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Verbania, 17 ottobre 2010 |
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Friday 03 September 2010 |
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Ultimo aggiornamento ( Friday 03 September 2010 )
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Il Cardinale Newman e la ricerca della verità |
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Friday 03 September 2010 |
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Intervista a Cristina Siccardi, biografa del futuro beato di Carmen Elena Villa
TORINO, venerdì, 3 settembre 2010 (ZENIT.org).- Dopo aver viaggiato per cinque ore sotto la pioggia, l'8 ottobre 1845, il sacerdote passionista Domenico Barberi incontrò l'allora pastore anglicano John Henry Newman (Londra 1801- Birmingham 1890), che gli chiese di accoglierlo nel seno della Chiesa cattolica, dopo decenni di ricerca nella teologia e nella filosofia. L'allora Cardinale Ratzinger ha scritto nel 1990, in occasione del centenario della sua morte: “…fu la sua coscienza che lo condusse dagli antichi legami e dalle antiche certezze dentro il mondo per lui difficile e inconsueto del Cattolicesimo”. Sarà colui che è diventato Papa Benedetto XVI a beatificarlo a Coventry, in Gran Bretagna, il 19 settembre durante il suo viaggio in Inghilterra. Sulla sua vita e la sua costante ricerca, in cui fede e ragione sono sempre state intrecciate, ZENIT ha intervistato la scrittrice Cristina Siccardi, autrice del libro “Nello specchio del Cardinale Newman” (Edizioni Fede e cultura, 2010), la cui pubblicazione è attesa per i prossimi giorni. La Siccardi scrive per vari mezzi di comunicazione cattolici italiani. E' autrice, tra gli altri libri, di “La 'bambina' di padre Pio. Rita Montella” (2003); “Santa Rita da Cascia e il suo tempo” (2004); “Paolo VI. Il Papa della luce” (2008); “Tutto il mondo in un solo cuore. Maddalena Sofia Barat” (2009). Come trascorse la sua fanciullezza il Cardinale Newman? Cristina Siccardi: John Henry Newman era il primo dei sei figli dei coniugi John Newman e Jemina Fourdrinier. Nacque nella City di Londra e fu battezzato nella chiesa anglicana di Saint Bennet Fink. Il padre, uomo intraprendente, tentò la scalata sociale fino a diventare banchiere, ma dopo anni di successo cadde nel fallimento: sarà proprio John Henry, quando andrà all’Università di Oxford, a dover mantenere tutta la famiglia. “Sono stato educato nell’infanzia a trarre grande piacere dalla lettura della Bibbia, ma non ho avuto solide convinzioni religiose sino ai quindici anni”: così Newman apre il secondo paragrafo di quel capolavoro intitolato “Apologia pro vita sua”, che scrisse nel 1864 per controbattere a chi, dopo la sua conversione, lo aveva attaccato con acidità e vetriolo. Un giorno, nell’eremo di Littlemore, dove si convertirà, trovò e sfogliò un vecchio quaderno di scuola, il primo che scrisse sui versi latini, e nella prima pagina trovò, con meraviglia, un emblema che gli mozzò il fiato. Aveva disegnato la figura di una robusta croce e, accanto, una figura che ricordava un rosario con attaccata una piccola croce. A quel tempo non aveva che dieci anni. Quelle immagini non avrebbero proprio dovuto esserci nella matita di Newman, vista l’avversione che i protestanti hanno nei confronti delle immagini sacre.
Perché lo attiravano tanto i padri della Chiesa? Cristina Siccardi: Quando era ancora anglicano, nel 1826, Newman decide di studiare, con metodo sistematico, i Padri della Chiesa e nasce un profondo amore. Dapprima li esamina con il metro protestante, poi nel 1835 e nel 1839 riprenderà lo studio con un’ottica più vicina al cattolicesimo. In una lettera al suo amico Pusey dirà: “Non mi vergogno di basarmi sui Padri, e non penso minimamente di allontanarmene. La storia dei loro tempi non è ancora per me un vecchio almanacco. I Padri mi fecero cattolico (The Fathers made me a Catholic), ed io non intendo buttare a terra la scala con la quale sono salito per entrare nella Chiesa”. I Padri furono per Newman un grande amore, in essi trovò la risposta alle persistenti domande di ragione e di Fede che lo torturarono per 44 anni, fino a quando, il 9 ottobre 1945, venne accolto nella Chiesa cattolica da padre Domenico Bàrberi, passionista italiano, beatificato da Paolo VI nel 1963.
Come diventò cattolico? Cristina Siccardi: Attraverso un faticosissimo percorso intellettivo e spirituale. La sua biografia si identifica con l’elaborazione del pensiero e il lavorio dell’anima. John Henry Newman si pone fra i più grandi pensatori, filosofi e teologi della storia dell’umanità: la sua bibliografia che si è andata edificando nel mondo, nell’arco dei centoventi anni dalla sua morte, è sterminata. Con lo spirito dell’esploratore, attento e scrupoloso, ha sondato palmo a palmo il groviglio interminabile di strade che è il Protestantesimo, come calvinista e poi come anglicano, per infine assurgere con gioia alla Chiesa petrina, come poté sperimentare un altro convertito d’eccezione, Sant’Agostino. Newman si comportò come un capitano che governa il suo cacciatorpediniere con destrezza e competenza, e senza dare tregua alcuna all’obiettivo, giunse, con grande umiltà e altrettanto zelo, alla meta agognata.
Cosa dissero i suoi amici anglicani del fatto che era diventato cattolico? Cristina Siccardi: Newman, benché desse un’importanza speciale nella sua vita all’amicizia e ai legami professionali, quando vide e comprese la Verità e ove essa risiedeva non si preoccupò più di niente e di nessuno e abbandonò tutto e tutti, così come fecero gli apostoli. I suoi amici anglicani compresero di aver perso un grande uomo: alcuni lo rimpiansero, molti lo biasimarono ferocemente, altri ancora lo ammirarono. Il più bell’elogio, a nostro parere, che gli sia stato tributato durante la sua vita, è la missiva che Edward Pusey inviò ad un amico: “Dio è ancora con noi e ci farà andare avanti nonostante questa perdita. Non dobbiamo nascondere la sua importanza, poiché è la perdita più grande che potesse capitarci. Coloro che lo hanno acquisito conoscono bene i suoi meriti… La nostra Chiesa non ha saputo trarne profitto. Era come se un’affilata spada dormisse nella sua guaina perché nessuno sapeva adoperarla. Era un uomo predestinato ad essere un grande strumento divino, in grado di realizzare un ampio progetto atto a restaurare la Chiesa… Se n’è andato – come tutti i grandi strumenti di Dio – inconsapevole della propria grandezza. Se n’è andato per compiere un semplice atto di dovere, senza pensare a se stesso, abbandonandosi completamente nelle mani dell’Altissimo. Così sono gli uomini su cui Dio fa affidamento. Si potrebbe dire non tanto che ci ha lasciato ma che adesso si sia trasferito in un’altra zona della vigna, dove può utilizzare tutte le energie della sua mente possente”.
Ricevette molti attacchi da parte della Chiesa anglicana e degli intellettuali di quell’epoca? Cristina Siccardi: Certamente dalla Chiesa anglicana, dagli intellettuali protestanti, ma anche dalla stessa Chiesa cattolica. Dagli uni era considerato un traditore, dagli altri uno di cui diffidare… Ebbe contro anche la Chiesa cattolica d’Irlanda: lui era un inglese e venne esautorato dal suo incarico di Rettore dell’Università di Dublino. John Henry Newman scrisse quel capolavoro chiamato “Apologia pro vita sua” proprio per difendersi dagli attacchi degli intellettuali, e la sua autobiografia fu occasione di moltissime conversioni. Ricordiamo che sarà Leone XIII che taciterà tante malevole voci, conferendo a Newman, nel 1879, la berretta cardinalizia.
