frati, artigiani, osti, cuochi e una gran copia di meretrici. I forlivesi potenti o erano già saliti sul carro del vincitore, o studiavano la situazione non lesinando inchini al Valentino. E poi c’era lei, Caterina, rinserrata nella sua rocca, città-Stato, con il suo piccolo esercito. Il problema iniziale era far dormire tutti questi stranieri, ma con la forza si ottiene tutto. Sabato 21 dicembre, tutti i forlivesi furono costretti a mettere una croce bianca sul petto, bambini compresi; chi non la portava veniva bastonato e ferito. I soldati assalirono poi il convento delle domenicane, nessuno intervenne: fu il Duca a mostrare un volto umano, punì chi offese i luoghi consacrati e ordinò che non venissero più fatte cose simili. Il Duca stesso, immaginandosi una Romagna Stato con lui, per evidenti raccomandazioni, a capo, iniziò a farsi benvolere dal popolo, rispondendo alle denunce dei soprusi che i suoi soldati stavano continuando a perpetrare. Dopo un Natale passato in famiglia, con il cardinal cugino Giovanni, legato di Bologna, Cesare Borgia diede la buona notizia al Papa suo padre della presa di Forlì, anche se la rocca era ancora di Caterina. La battaglia definitiva iniziò nei giorni successivi, tra bombardamenti e trattative: giovedì 26 il Duca per due volte andò a cavallo fino al fossato della rocca, sembrava un paladino. E qui cercò di scendere a patti con la Tigre di Forlì. Due giorni dopo la rocca subì gravi danni: ma gli attaccanti, specialmente i francesi, erano terrorizzati dai forlivesi: temevano, come un dejà vu, la mattanza che sterminò i loro antenati a Calendimaggio del 1282. Così il Duca impose a tutti i liviensi di consegnare le armi. Ma la “guerra lampo” non finì nei tempi previsti, Caterina resisteva, e iniziarono a scoprirsi i nervi del Borgia. A farne le spese, tra altri, fu lo speziale Giorgio dei Folfi, torturato, decapitato e messo al rogo per il sospetto di aver avvelenato un francese. L’assalto finale ebbe luogo il 10 gennaio: le bombarde lanciarono proiettili giorno e notte contro Ravaldino. Finì male per Caterina che da sola aveva affrontato i quindicimila armati e le artiglierie del Re di Francia, forse per demerito di uno dei suoi. Borgia vinse, ma per poco.

Ancora oggi a Forlì, lungo via Giovanni dalle Bande Nere, si vede il punto in cui la rocca di Ravaldino offrì una breccia che causò la sua caduta, è suggellata da una grande lastra di marmo con lo stemma bianco dei Borgia. A colori, il blasone del Duca di Romagna sarebbe come si nota nell’immagine, con il caratteristico toro rosso in alto a destra (con gigli francesi e chiavi di San Pietro). Ma la fortuna di Cesare durò un paio d’anni. Il 18 agosto 1503 morì Alessandro VI, suo padre, e nei giorni successivi fu preparato il ribaltone. Il breve pontificato di Pio III (morrà due mesi dopo il predecessore) aprì le porte all’elezione di Giulio II, il “Papa guerriero” che tolse al Duca il governo della Romagna, lo fece arrestare e rinchiudere in Castel Sant’Angelo da cui poi sarebbe evaso. Avrà comunque vita breve, il Valentino, cadde in guerra in Navarra nel 1507. Con lui fu sepolto il titolo di Duca di Romagna de iure et de facto.  Lasciò una bambina di sette anni, Luisa, unica sua figlia legittima avuta con Carlotta d’Albret. Luisa Borgia, morta nel 1553, aveva ereditato il titolo di Duchessa di Romagna (probabilmente non mise mai piede da queste parti). Con la pace di Cateau-Cambrésis, la regione viene divisa tra i Farnese (Parma e Piacenza), gli Estensi (Ferrara, Modena e Reggio) e la parte da Bologna in giù cade definitivamente sotto la giurisdizione dello Stato Pontificio. Da quel 1559 nessuno parlò più di Ducato di Romagna, pertanto anche i romagnoli ne persero memoria.

Da allora il titolo di Duca di Romagna entra a far parte del maggiorasco della famiglia Borgia, cioè dell’integrità dei diritti e dei titoli trasmissibili al solo primogenito. Con la caduta della stirpe valenziana, il titolo non è più di competenza pontificia ma rimane esclusiva della controversa famiglia spagnola. Se i Borgia (su cui la letteratura si è divertita ad accentuare i punti foschi) non fossero stati travolti dalla storia, forse il Ducato di Romagna sarebbe sopravvissuto quantomeno fino all’Unità d’Italia. Quindi: esiste ancora oggi il Duca di Romagna? Secondo logica, sì. Risulta difficile comprendere come questo “maggiorasco” (puramente formale) si sia trasmesso nei rivoli della famiglia Borgia (ricca anche di figli illegittimi). Possono essere citati alcuni esempi, in ogni caso il pretendente non sarebbe in Italia. Infatti, la faccenda è intricata. Da un lato, i Borbone-Busset, discendenti diretti di Luisa Borgia, stirpe che affonda le sue radici nei capetingi. Il primogenito vivente dello scrittore parigino Giacomo di Borbone-Busset, Carlo, sarebbe dunque Duca di Romagna? In ogni modo, anche in questo caso risulterebbe ben lontano: vive in una località chiamata Ballancourt sur Essonne. Discendente in vita di Luisa Borgia è pure il principe Sisto Enrico di Borbone-Parma, molto più spagnolo che italiano. Allontandosi sempre di più, avrebbe sangue ducale anche Rodrigo Borja Cevallospresidente dell’Ecuador tra il 1988 e il 1992, discendente di Giovanni Borgia, fratello di Cesare.

http://www.forlitoday.it/blog/il-foro-di-livio/la-romagna-e-un-ducato.html

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