1916 – Verdun

1916. INCUBO E SUCCUBO GENERANO MOSTRI, GUERRA INDUSTRIALE, COLLASSO, RIVOLUZIONE

di Aldo A. Mola

Un secolo fa cominciò in Francia la Battaglia di Verdun, la più lunga del primo conflitto mondiale. Il maresciallo tedesco von Falkenhayn aveva programmato l’attacco il 12 febbraio 2016. Per il maltempo lo rinviò al 21. Alle 7.15 del mattino iniziò un bombardamento senza precedenti. Continuò sino alle 16. I tedeschi avevano ammassato 1250 cannoni e 2 milioni di proiettili. Sotto la pioggia di fuoco la terra tremò sino a 160 km dalla linea di fuoco. Contrariamente a quanto a lungo fu creduto, i germanici non miravano a conquistare la città più fortificata di Francia, ma ad attirarvi tutte le difese del nemico per martellarle sino a esaurirle. Esplose la “guerra industriale”. La conflagrazione europea era cominciata tra il 28 luglio e il 4 agosto 1914 nell’illusione della guerra lampo: poche settimane, una battaglia decisiva, la resa del vinto, un trattato di pace. Valevano due precedenti, studiati e ristudiati dagli strateghi: la guerra franco-germanica del 1870 e le battaglie dell’età napoleonica. Costavano migliaia di morti ma si chiudevano in un paio di giorni (Marengo, Austerlitz, Wagram, Jena, Friedland, Lipsia, Waterloo). Nel 1914 l’offensiva tedesca contro la Francia fallì per l’imprevista resistenza del re dei Belgi, Alberto, che ne ritardò l’avanzata. La testa del martello germanico cadde più tardi di quanto avevano previsto Schlieffen e von Moltke junior e non arrivò ad aggirare Parigi. Sulla Marna il 6-9 settembre i francesi tennero duro. Da Parigi ogni auto disponibile, taxi compresi, fece la spola per portare i militari al fronte. Plebiscito della nazione. Tra agosto e settembre i russi avanzarono sino ai Carpazi ma furono sconfitti a Tannenberg, nella Prussia orientale. La guerra “di movimento” divenne “di trincea”. Fango, freddo, orrore. Il 1915 non registrò alcuna novità decisiva. Gli anglo-francesi idearono l’attacco ai Dardanelli e lo sbarco a Gallipoli per colpire i turchi e gli Imperi centrali da Sud. Un fiasco. La seconda battaglia russo-germanica dei Laghi Masuri fu di logoramento. Seguirono l’avanzata tedesca sino a Varsavia (luglio), l’ingresso della Bulgaria a fianco degli Imperi Centrali e della Turchia (in guerra dal 31 ottobre 1914, con mani libere per sterminare gli armeni, nel maggio-dicembre 1915) e la stasi generale.

Unica novità di peso nel 1915 fu l’intervento dell’Italia a fianco dell’Intesa anglo-franco-russa, il 24 maggio, proprio mentre era in corso l’avanzata austro-germanica contro la Russia. Il governo di Roma (Salandra-Sonnino) sapeva bene che lo strumento militare, agli ordini del comandante supremo Luigi Cadorna, non era adeguato, ma anch’esso (colpevolmente) si cullava nell’illusione della guerra breve: da chiudere entro l’anno.

L’offensiva di Verdun mutò la guerra. Non mancarono colpi di scena, come l’abbandono del forte di Douaumont da parte dei francesi, né prove di eroismo al di là dell’immaginabile, come la resistenza nel forte di Vaux, guidata dal comandante Raynal. Ma ormai dagli uomini la parola passò ai “materiali”. Il teatro della battaglia fu circoscritto a pochi chilometri di fronte, meno ancora di profondità. Avanzate e ritirate di due-tre leghe consumarono centinaia di migliaia di proiettili e decine di migliaia di vite. Una recita assurda se vista sul campo. Alle spalle dei combattenti pulsava la produzione di guerra. Il valoroso principe ereditario di Germania, Guglielmo, rimase scettico dall’inizio. Senza una vittoria chiara, netta e convincente la guerra “industriale” era destinata a durare all’infinito. La Germania aveva un apparato produttivo enorme ed efficiente. Ma la Francia non era sola. Contava sul Regno Unito di Gran Bretagna, che aveva alle spalle l’immenso impero coloniale e immense riserve di uomini e materiali (come dichiarò lord Kitchener), tanti paesi per il momento neutrali (Portogallo e Olanda, con i rispettivi imperi) e soprattutto gli Stati Uniti d’America, infastiditi dalla guerra navale germanica, specialmente quella condotta dai sottomarini.

La battaglia di Verdun terminò il 18 dicembre con un bilancio di circa 700.000 morti, quasi equamente ripartiti. Il 24 giugno era iniziata quella della Somme, che durò sino al 24 novembre e costò circa un milione di morti. Nella difesa di Verdun, comandata dal generale Philippe Pétain, rimasero leggendari i 65 km della “Vie sacrée”, lungo la quale fluirono i rifornimenti con tutti i mezzi possibili. A un certo punto vi transitò un camion ogni 14 secondi, colmo di munizioni da fuoco e da bocca.

Il 27 agosto la Romania intervenne a fianco dell’Intesa. Forse sarebbe stata rilevante un anno prima, quando entrò in campo l’Italia. Ora era tardi. Mentre la Russia era in affanno, la Germania la assalì, occupò Bucarest, la costrinse alla resa (7 dicembre) ed ebbe a disposizione le sue immense risorse minerarie, a cominciare da petrolio, derrate alimentari e manodopera a basso costo. Altrettanto valeva del territorio polacco, ove Berlino inventò un “regno” (5 novembre) quale paravento dell’occupazione rude e predatoria.