In una società in cui impera il relativismo, cosa ci dice la beatificazione di Newman? Cristina Siccardi: Il Cardinale Newman combatté, sinceramente e lealmente, il liberalismo, tracciando, con metodo sistematico e analitico, uno dei profili più reali dell’Europa in fase di corruzione, di abbandono della civiltà cristiana, di incalzante apostasia. Dal ponte della propria nave riuscì a identificare i connotati secolarizzanti e relativistici dei nostri giorni, frutto di quella presunzione che già i pagani greci, depositari dei veri semina verbi, definivano ύβρις (übris = l’arroganza di chi non si sottomette agli dèi), vale a dire l'idea di anteporre i luoghi comuni sedicenti razionali della propria epoca alla ragionevolezza e razionalità della Tradizione. Questo grande “dottore della Chiesa”, come lo ha definito Benedetto XVI, questo gentleman dell’Ottocento inglese, poi sacerdote oratoriano, divenuto Cardinale per volontà di Leone XIII, giunse alla Verità a quarantaquattro anni, dopo decenni di studi e di approfondimenti: ha con tenacia spremuto la propria mente per capire, indagare, sondare, nei meandri della storia, della filosofia, della teologia e scoprire, finalmente, la perla preziosa... fu così che “vidi il mio volto in quello specchio: era il volto di un monofisita», il volto di un eretico anglicano, e lo “scopersi quasi con terrore”. “Ex umbris et imaginibus in Veritatem” (“Dalle ombre e dagli spettri alla Verità”), così recita l’epitaffio della tomba del Beato Newman, la cui vita è la prova più evidente e concreta che la ragione può unirsi alla Fede per approdare alla Chiesa di Gesù Cristo, l’unica vera porta dell’eterna Salvezza. Credere nella Verità è essere liberi: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”, ma non è quello che accade oggi. John Henry Newman è il modello che la Chiesa, sotto il pontificato di Benedetto XVI, propone ai cristiani e ai cattolici di seguire. È la risposta chiarissima di Papa Benedetto XVI al mondo relativista. |
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Ultimo aggiornamento ( Friday 03 September 2010 )
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Comunicato Stampa n.2 del 18 agosto 2010 |
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Wednesday 18 August 2010 |
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Ultimo aggiornamento ( Wednesday 18 August 2010 )
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Comunicato Stampa del 18 agosto 2010 |
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Wednesday 18 August 2010 |
Comunicato della Presidenza di "Rinnovamento nella Tradizione" del 18 agosto 2010 alla Casa Reale di Borbone Parma Altezze Reali, sinceramente rattristati per la scomparsa del Suo Augusto Genitore rivolgiamo a V.A. ed a tutti i componentila Famiglia Reale e Ducale di Borbone Parma, a nome dei componenti di tutto il Movimento di "Rinnovamento nella Tradizione" le più sentite nostre condoglianze Cav Giovanni Ruzzier
Presidente
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Ultimo aggiornamento ( Wednesday 18 August 2010 )
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Charles Maurras, "Il regime monarchico" |
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Thursday 12 August 2010 |
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«Quella parte di pubblici affari che il cittadino conosce meglio è sottoposta alla sorveglianza, al capriccio dello Stato. Senza lo Stato, un padre di famiglia, un consiglio municipale, un ufficio di società, un semplice comitato di festeggiamenti, non possono decidere nulla o quasi nulla in ciò che li tocca più da vicino e che li interessa direttamente. Le associazioni volontarie, come le società morali e politiche, o le associazioni naturali, come la famiglia, il comune, la provincia, tutte le riunioni di cittadini sono spesso costrette all'inerzia dalle leggi dello Stato, talora perfino interdette dal capriccio dei capi temporanei dello Stato. Non solo lo Stato annoia e tormenta il cittadino francese ma gli infligge delle comodità dannose. Esso lo serve in casi in cui questi dovrebbe servirsi da se stesso. Lo disabitua alla riflessione e all'azione personale. Lo Stato in tal modo addormenta e atrofizza nel cittadino ogni funzione civica. Il cittadino diventa ignorante, pigro e vile. Perde il senso e lo spirito pubblico. Trattato da minorenne, esso diventa degno di ricadere sotto tutela. Gli interessi immediati della sua comunità non lo toccano e non lo impegnano. Egli lascia fare a curatori che gestiscono l'avere comunitario; si isola dai suoi concittadini. Ritorna così alla condizione individualista del selvaggio e del primitivo. [...] Perché fare dei cittadini in luoghi dove lo Stato centralizzato assume a forfait tutti i compiti civici? Ma, questi compiti, in verità, lo Stato li assolve assai male, essendo male attrezzato per assolverli. [...] Il potere regio non può ormai fare a meno di tendere, con fermezza, pur agendo con saggezza e mediante le dilazioni e le precauzioni indispensabili nella pratica, a ristabilire l'uso di quelle libertà ovunque l'interesse superiore della Patria e dello Stato non esiga l'applicazione dell'autorità (...). I comuni e le contrade, mediante una serie di misure liberalizzatrici prudentemente progressive, diventeranno padroni di regolare a loro piacimento i propri affari che sono o possono essere familiari a ciascuno dei loro membri, non essendo limitati in questa onesta e ragionevole libertà, che dall'interesse comune e dalla sicurezza dello Stato. [...] Le associazioni professionali, confessionali e morali, che godranno della massima libertà, saranno sottoposte al diritto comune e considerate persone civili autonome, autodisciplinantesi con quello spirito di corpo che è il principio di ogni progresso; e avranno facoltà di possedere, di acquistare, di alienare, di riscuotere imposte, di pagare ammende e di essere anche, in caso di indegnità legale, escluse dalla vita comune, a tempo o per sempre. In breve, il cittadino, in tutta la sfera di attività in cui è competente e direttamente interessato, in tutto ciò che ha capacità di conoscere e quindi di giudicare, è presentemente schiavo. Il potere regio gli renderà la disponibilità e la sovranità di quel dominio che gli fu strappato, contro giustizia e contro utilità, mettendo in pericolo la forza della patria. Ecco ciò che farà il re per le libertà: le renderà ai cittadini. Ne sarà il garante, il difensore ed il gendarme.» |
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Ultimo aggiornamento ( Thursday 12 August 2010 )
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Omaggio a Efisio Lippi Serra |
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Wednesday 11 August 2010 |
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OMAGGIO ALL’ON. EFISIO LIPPI SERRA
Non capita tutti i giorni di ricevere un biglietto con su scritto “Caro Ruzzier, ti segnalo il mio libro, “Il prezzo della coerenza”. 800 pagine di passione politica, di speranze e delusioni, di storia patria recente sconosciuta, nascosta o falsata. Attendo il tuo autorevole giudizio e le tue sapienti e stimolanti critiche. Con stima e affetto, ti abbraccio . Efisio Lippi Serra”. I giovani di oggi , la generazione che corre dietro alle futili cose della vita, non conoscono affatto Efisio Lippi Serra; uomo d’altri tempi, dedico, politicamente impegnato nel Partito Nazionale Monarchico, nel P.D.I.U.M. (Partito democratico italiano di unità monarchica) e, poi nel M.S.I. – D.N., in Democrazia Nazionale e poi Segretario del Centro di Azione Monarchica e fondatore del Movimento “Uniti per l’Italia”! La sua presenza a Montecitorio è stata costantemente improntata alla leale collaborazione con tutti, anche con gli avversari politici ed è veramente un peccato che egli si sia allontanatodall’agone politico all’età di 54 anni. Monarchico convinto, Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia ha portato avanti la sua battaglia con la serietà che contraddistingue la sua vita di ogni giorno. Con la calura di questi giorni, Efisio me lo perdonerà, mi sono limitato a scorrere il suo lavoro letterario, qua e la, senza impegno, ma quanto prima mi riprometto di leggere il suo libro fino in fondo. Tutto questo per raccomandare ai nostri iscritti e simpatizzanti ed a tutti i nostri amici di acquistare il libro “IL PREZZO DELLA COERENZA” storia di piccoli e grandi eventi che hanno concorso a far crescere l’Italia nella Libertà e nella Democrazia”. Il libro è stato editato da “La Nuova Rosa Editrice” Via Michelangelo B., 42 H – int. 5 – 55042 Forte dei Marmi (LU). Costo dell’opera di 800 pagine : €. 25.00. Per contattare la Casa Editrice; tel 0584-787380 oppure
Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
. Sono lieto, attraverso il nostro sito di far pervenire all’amico dott. Prof. On. Efisio Lippi Serra il mio cordiale, fraterno saluto augurandogli ogni bene possibile, dicendogli : “Dio salvi il nostro futuro Re!”. Giovanni Ruzzier |
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Ultimo aggiornamento ( Wednesday 18 August 2010 )
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Nello specchio del Cardinale John Henry Newman |
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Saturday 07 August 2010 |
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 Un quasi secolare luogo comune fa del Cardinale John Henry Newman (1801-1890) il precursore, quasi il padre nobile, del modernismo classico e, quindi, della nouvelle theologie, fino ad attribuirgli le radici degli elementi più novativi del Concilio Vaticano II. Niente di più falso e di più distante dalla granitica, lucida e razionale Fede cattolica del grande convertito inglese, beatificato da Benedetto XVI il 19 settembre 2010: risposta alta e forte a quei vasti settori della Chiesa cattolica, non solo inglese, che antepongono il dialogo ecumenico alla riaffermazione del dogma. Il Cardinale Newman, infatti, combatté, sinceramente e lealmente il liberalismo, tracciando, con metodo sistematico e analitico, uno dei profili più reali dell’Europa in fase di corruzione, di abbandono della civiltà cristiana, di incalzante apostasia. Dal ponte della propria nave riuscì a identificare i connotati secolarizzanti e relativistici dei nostri giorni, anteponendo i luoghi comuni alla ragionevolezza della Tradizione. Che cosa vide questo «Dottore della Chiesa» nello specchio in cui si rifletté e di cui parla nella sua autobiografia? E che volto può riflettere, oggi, lo specchio di un cristiano e di un cattolico? Attraverso la lettura della vita del nuovo Beato si potrà scoprire. «Ex umbris et imaginibus in Veritatem» («Dalle ombre e dagli spettri alla Verità»), così recita l’epitaffio della sua tomba, la cui vita è la prova più evidente e concreta che la ragione si unisce felicemente alla Fede. |
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Ultimo aggiornamento ( Thursday 12 August 2010 )
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A proposito dell'Unità d'Italia |
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Saturday 07 August 2010 |
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Per duemila anni l'Italia ha portato in sé un'idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un'idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l'idea dell'unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un 'idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l'arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l'Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno dì second'ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, ... un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un'unità meccanica e non spirituale (cioè non l'unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second'ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!
Fëdor Dostoevskij - "Diario di uno scrittore" |
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Ultimo aggiornamento ( Saturday 07 August 2010 )
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Fatta l’Italia, raccontiamo la vera storia agli italiani |
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Saturday 07 August 2010 |
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di Marco Invernizzi A centocinquant’anni dall’unità non c’è ancora un’identità condivisa. Le difficoltà odierne ad affrontare le questioni cattoliche e federalista Bisogna farsene una ragione: celebrare il 150° anniversario dell’unità d’Italia nel 2011 sarà un problema, anzi lo è già adesso. E non tanto per i ritardi del governo nel preparare le celebrazioni, o per il fatto che il comitato di garanti risulta costituito in parte dal governo Prodi e in parte dal successivo guidato da Berlusconi, con le inevitabili divisioni. Il vero problema è che non esiste un’identità italiana condivisa, non soltanto nella classe politica come ha scritto Ernesto Galli della Loggia, ma nel paese, a cominciare dagli intellettuali. Preso atto della realtà, non si deve disfare l’Italia, anzi. Bisogna pazientemente ritornare indietro nel tempo, ricercare i motivi di questa mancanza, individuare e curare le ferite e le amnesie che hanno accompagnato la nostra storia nazionale unitaria. Cominciamo dalle amnesie. L’Italia non nasce nel 1861, proprio perché anche precedentemente non era soltanto un’«espressione geografica», ma un insieme di popoli diversi eppure uniti da una cultura condivisa. Non si possono dimenticare le radici che affondano nella civiltà romana e anche prima, l’esito culturale e civile della prima evangelizzazione cristiana che dà vita alla ricchezza dell’epoca medioevale, la straordinaria e complessa produzione artistica dei secoli dell’Umanesimo e del Barocco. Sarebbe riprodurre una frattura artificiale volere insistere su celebrazioni “rivoluzionarie”, che dimentichino la nostra storia precedente il 1861. Ma non si possono dimenticare neppure le insorgenze antinapoleoniche che hanno visto le popolazioni di ogni regione italiana opporsi con la forza all’imposizione di una cultura rivoluzionaria durante il dominio napoleonico, dall’invasione francese del 1794 alla sconfitta definitiva di Napoleone nel 1815. Così come non si deve dimenticare il 18 aprile 1948, quando l’Italia moderata e cattolica ha espresso a larga maggioranza la volontà di appartenere a una civiltà cristiana e occidentale: eppure, come ha scritto l’insospettabile Pietro Scoppola, questo evento, che segna la nascita dell’Italia moderna, non è mai stato celebrato dagli stessi vincitori. Ma ci sono anche le ferite, non dobbiamo dimenticarlo. L’Italia diventa uno Stato unitario attraverso una violenza che colpisce la Chiesa cattolica. Quando un sacerdote, un padre di famiglia, un maestro o un professore che si ritengono cristiani raccontano la storia della loro nazione non possono nascondere questa ferita originaria. Una ferita che è stata sanata giuridicamente nel 1929 con il Concordato, che era già stata risolta politicamente nel 1913 con il Patto Gentiloni, quando i cattolici cominciarono a votare alle elezioni politiche dopo il ‘non expedit’, ma che rimane dal punto di vista culturale perché, come scriveva Augusto Del Noce, se un popolo non possiede una ricostruzione unitaria della propria storia non potrà essere veramente unito. E se questa ricostruzione unitaria non veniva tentata durante l’epoca delle ideologie (se non attraverso una ricostruzione di impronta marxista o azionista) appunto a causa delle divisioni che avrebbe prodotto, oggi non viene affrontata perché quasi nessuno se ne preoccupa veramente. Con qualche eccezione. La prima eccezione viene dal mondo della Lega. Esso rappresenta (con toni e modalità non sempre adeguati e comprensibili) coloro che furono sconfitti nel processo risorgimentale perché proponevano una soluzione federalista dell’unificazione italiana. Ossia non volevano uno Stato centralista, sul modello francese, che invece venne scelto e imposto con la violenza dai vincitori. Questa è l’altra grande ferita dopo la “questione cattolica” che pesa sulla storia italiana: la “questione federalista”. Grandi cattolici come il beato Antonio Rosmini l’avevano proposta, ma anche intellettuali “laici” come Carlo Cattaneo; non vennero ascoltati e così il rifiuto di una soluzione federalista, che avrebbe rispettato le peculiarità delle diverse popolazioni italiane, comportò fra l’altro quella guerra civile nel Sud d’Italia che costò 10 mila morti nel decennio 1860-1870 e segnò l’inizio della “questione meridionale”. Scorciatoie ideologiche L’altra importante eccezione riguarda il movimento cattolico italiano. Seppure con diverse sfumature e proposte, esso continua ad avere a cuore l’italianità e a coltivarne le radici. Anzitutto ricordando “tutta” la storia della nazione, comprese le insorgenze e il 18 aprile 1948 che tutti (anche i cattolici quando sono stati al governo, purtroppo) hanno volutamente dimenticato o vituperato. Il mondo cattolico non ha coltivato “sogni” antiunitari neppure nei tempi dell’intransigente «opposizione cattolica», come la definiva Giovanni Spadolini riferendosi al periodo dell’Opera dei Congressi (1874-1904), ma non può smettere di raccontare la verità storica. Quando tace, quando smette di dire la verità, perde la propria identità e diventa insipido. Le ferite ci sono e non si possono nascondere. Bisogna affrontarle e cercare di medicarle, usando i toni adatti a un progetto di riconciliazione fra tutti i vinti e vincitori della lunga storia italiana. Ma un progetto che non sacrifichi nessun aspetto della verità storica e non cerchi di cavarsela attraverso la proposizione di scorciatoie ideologiche che non convincono più nessuno, si chiamino pure Risorgimento, Resistenza o unità antifascista. Fonte: Tempi, 2 settembre 2009 |
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Ultimo aggiornamento ( Saturday 07 August 2010 )
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Carlo I d'Austria e la pace sabotata |
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Saturday 07 August 2010 |
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 Cominciamo dalla fine del libro di Mario Carotenuto, Carlo I d'Austria e la pace sabotata, edito da Fede & Cultura di Verona (www.fedecultura.com). Che cosa scrive l'autore, “Se nella primavera del 1917 l'offerta di pace di Carlo fosse stata accettata, numerose vite umane sarebbero state salvate e probabilmente si sarebbero potuto solidamente 'opporre una barriera al bolscevismo', e il nazionalsocialismo, non solo non si sarebbe diffuso in Europa, ma difficilmente avrebbe potuto svilupparsi in Germania. La storia d'Europa sarebbe stata un'altra”. Basterebbe solo questo, e non è poco, sostenere che la sconfitta e quindi la scomparsa dell'impero Austro-Ungarico, dell'imperatore Carlo I è stata una sciagura per l'Europa anche per quella non cristiana. Carlo si oppose al piano tedesco di favorire il ritorno di Lenin nel 1917 in Russia. Aveva capito la pericolosità dei bolscevichi. Ma Carlo d'Austria è sempre stato consapevole del pericolo di finire nelle mani dei tedeschi e mai avrebbe appoggiato Hitler. Interessante quello che ha evidenziato lo storico austriaco Erik Maria von Kuhnelt-Leddihn, cosa significa la fine degli Asburgo, “all'antica dinastia potè infine subentrare un uomo comune, un modesto ex imbianchino di origine austriaca, che trascinò il mondo in un mare di lacrime e sangue”. Carlo figlio dell'arciduca Ottone d'Austria e dell'arciduchessa Maria Giuseppa di Sassonia, il 21 novembre 1916 in piena Guerra mondiale, fu incoronato imperatore d'Austria e re d'Ungheria. Una serie di eventi tragici precedenti ne favorirono la sua ascesa, come il suicidio del figlio di Francesco Giuseppe, Rodolfo e poi della morte dell'arciduca Massimiliano in Messico. Così all'età di ventinove anni Carlo eredita il titolo imperiale, succedendo a Francesco Giuseppe, un uomo che già in vita era diventato leggendario. Il giorno seguente Carlo emanò un proclama molto significativo indirizzato al popolo dell'impero, due passaggi del testo sono molto importanti, uno di politica interna, l'altro di politica estera: Intendo essere un sovrano equanime e