* * *

E l’Italia? Svanirono i sogni di offensiva travolgente e di avanzata napoleonica su Lubiana per aggirare da sud il sistema difensivo austriaco, che sommava ostacoli naturali pressoché invalicabili, difese approntate nei decenni e opere allestite da quando l’Italia aveva dichiarato la neutralità, subito intesa da Vienna come preludio a futura aggressione. Cadorna ordinò ripetutamente offensive sull’Isonzo, anche per richiamarvi armate austro-ungariche e alleggerire i fronti degli alleati, la Russia, anzitutto, e la Serbia, seppure gli obiettivi di questi ultimi (arrivare all’Adriatico e dominarlo) fossero esattamente opposti a quelli dell’Italia. Le “spallate” continuarono nella primavera del 1916, con enorme sacrificio di uomini e di risorse. Cadorna non esitò a definire “infame” la guerra in corso. Non era affatto il Generalissimo cieco e disumano descritto dai suoi detrattori. Per ottenere l’esecuzione dell’accordo di Londra del 26 aprile 1915, cioè raggiungere non solo i “confini naturali” (dal Brennero all’Istria) ma anche tratti della Dalmazia, gli italiani dovevano battersi, come facevano gli alleati.

Il costo umano ed economico divenne altissimo. L’Esercito, espressione del Paese, fece eroicamente la sua parte. Il governo, invece, non risultò all’altezza. Salandra aveva giustificato l’intervento come “sacro egoismo”: una guerra degli italiani per obiettivi nazionali, mentre il conflitto era europeo. Lo capì molto meglio Cadorna, che sperava di attizzare movimenti irredentistici all’interno dell’impero austro-ungarico battendone l’esercito, considerato separato dalla macchina statuale, frutto del dominio di caste unite sopra e contro i rispettivi popoli. Il militare risultò più lungimirante di molti politici. Il 20-21 maggio 1915 Salandra aveva strappato al Parlamento un’apertura di credito al governo per misure straordinarie dettate dalla guerra imminente. Ma diffidava della Camera che, ricattata, votò contro voglia. Egli cercò di arrogarsene i poteri, la convocò di rado e la offese, minacciando di appellarsi al re per reprimerla. Così esponeva la monarchia alla rivolta del Paese. Nel marzo-aprile del 1916 la politica economica del governo fu ripetutamente deplorata in Parlamento, come documenta l’eccellente opera su La politica fiscale dell’età giolittiana di Gianni Marongiu (ed. Olschki), già finalista del Premio Acqui Storia.

Ad affondare Salandra provvide la spedizione punitiva lanciata dall’Austria-Ungheria a metà maggio. Cadorna non ci credeva, ma la fronteggiò, manovrando per linee interne coi mezzi disponibili (artiglieria ancora arcaica, poche riserve, mezzi di fortuna) e resse valorosamente.

Il 9 giugno il socialista Canepa chiese “un più efficace controllo parlamentare sull’opera del governo durante la guerra”. Salandra respinse la richiesta, ma rimase in minoranza. La “sua” guerra era finita. L’Italia aveva bisogno di un governo vero, nazionale. Ne ebbe uno “di transizione”, presieduto da Paolo Boselli, pletorico e talora pavido. Non voltò pagina. Pressato dagli “alleati” (mai amici), il 26 agosto l’Italia dichiarò guerra all’Impero di Germania, che non le aveva ancora mandato contro alcun uomo. Lo fece il 24 ottobre 1917, quando reparti di élite tedeschi sfondarono il fronte nell’Alta Valle d’Isonzo. Tra i giovani tenenti germanici vi era Erwin Rommel.

Il 1916 fu dominato dall’incubo: milioni di vite – padri di famiglia, giovani alle prime armi – bruciate nella grande fornace aperta da politici, diplomatici e militari (a volte vanesi) col benestare di capi di stato quanto meno conniventi. La guerra industriale fu succuba dell’incubo: sino a quando sarebbe stato possibile reprimere la rivolta generale? Insieme incubarono mostri: la rivoluzione contro lo zar, il crollo dell’impero russo, l’intervento in guerra degli Stati Uniti d’America con proposte dirompenti, l’offensiva austro-germanica che sfondò le linee italiane nell’Alto Isonzo e costrinse al ripiegamento da Caporetto al Piave. A salvare l’Italia dal baratro fu la lealtà dei neutralisti, che si batterono eroicamente perché “è sacro dovere del cittadino difendere la Patria”. Fu il magistero di Giovanni Giolitti; nel 1947 venne scritto nella Costituzione, oggi in vario modo stravolta e disattesa.

La Grande Guerra nel 1917 divenne la Prima guerra mondiale, preambolo della Guerra dei Trent’Anni (1914-1945) della “finis Europae”, che comportò anche la “finis Italiae”. Da quella fornace non si risale con le chiacchiere. Occorre studiare la storia, come disse Ugo Foscolo ai compatrioti, troppo spesso lecchini del potente di passo (*).

Aldo A. Mola

(*) Dell’Italia nella Grande Guerra si è parlato ieri a Dronero, presente il Comandante della Regione Militare Nord, per l’inaugurazione della Mostra sull’Esercito nella Prima guerra mondiale, allestita nella Sala Polivalente del Comune (Cinema Iris): un evento accompagnato dal volume “1915. Maggio radioso o colpo di Stato?”, pubblicato dal Centro Stampa della Provincia di Cuneo per il Centro Giolitti di Dronero-Cavour.

 

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