benvoluto per i miei popoli. Manterrò intatte le loro libertà costituzionali e ne difenderò l'uguaglianza di fronte alla legge. Sarà mia instancabile premura promuovere il bene morale e spirituale dei miei popoli, custodire la libertà e l'ordine nei miei territori e assicurare i frutti di un onesto lavoro a tutti i membri attivi della società. Farò di tutto per mettere fine il più presto possibile agli orrori e ai sacrifici della guerra, per ridare ai miei popoli il bene così gravemente offeso della pace, ferma restando la salvaguardia dell'onore delle armi, delle necessità vitali dei miei popoli e dei fedeli alleati e non appena lo consentirà la tracotanza dei nostri nemici”. La parte centrale del libro di Carotenuto è dedicata ai continui tentativi dell'imperatore di arrivare alla pace, ma i negoziati si arenano in tira e molla che alla fine l'imperatore viene abbandonato a se stesso da chi doveva tutelarlo come il suo ministro degli esteri, il conte Czernin. Contro i sovrani fu infatti messa in atto una gigantesca campagna diffamatoria proveniente sia da ambienti tedeschi sia da ambiente austriaci pangermanisti. Ma non solo autorevoli storici, sostengono che fu la massoneria a boicottare ' i suoi progetti troppo filopacifisti'. La massoneria soprattutto francese che voleva la repubblicanizzazione dell'Europa; distruggere l'Austria-Ungheria significava terminare i propositi della Rivoluzione del 1789, ovvero colpire il cuore del cattolicesimo, giacchè l'impero asburgico, erede del Sacro Romano Impero, 'incarnava il principio stesso dell'impero cristiano'. A tutti quei politici, ministri, inglesi, francesi, italiani, protagonisti del libro, non interessava la pace che offriva il povero imperatore Carlo, il loro intento, e lo dicevano pubblicamente, era quello di distruggere il principale ostacolo ai loro piani di repubblicanizzare l'Europa, cioè l'impero. Lo storico intellettuale franco-ungherese Francois Fejto sostiene che ogni tentativo di pace fu sabotato, proprio perchè si passò dalla guerra classica alla guerra ideologica contro la Chiesa e l'Impero Asburgico. Quindi un “cattolico militante” come Carlo I doveva essere combattuto con ogni mezzo e annientato. Ancora oggi la storiografia corrente ritiene l'imperatore d'Austria una figura “politicamente scorretta”, ma come ha ricordato il maggior storico cattolico vivente, Vittorio Messori, “La Chiesa non lo ha dimenticato, lo prega sugli altari e lo propone come esempio ai governanti”, ecco perché il 3 ottobre del 2004, Giovanni Paolo II, lo dichiarò beato. Domenico Bonvegna |
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Ultimo aggiornamento ( Saturday 07 August 2010 )
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Le mode ideologiche tramontano presto. La tradizione è eterna. |
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Saturday 07 August 2010 |
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di Vittorio Messori Cose noiose, per chi conosce il giro: è il solito adeguamento conformista all'ideologia momentaneamente egemone scambiato per rivolta coraggiosa; è la solita superficialità di chi non ha capito la dinamica della fede, scambiata per profondità di visione. Con, per di più, un equivoco di fondo: da qualche anno Mrs. Rice ci raccontava che, senza la ritrovata fede nel Vangelo, il suo lavoro di scrittrice si sarebbe inaridito. E ha commosso milioni di lettori con la storia della sua conversione, dal titolo di "Chiamata fuori dalle tenebre", dove "le tenebre" sarebbero i luoghi in cui Gesù non è adorato. Ora, incassati i diritti d'autore, la born again, la “rinata nella fede“, impone agli incauti acquirenti di cestinare quel best seller e annuncia loro che "cessa di essere cristiana". Ma qui sta l'equivoco: in realtà, cessa solo di essere "cattolica". In effetti, le basterebbe entrare a far parte di molte comunità protestanti per trovare non solo accettate ma sacralizzate quelle cose la cui mancanza tra i cattolici la scandalizza: nozze in chiesa per i gay, donne vescovo (meglio se lesbiche), contraccezione venerata, “democrazia" nel senso di sottoporre a elezioni gerarchia e norme teologiche, liturgiche, nonché morali. In quelle comunità troverebbe appagate le sue attese, tutte nel segno -lo si diceva- dell'ideologia egemone, che è oggi quella della political correctness del liberalismo, se non libertinismo, dominante. Ma le ideologie mutano, e ciò che ci appare al momento indiscutibile sarà improponibile domani. Anne Rice ha l'età per ricordare che, sino a vent'anni fa, moltitudini di preti e di suore abbandonarono la Chiesa cattolica per motivi opposti a quelli che ora spingono lei ad andarsene: era il momento del "sociale", del "politico" -solo di color rosso, s'intende- che bollava come individualismo borghese ciò che oggi i conformisti liberal considerano sacro. Ma, se la scrittrice avesse vissuto gli anni Trenta e fosse stata tedesca, con la stessa logica di oggi avrebbe “cessato di essere cattolica“ perché Roma si rifiutava di seguire la Chiesa luterana inquadrata (con poche eccezioni) nei Deutsche Christen, i Cristiani Tedeschi, che –sotto il comando del “Vescovo del Reich“ – insegnava tra l’altro l’arianità di Gesù, il dovere biblico del razzismo, la bellezza della guerra e altre cose ancora. Stia dunque attenta, la Rice che crede di “andare verso l’avvenire“: quell’avvenire, come dimostra la storia, diverrà prima o poi un passato da rimuovere imbarazzati . Chi sposa lo spirito del tempo resta presto vedovo. E, così come oggi ci chiediamo come sia stato possibile essere cristiani nazisti e poi cristiani comunisti, ci chiederemo come si sia potuto essere cristiani liberal. La sua marcia di allontanamento dalla Chiesa cattolica, poi, si scontrerà con quella, sempre più affollata, di credenti che vanno in senso inverso. Centinaia di pastori e decine di vescovi anglicani hanno chiesto al Papa di poter essere riaccolti proprio perché la Catholica rifiuta ciò che entusiasma la Rice. Chi conosce il mondo protestante –quello “storico“, nato dalla Riforma del XVI secolo– sa che, gruppi sempre maggiori meditano di andarsene. E, qui pure, per ragioni opposte a quelle della scrittrice. Attenta, dunque: come spesso accaduto anche tra i cristiani, i “reazionari” di oggi possono divenire i “profeti“ di domani. Fonte: Corriere della Sera, 31 luglio 2010  |
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Ultimo aggiornamento ( Saturday 07 August 2010 )
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Nasce il "Medic" per la Difesa del Crocifisso |
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Friday 30 July 2010 |
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Ultimo aggiornamento ( Friday 30 July 2010 )
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S.A.R.il Principe Umberto di Savoia Aosta |
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Thursday 29 July 2010 |
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Il piccolo Principe di Piemonte, speranza d'Italia luglio 2010
RINGRAZIAMO S.A.R. IL PRINCIPE AIMONE DI SAVOIA AOSTA PER AVERCI INVIATO QUESTA BELLA FOTO DI S.A.R.UMBERTO DI SAVOIA AOSTA CHE SIAMO LIETI DI RENDERE PUBBLICA PER TUTTI I NOSTRI ADERENTI E PER I NOSTRI SIMPATIZZANTI. |
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Ultimo aggiornamento ( Friday 30 July 2010 )
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Mons. Pozzo: La vera Chiesa |
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Saturday 07 August 2010 |
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Mons. Pozzo: La vera Chiesa
Che cosa ha detto il Concilio e che cosa gli fa dire l'"ideologia para-conciliare neomodernista" Testo della conferenza di Mons. Guido Pozzo, Segretario della Pontificia Commissione "Ecclesia Dei", fatta ai sacerdoti europei della Fraternità San Pietro il 2 luglio 2010 a Wigratzbad. La conferenza è molto importante per distinguere fra i testi del Concilio Ecumenico Vaticano II interpretati secondo la Tradizione, come chiede Benedetto XVI,e quella che mons. Pozzo chiama "l’ideologia conciliare, o più esattamente para-conciliare, che si è impadronita del Concilio fin dal principio, sovrapponendosi a esso" "diffusa soprattutto dai gruppi intellettualistici cattolici neomodernisti e dai centri massmediatici del potere mondano secolaristico".
 Aspetti della ecclesiologia cattolica nella recezione del Concilio Vaticano II Premessa Se si considera la Costituzione Dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II, si rendono subito visibili la grandezza e l’ampiezza dell’approfondimento del mistero della Chiesa e del suo rinnovamento interiore, ad opera dei Padri conciliari. Se però si legge o si ascolta molto di ciò che è stato detto da certi teologi, alcuni famosi, altri che inseguono una teologia dilettantistica, o da una diffusa pubblicistica cattolica post conciliare, non si può non essere assaliti da una profonda tristezza e non si possono non nutrire serie preoccupazioni. E’ davvero difficile concepire un contrasto maggiore di quello esistente tra i documenti ufficiali del Concilio Vaticano II, del Magistero pontificio posteriore, degli interventi della Congregazione per la Dottrina della Fede da un parte, e, dall’altra parte, le tante idee o le affermazioni ambigue, discutibili e spesso contrarie alla retta dottrina cattolica, che si sono moltiplicate negli ambienti cattolici e in genere nell’opinione pubblica. Quando si parla del Concilio Vaticano II e della sua recezione, il punto chiave di riferimento ormai deve essere uno solo, quello che lo stesso Magistero pontificio ha formulato in modo chiarissimo e inequivocabile. Nel Discorso del 22 dicembre alla Curia Romana Papa Benedetto XVI si è così espresso: “Emerge la domanda: perché la recezione del Concilio, in grandi parti della Chiesa, finora si è svolta in modo così difficile ? Ebbene, tutto dipende dalla giusta interpretazione del Concilio – come diremmo oggi – dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione. I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente, ma sempre più visibilmente, ha portato e porta frutti. Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare – aggiunge il Santo Padre –‘ermeneutica della discontinuità e della rottura’; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra parte c’è l’ ‘ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del popolo di Dio in cammino” (cf. Benedetto XVI, Insegnamenti, vol. I, 2005, Ed. Vaticana, Città del Vaticano 2006, pp. 1023 sg.). Evidentemente, se il Santo Padre parla di due interpretazioni o chiavi di lettura divergenti, una della discontinuità o rottura con la Tradizione cattolica, e una del rinnovamento nella continuità, ciò significa che la questione cruciale o il punto veramente determinante all’origine del travaglio, del disorientamento e della confusione che hanno caratterizzato e ancora caratterizzano in parte i nostri tempi non è il Concilio Vaticano II come tale, non è l’insegnamento oggettivo contenuto nei suoi Documenti, ma è l’interpretazione di tale insegnamento. In questa esposizione mi propongo di sviluppare brevemente due aspetti particolari, allo scopo di mettere in luce i punti fermi per una interpretazione corretta della dottrina conciliare, a confronto con le deviazioni e gli equivoci provocati dall’ermeneutica della discontinuità: I. L’unità e l’unicità della Chiesa cattolica. II. La Chiesa cattolica e le religioni in rapporto alla salvezza. Nella conclusione infine vorrei fare alcune considerazioni sulle cause dell’ermeneutica della discontinuità con la Tradizione, mettendo in risalto soprattutto la forma mentis che ne sta alla base.
I. L’unità e l’unicità della Chiesa cattolica.
1. Contro l’opinione, sostenuta da numerosi teologi, che il Vaticano II abbia introdotto cambiamenti radicali riguardo la comprensione della Chiesa, si deve constatare anzitutto che il Concilio rimane sul terreno della Tradizione per ciò che concerne la dottrina sulla Chiesa. Ciò tuttavia non esclude che il Concilio abbia prodotto nuovi orientamenti ed esplicitato alcuni determinati aspetti. La novità rispetto alle dichiarazioni precedenti il Concilio è già nel fatto che il rapporto della Chiesa cattolica verso le chiese ortodosse e le comunità evangeliche nate dalla Riforma luterana è trattato come tema a se stante e in modo formalmente positivo, mentre nell’Enciclica Mortalium animos di Pio XI (1928), ad esempio, lo scopo era quello di delimitare e distinguere nettamente la Chiesa cattolica dalle confessioni cristiane non cattoliche. 2. E tuttavia, in primo luogo, il Vaticano II insiste sulla posizione di unità e unicità della vera Chiesa, riferendosi alla Chiesa cattolica esistente: “E’ questa l’unica Chiesa di Cristo che nel simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica” (LG, 8). In secondo luogo, il Concilio risponde alla domanda su dove sia possibile trovare la vera Chiesa: “Questa Chiesa, costituita ed organizzata in questo mondo come società, sussiste nella Chiesa cattolica” (LG, 8). E per evitare ogni equivoco riguardo all’identificazione tra la vera Chiesa di Cristo e la Chiesa cattolica, si aggiunge che si tratta della Chiesa “governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui” (LG, 8). L’unica Chiesa di Cristo ha dunque nella Chiesa cattolica la sua realizzazione, la sua esistenza, la sua stabilità. Non c’è nessuna altra Chiesa di Cristo accanto alla Chiesa cattolica. Con ciò si afferma – almeno implicitamente - che la Chiesa di Gesù Cristo non è divisa in se stessa, neanche nella sua sostanza e che la sua unità indivisa non viene annullata dalle tante separazioni dei cristiani. Tale dottrina sull’indivisibilità della Chiesa di Cristo, della sua identificazione sostanziale con la Chiesa cattolica, è ribadita nei Documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede, Mysterium Ecclesiae (1973), Dominus Iesus, 16 e 17 (2000) e nei Responsa ad dubia su alcune questioni ecclesiologiche (2007). L'espressione subsistit in di Lumen gentium 8 significa che la Chiesa di Cristo non si è smarrita nelle vicende della storia, ma continua ad esistere come un unico e indiviso soggetto nella Chiesa cattolica. La Chiesa di Cristo sussiste, si ritrova e si riconosce nella Chiesa cattolica. In questo senso, vi è piena continuità con la dottrina insegnata precedentemente dal Magistero (Leone XIII, Pio XI e Pio XII). 3. Con la formula “subsistit in” la dottrina del Concilio – conformemente alla Tradizione cattolica – voleva esattamente escludere qualsiasi forma di relativismo ecclesiologico. Nello stesso tempo la sostituzione del “subsistit in” con l’ “est” adoperato dall’Enciclica Mystici Corporis di Pio XII, intende affrontare il problema ecumenico in modo più diretto ed esplicito di quanto si era fatto in passato. Sebbene la Chiesa sia soltanto una e si trovi in un unico soggetto, esistono però al di fuori di questo soggetto elementi ecclesiali veri e reali, che, tuttavia, essendo propri della Chiesa cattolica, spingono all’unità cattolica. Il merito del Concilio è d’una parte di aver espresso l’unicità, l’indivisibilità e la non moltiplicabilità della Chiesa cattolica, e d’altra parte aver riconosciuto che anche nelle confessioni cristiane non cattoliche esistono doni ed elementi che hanno carattere ecclesiale, che giustificano e spingono ad operare per la restaurazione dell’unità di tutti i discepoli di Cristo. La pretesa di essere l’unica Chiesa di Cristo non può essere infatti interpretata al punto da non riconoscere la differenza essenziale tra i fedeli cristiani non cattolici e i non battezzati. Non è possibile infatti mettere sullo stesso piano quanto all’appartenenza alla Chiesa i cristiani non cattolici e coloro che non hanno ricevuto il battesimo. Il rapporto con la Chiesa cattolica da parte delle Chiese e Comunità ecclesiali cristiane non cattoliche non è tra il nulla e il tutto, ma è tra la parzialità della comunione e la pienezza della comunione. 4. Nel paradosso, per così dire, della differenza tra unicità della Chiesa cattolica ed esistenza di elementi realmente ecclesiali al di fuori di questo unico soggetto, si riflette la contradditorietà della divisione e del peccato. Ma tale divisione è qualcosa di totalmente diverso da quella visione relativistica che considera la divisione fra i cristiani non come una frattura dolorosa, ma come la manifestazione delle molteplici variazioni dottrinali di uno stesso tema, nel quale tutte le variazioni o divergenze sarebbero in qualche modo giustificate e dovrebbero fra loro riconoscersi e accettarsi come differenze o divergenze. L’idea che ne deriva è che l’ecumenismo dovrebbe consistere nel reciproco e rispettoso riconoscimento delle diversità, e il cristianesimo sarebbe alla fine l’insieme dei frammenti della realtà cristiana. Tale interpretazione del pensiero conciliare è espressione per l’appunto di quella discontinuità o rottura con la Tradizione cattolica e rappresenta una profonda falsificazione del Concilio. 5. Per recuperare una autentica interpretazione del Concilio nella linea di un’evoluzione nella continuità sostanziale con la dottrina tradizionale della Chiesa, occorre sottolineare che gli elementi di «santificazione e di verità» che le altre Chiese e Comunità cristiane hanno in comune con la Chiesa cattolica, costituiscono insieme la base per la reciproca comunione ecclesiale e il fondamento che le caratterizza in modo vero, autentico e reale. Sarebbe perònecessario aggiungere, per completezza, che quanto esse hanno di proprio, non condiviso dalla Chiesa cattolica e che separa da essa queste comunità, le connota come non-Chiesa. Esse quindi sono «strumento di salvezza» (UR 3) per quella parte che hanno in comune con la Chiesa cattolica e i loro fedeli seguendo questa parte comune possono raggiungere la salvezza; per quella parte invece che è estranea o opposta alla Chiesa cattolica, esse non sono strumenti di salvezza (salvo che si tratti di coscienza invincibilmente erronea; in tal caso il loro errore non è imputabile, sebbene si debba qualificare la coscienza comunque come erronea) [cf. ad es. il fatto delle ordinazioni di donne al sacerdozio e all’episcopato, o l’ordinazioni di persone omosessuali in certe comunità anglicane o vetero-cattoliche]. 6. Il Vaticano II insegna che tutti i battezzati in quanto tali sono incorporati a Cristo (UR 3), ma nello stesso tempo dichiara che si può parlare soltanto di una aliqua communio, etsi non perfecta, tra i credenti in Cristo e battezzati non cattolici da una parte e la Chiesa cattolica dall'altra (UR 3). Il battesimo costituisce il vincolo sacramentale dell'unità dei credenti in Cristo. Tuttavia esso di per sé è soltanto l'inizio e l'esordio, per così dire, perché il battesimo tende intrinsecamente all'acquisto della intera vita in Cristo. Pertanto il battesimo è ordinato all'integra professione di fede, all'integrale comunione nell'istituzione della salvezza voluta da Cristo, che è la Chiesa, e infine all'integrale inserzione nella comunione eucaristica (UR 22). E' evidente quindi che l'appartenenza ecclesiale non si può mantenere piena, se la vita battesimale ha poi un seguito sacramentale e dottrinale oggettivamente difettoso e alterato. Una Chiesa è pienamente identificabile soltanto laddove si trovano riuniti gli elementi «sacri» necessari e irrinunciabili che la costituiscono come Chiesa: la successione apostolica (che implica la comunione con il Successore di Pietro), i sacramenti, la sacra Scrittura. Quando qualcuno di questi elementi manca o è difettosamente presente, la realtà ecclesiale risulta alterata in proporzione della manchevolezza riscontrata. In particolare, il termine «Chiesa» può essere legittimamente riferito alle Chiese orientali separate, mentre non lo può essere alle Comunità nate dalla Riforma, poiché in queste ultime l'assenza della successione apostolica, la perdita della maggior parte dei sacramenti, e specialmente dell'eucaristia, feriscono e indeboliscono una parte sostanziale della loro ecclesialità (cf. Dominus Iesus, 16 e 17). 7. La Chiesa cattolica ha in sé tutta la verità, poiché è il Corpo e la Sposa di Cristo. Tuttavia non la comprende tutta pienamente. Perciò ha bisogno di essere guidata dallo Spirito «alla verità tutta intera» (Gv 16,13). Altro è l'essere, altra la conoscenza piena dell'essere. Perciò la ricerca e la conoscenza progredisce e si sviluppa. Anche i membri della Chiesa cattolica non sempre vivono all'altezza della sua verità e dignità. Perciò la Chiesa cattolica può crescere nella comprensione della verità, nel senso di appropriarsi consapevolmente e riflessamente di ciò che ontologicamente ed esistenzialmente essa è già. In questo contesto si capisce l'utilità e la necessità del dialogo ecumenico, per recuperare ciò che eventualmente sia stato emarginato o trascurato in determinate epoche storiche e integrare nella sintesi dell'esistenza cristiana nozioni in parte dimenticate. Il dialogo con i non cattolici non è mai sterile né formale, nel presupposto però che la Chiesa è consapevole di avere nel suo Signore la pienezza della verità e dei mezzi salvifici. Le suddette puntualizzazioni dottrinali consentono di sviluppare una teologia in piena continuità con la Tradizione e nello stesso tempo in linea con l’orientamento e l’approfondimento voluto dal Concilio Vaticano II e dal Magistero successivo fino ad oggi.
II. La Chiesa cattolica e le religioni in rapporto alla salvezza.
E’ normale che, in un mondo che cresce sempre più assieme fino a produrre un villaggio globale, anche le religioni si incontrino. Così oggi la coesistenza di religioni diverse caratterizza sempre più la quotidianità degli uomini. Ciò conduce non solo ad un avvicinamento esteriore di seguaci di religioni diverse, ma contribuisce ad uno sviluppo di interessi verso sistemi di religioni fino ad oggi sconosciute. Nell’Occidente prevale sempre più nella coscienza collettiva la tendenza dell’uomo moderno a coltivare la tolleranza e la liberalità, abbandonando sempre più la pretesa del Cristianesimo ad essere la “vera” religione. La cosiddetta pretesa di assolutezza del cristianesimo, tradotta nella formula tradizionale dell’unica Chiesa in cui soltanto vi è la salvezza, incontra oggi tra i cattolici e gli evangelici incomprensione e rifiuto. Alla formula classica “extra Ecclesiam nulla salus”, oggi si sostituisce spesso la formula “extra Ecclesiam multa salus”. Le conseguenze di questo relativismo religioso non sono soltanto di ordine teoretico, ma hanno riflessi devastanti di ordine pastorale. E’ sempre più diffusa l’idea che la missione cristiana non deve più perseguire il fine della conversione delle genti al Cristianesimo, ma la missione si limita ad essere o pura testimonianza della propria fede o impegno nella solidarietà e nell’amore fraterno per la realizzazione della pace tra i popoli e della giustizia sociale. In tale contesto si può osservare una deficienza fondamentale, cioè la perdita della questione della verità. Venendo a mancare la domanda sulla verità, cioè sulla vera religione, l’essenza della religione non si differenzia più dalla sua mistificazione, cioè la fede non riesce a distinguersi più dalla superstizione, l’esperienza autentica religiosa non si distingue più dall’illusione, la mistica non si distingue più dal falso misticismo. Infine, senza la pretesa di verità, anche l’apprezzamento per ciò che è giusto e valido nelle diverse religioni, diventa contraddittorio, perché manca il criterio di verità per constatare ciò che di vero e di buono c’è nelle religioni. E’ quindi necessario e urgente oggi richiamare i punti fermi della dottrina cattolica sul rapporto tra Chiesa e religioni in ordine alla questione della verità e della salvezza, salvaguardando l’identità profonda della missione cristiana di evangelizzazione. Presentiamo una sintesi ordinata dell’insegnamento del Magistero al riguardo, che mette in luce come anche su questo aspetto esiste una continuità sostanziale del pensiero cattolico, pur nella ricchezza delle sottolineature e delle prospettive emergenti nel Concilio Vaticano II e nel più recente Magistero pontificio. 1. Il mandato missionario. Cristo ha inviato i suoi Apostoli perché “nel suo Nome” “siano predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati” (Lc 24, 47). “Ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19). La missione di battezzare, dunque la missione sacramentale, è implicita nella missione di evangelizzare, poiché il sacramento è preparato dalla Parola di Dio e dalla fede, la quale è consenso a questa Parola (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1122). 2. Origine e scopo della missione cristiana. Il mandato missionario del Signore ha la sua ultima origine nell’amore eterno della Santissima Trinità e il fine ultimo della missione altro non è che di rendere partecipi gli uomini della comunione che esiste tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 850). 3. Salvezza e Verità. “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tim 2,4). Ciò significa che “Dio vuole la salvezza di tutti attraverso la conoscenza della verità. La salvezza si trova nella verità” (Dich. Dominus Iesus, 22). “La certezza della volontà salvifica universale di Dio non allenta, ma aumenta il dovere e l’urgenza dell’annuncio della salvezza e della conversione al Signore Gesù Cristo” (Ibid). 4. La vera religione. Il Concilio Vaticano II “professa che lo stesso Dio ha fatto conoscere al genere umano la via, attraverso la quale gli uomini, servendolo, possono in Cristo trovare salvezza e divenire beati. Questa unica vera religione crediamo che sussista nella Chiesa cattolica e apostolica, alla quale il Signore ha affidato la missione di comunicarla a tutti gli uomini” ( Dich.Dignitatis humanae, 1). 5. Missione ad gentes e dialogo inter-religioso. Il dialogo inter-religioso fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa. “Inteso come metodo e come mezzo per una conoscenza e un arricchimento reciproco, esso non soltanto non si contrappone alla missio ad gentes, anzi ha speciali legami con essa e ne è un’espressione” (Lett. Enc. Redemptoris missio, 55). “Il dialogo non dispensa dall’evangelizzazione”(ibid.) né può sostituirla, ma accompagna la missio ad gentes (cf.Congregatio pro Doctrina Fidei, Dich. Dominus Iesus, 2 e Nota sull’evangelizzazione). “I credenti possono trarre profitto per se stessi da questo dialogo, imparando a conoscere meglio “tutto ciò che di verità e di grazia era già riscontrabile, per una presenza nascosta di Dio, in mezzo alle genti” (Dich. Ad gentes, 9). Se infatti essi annunciano la Buona Novella a coloro che la ignorano, è per consolidare, completare ed elevare la verità e il bene che Dio ha diffuso tra gli uomini e i popoli, e per purificarli dall’errore e dal male “per la gloria di Dio, la confusione del demonio e la felicità dell’uomo” (Ibid.)” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 856). 6. Quanto al rapporto tra Cristianesimo, ebraismo e islam, il Concilio non afferma affatto la teoria, che purtroppo si sta diffondendo nella coscienza dei fedeli, secondo la quale le tre religioni monoteiste (ebraismo, islamismo e cristianesimo) siano come dei rami di una stessa rivelazione divina. La stima verso le religioni monoteiste non diminuisce e non limita in alcun modo il compito missionario della Chiesa: “la Chiesa annuncia ed è tenuta ad annunciare incessantemente che Cristo è la via, la verità e la vita (Gv 14,6) in cui gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa” (Nostra aetate, 2). 7. Il legame della Chiesa con le altre religioni non cristiane. “La Chiesa riconosce nelle altre religioni la ricerca, ancora “nelle ombre e nelle immagini” (Cost. Dogm. Lumen gentium, 16) di “un Dio ignoto”, ma vicino, “poiché è Lui che dà a tutti la vita e respiro ad ogni cosa”. Pertanto la Chiesa considera “tutto ciò che di buono e di vero” si trova nelle religioni “come una preparazione al Vangelo, e come dato da Colui che illumina ogni uomo affinché abbia finalmente la vita” (Ibid.)” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 843). “Ma nel loro comportamento religioso, gli uomini mostrano anche limiti ed errori che sfigurano l’immagine di Dio” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 844): “molto spesso gli uomini, ingannati dal Maligno, hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e hanno scambiato la verità divina con la menzogna, servendo la creatura piuttosto che il Creatore, oppure vivendo e morendo senza Dio in questo mondo, sono esposti alla disperazione finale “ (Cost. Dogm. Lumen gentium, 16). 8. La Chiesa sacramento universale della salvezza. La salvezza viene da Cristo per mezzo della Chiesa che è il suo Corpo (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 846). “Deve essere fermamente creduto che “la Chiesa pellegrina è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo è mediatore e la via della salvezza; egli si rende presente a noi nel suo Corpo che è la Chiesa”(Cost. Dogm. Lumen gentium, 14)” (Dominus Iesus, 20). La Chiesa è “sacramento universale di salvezza” (Cost. Dogm. Lumen gentium, 48) perché, sempre unita in modo misterioso e subordinata a Gesù Cristo Salvatore, suo Capo, nel disegno di Dio ha un’imprescindibile relazione con la salvezza di ogni uomo. 9. Valore e funzione delle religioni in ordine alla salvezza. “Secondo la dottrina cattolica si deve ritenereche “quanto lo Spirito opera nel cuore degli uomini e nella storia dei popoli, nelle culture e religioni, assume un ruolo di preparazione evangelica (Lett. Enc. Redemptoris missio, 29)”. E’ dunque legittimo sostenere che lo Spirito Santo opera la salvezza nei non cristiani anche mediante quegli elementi di verità e di bontà presenti nelle varie religioni; ma è del tutto erroneo e contrario alla dottrina cattolica “ritenere queste religioni, considerate come tali, vie di salvezza, anche perché in esse sono presenti lacune, insufficienze ed errori, che riguardano le verità fondamentali su Dio, l’uomo e il mondo” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Notificazione a proposito del libro di J. Dupuis: “Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso”, 8). Riassumendo, risulta chiaro che l’autentico annuncio della Chiesa in relazione alla sua pretesa di assolutezza non è sostanzialmente cambiato dopo l’insegnamento del Vaticano II. Esso esplicita alcuni motivi che completano tale insegnamento, evitando un contesto polemico e bellicoso, e riportando in equilibrio gli elementi dottrinali considerati nella loro integrità e totalità.
Conclusione
Che cosa sta all’origine dell’interpretazione della discontinuità o della rottura con la Tradizione ? Sta ciò che possiamo chiamare l’ideologia conciliare, o più esattamente para-conciliare, che si è impadronita del Conciliofin dal principio, sovrapponendosi a esso. Con questa espressione, non si intende qualcosa che riguarda i testi del Concilio, né tanto meno l’intenzione dei soggetti, ma il quadro di interpretazione globale in cui il Concilio fu collocato e che agì come una specie di condizionamento interiore nella lettura successiva dei fatti e dei documenti. Il Concilio non è affatto l’ideologia paraconciliare, ma nella storia della vicenda ecclesiale e dei mezzi di comunicazione di massa ha operato in larga parte la mistificazione del Concilio, cioè appunto l’ideologia paraconciliare. Perché tutte le conseguenze dell’ideologia paraconciliare venissero manifestate come evento storico, si dovette verificare la rivoluzione del ’68, che assume come principio la rottura con il passato e il mutamento radicale della storia. Nell’ideologia paraconciliare il ’68 significa una nuova figura di Chiesa in rottura con il passato, anche se le radici di questa rottura erano già da qualche tempo presenti in certi ambienti cattolici. Tale quadro di interpretazione globale, che si sovrappone in modo estrinseco al Concilio, si può caratterizzare principalmente da questi tre fattori: 1) Il primo fattore è la rinuncia all’anathema, cioè alla netta contrapposizione tra ortodossia ed eresia. In nome della cosiddetta “pastoralità” del Concilio, si fa passare l’idea che la Chiesa rinuncia alla condanna dell’errore, alla definizione dell’ortodossia in contrapposizione all’eresia. Si contrappone la condanna degli errori e l’anatema pronunciato dalla Chiesa in passato su tutto ciò che è incompatibile con la verità cristiana al carattere pastorale dell’insegnamento del Concilio, che ormai non intenderebbe più condannare o censurare, ma soltanto esortare, illustrare o testimoniare. In realtà non c’è nessuna contraddizione tra la ferma condanna e confutazione degli errori in campo dottrinale e morale e l’atteggiamento di amore verso chi cade nell’errore e di rispetto della sua dignità personale. Anzi, proprio perché il cristiano ha un grande rispetto per la persona umana, si impegna oltre ogni limite per liberarla dall’errore e dalle false interpretazioni della realtà religiosa e morale. L’adesione alla persona di Gesù Figlio di Dio, alla sua Parola e al suo mistero di salvezza, esige una risposta di fede semplice e chiara, quale è quella che si trova nei simboli della fede e nella regula fidei. La proclamazione della verità della fede implica sempre anche la confutazione dell’errore e la censura delle posizioni ambigue e pericolose che diffondono incertezza e confusione nei fedeli. Sarebbe quindi sbagliato e infondato ritenere che dopo il Concilio Vaticano II il pronunciamento dogmatico e censorio del Magistero debba essere abbandonato o escluso, così come sarebbe altrettanto sbagliato ritenere che l’indole espositiva e pastorale dei Documenti del Concilio Vaticano II non implichi anche una dottrina che esige il livello di assenso da parte dei fedeli secondo il diverso grado di autorità delle dottrine proposte. 2) Il secondo fattore è la traduzione del pensiero cattolico nelle categorie della modernità. L’apertura della Chiesa alle istanze e alle esigenze poste dalla modernità (vedi Gaudium et Spes) viene interpretata dall’ideologia para-conciliare come necessità di una conciliazione tra Cristianesimo e pensiero filosofico e ideologico culturale moderno. Si tratta di un’operazione teologica e intellettuale che ripropone nella sostanza l’idea del modernismo, condannato all’inizio del Novecento da S. Pio X. La teologia neo-modernistica e secolaristica ha cercato l’incontro con il mondo moderno proprio alla vigilia della dissoluzione del “moderno”. Con il crollo del cosiddetto “socialismo reale” nel 1989 sono crollati quei miti della modernità e della irreversibilità dell’emancipazione della storia che rappresentavano i postulati del sociologismo e del secolarismo. Al paradigma della modernità succede infatti oggi quello post-moderno del “caos” o della “complessità pluralistica”, il cui fondamento è il relativismo radicale. Nell’Omelia dell’allora Cardinale Joseph Ratzinger, prima di essere eletto Papa, in occasione della celebrazione liturgica “Pro eligendo pontifice”(18/04/2005), viene focalizzato il centro della questione: “Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero…La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde, gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via…Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”. Di fronte a questo processo occorre innanzitutto recuperare il senso metafisico della realtà (cf. Enciclica Fides et ratio di Papa Giovanni Paolo II) ed una visione dell’uomo e della società fondata su valori assoluti, metastorici e permanenti. Questa visione metafisica non può prescindere da una riflessione sul ruolo nella storia della Grazia, cioè del Soprannaturale, di cui la Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, è depositaria. La riconquista del senso metafisico con il lumen rationis deve essere parallela a quella del senso soprannaturale con il lumen fidei. Al contrario, l’ideologia para-conciliare ritiene che il messaggio cristiano deve essere secolarizzato e reinterpretato secondo le categorie della cultura moderna extra e anti ecclesiale, compromettendone l’integrità, magari col pretesto di un “opportuno adattamento” ai tempi. Il risultato è la secolarizzazione della religione e la mondanizzazione della fede. Uno degli strumenti per mondanizzare la Religione è costituito dalla pretesa di modernizzarla adeguandola allo spirito moderno. Questa pretesa ha condotto il mondo cattolico ad impegnarsi in un “aggiornamento”, che costituiva in realtà in una progressiva e a volte inconsapevole omologazione della mentalità ecclesiale con il soggettivismo e il relativismo imperanti. Questo cedimento ha portato ad un disorientamento nei fedeli privandoli della certezza della fede e della speranza nella vita eterna, come fine prioritario dell'esistenza umana. 3) Il terzo fattore è l’interpretazione dell’aggiornamento voluto dal Concilio Vaticano II. Con il termine “aggiornamento”, Papa Giovanni XXIII volle indicare il compito prioritario del Concilio Vaticano II. Questo termine nel pensiero del Papa e del Concilio non esprimeva però ciò che invece è accaduto in suo nome nella recezione ideologica del dopo-Concilio. “Aggiornamento” nel significato papale e conciliare voleva esprimere la intenzione pastorale della Chiesa di trovare i modi più adeguati e opportuni per condurre la coscienza civile del mondo attuale a riconoscere la verità perenne del messaggio salvifico di Cristo e della dottrina della Chiesa. Amore per la verità e zelo missionario per la salvezza degli uomini sono alla base i principi dell’azione di “aggiornamento” voluto e pensato dal Concilio Vaticano II e dal Magistero pontificio successivo. Invece dall’ideologia para-conciliare, diffusa soprattutto dai gruppi intellettualistici cattolici neomodernisti e dai centri massmediatici del potere mondano secolaristico, il termine “aggiornamento” venne inteso e proposto come il rovesciamento della Chiesa di fronte al mondo moderno: dall’antagonismo alla recettività. La Modernità ideologica – che certamente non deve essere confusa con la legittima e positiva autonomia della scienza, della politica, delle arti, del progresso tecnico – si è posta come principio il rifiuto del Dio della Rivelazione cristiana e della Grazia. Essa non è quindi neutrale di fronte alla fede. Ciò che fece pensare ad una conciliazione della Chiesa con il mondo moderno portò così paradossalmente a dimenticare che lo spirito anticristiano del mondo continua ad operare nella storia e nella cultura. La situazione postconciliare venne così descritta già da Paolo VI nel 1972: “Da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio: c’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine. E’ entrato il dubbio nelle nostre coscienze ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce. Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E’ venuta invece una giornata di nuvole, di tempeste, di buio, di ricerca, di incertezza. Come è avvenuto questo? Vi confidiamo un nostro pensiero: c’è stato l’intervento di un potere avverso: il suo nome è il diavolo, questo misterioso essere a cui si fa allusione anche nella lettera di san Pietro” (Paolo VI, Insegnamenti, Ed. Vaticana,vol. X, 1972, p. 707). Purtroppo gli effetti di quanto individuato da Paolo VI non sono scomparsi. Un pensiero estraneo è entrato nel mondo cattolico, gettando scompiglio, seducendo molti animi e disorientando i fedeli. Vi è uno “spirito di autodemolizione” che pervade il modernismo, che si è impadronito, tra l’altro, di gran parte della pubblicistica cattolica. Questo pensiero estraneo alla dottrina cattolica si può constatare ad esempio sotto due aspetti. Un primo aspetto è la visione sociologica della fede, cioè un’interpretazione che assume il sociale come chiave di valutazione della religione, e che ha comportato una falsificazione del concetto di chiesa secondo un modello democratico. Se si osservano le discussioni attuali sulla disciplina, sul diritto, sul modo di celebrare la liturgia, non si può evitare di registrare che questa falsa comprensione della Chiesa è diventata diffusa tra i laici e teologi secondo lo slogan: Noi siamo il popolo, noi siamo Chiesa (Kirche von unten). Il Concilio in realtà non offre alcun fondamento a questa interpretazione, poiché l’immagine del popolo di Dio riferita alla Chiesa è sempre legata alla concezione della chiesa come Mistero, come comunità sacramentale del corpo di Cristo, composto da un popolo che ha un capo e da un organismo sacramentale composto da membra gerarchicamente ordinate. La Chiesa non può quindi diventare una democrazia, in cui il potere e la sovranità derivano dal popolo, poiché la Chiesa è una realtà che proviene da Dio ed è fondata da Gesù Cristo. Essa è intermediaria della vita divina, della salvezza e della verità, e dipende dalla sovranità di Dio, che una sovranità di grazia e di amore. La Chiesa è allo stesso tempo dono di grazia e struttura istituzionale, perché così ha voluto il suo Fondatore: chiamando gli Apostoli, “Gesù ne istituì dodici” (Mc 3,13). Un secondo aspetto, su cui attiro la vostra attenzione, è l’ideologia del dialogo. Secondo il Concilio e la Lettera Enciclica di Paolo VI Ecclesiam suam, il dialogo è un importante e irrinunciabile mezzo per il colloquio della Chiesa con gli uomini del proprio tempo. Ma l’ideologia paraconciliare trasforma il dialogo da strumento a scopo e fine primario dell’azione pastorale della Chiesa, svuotando sempre più di senso e oscurando l’urgenza e l’appello alla conversione a Cristo e all’appartenenza alla Sua Chiesa. Contro tali deviazioni, occorre ritrovare e recuperare il fondamento spirituale e culturale della civiltà cristiana, cioè la fede in Dio, trascendente e creatore, provvidente e giudice, il cui Figlio Unigenito si è incarnato, è morto e risuscitato per la redenzione del mondo e ha effuso la grazia dello Spirito Santo per la remissione dei peccati e per rendere gli uomini partecipi della natura divina. La Chiesa, Corpo di Cristo, istituzione divino-umana, è il sacramento universale della salvezza e l’unità degli uomini, di cui essa è segno e strumento, è nel senso di unire gli uomini a Cristo mediante il suo Corpo, che è la Chiesa. L’unità di tutto il genere umano, di cui parla LG, 1, non deve essere intesa quindi nel senso di raggiungere la concordia o la riunificazione delle varie idee o religioni o valori in un “regno comune o convergente”, ma essa si ottiene riconducendo tutti all’unica Verità, di cui la Chiesa cattolica è depositaria per affidamento di Dio stesso. Nessuna armonizzazione delle dottrine “varie e peregrine”, ma annuncio integro del patrimonio della verità cristiana, nel rispetto della libertà di coscienza, e valorizzando i raggi di verità sparsi nell’universo delle tradizioni culturali e delle religioni del mondo, opponendosi nello stesso tempo alle visioni che non coincidono e non sono compatibili con la Verità, che è Dio rivelato in Cristo. Concludo ritornando alle categorie interpretative suggerite da Papa Benedetto nel Discorso alla Curia Romana, citato all’inizio. Esse non fanno riferimento al consueto e obsoleto schema ternario: conservatori, progressisti, moderati, ma si appoggiano su un binario squisitamente teologico: due ermeneutiche, quella della rottura e quella della riforma nella continuità. Occorre imboccare quest’ultimo indirizzo nell’affrontare i punti controversi, liberando, per così dire, il Concilio dal para-concilio che si è mescolato ad esso, e conservando il principio dell’integrità della dottrina cattolica e della piena fedeltà al deposito della fede trasmesso dalla Tradizione e interpretato dal Magistero della Chiesa. |
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Ultimo aggiornamento ( Saturday 07 August 2010 )
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Mons. Marcel Lefebvre. Nel nome della verità |
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Scritto da Administrator
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Tuesday 25 May 2010 |
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 Monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991), un nome che fa quasi sempre sobbalzare, impronunciabile, se non in alcuni ambienti ristretti, dove è molto amato e molto venerato. Buona parte dell’opinione pubblica cattolica e non l’ha dipinto come un « eretico », come uno « scismatico », uno che desiderava farsi una chiesa tutta sua... Quanti errori, quante affabulazioni si costruiscono attorno alle persone che pensano, che ragionano, che avanzano verità scomode e perciò divengono loro stesse scomode. Scomode come Lefebvre. conosciuto per lo più come il Vescovo ribelle, monsignor Lefebvre è stato, finora, posto sotto un cono di luce diffamante, non per il suo comportamento di vita, peraltro ineccepibile e altamente virtuoso, da tutti verificabile, ma per la sua forte presa di posizione contro un concilio pastorale, il Vaticano II, nei cui dettami vedeva e denunciava le conseguenze scristianizzanti e relativistiche che ne sarebbero sorte. Oggi, a distanza di quasi vent’anni dalla sua scomparsa e a quarantacinque dalla chiusura del concilio stesso, possiamo storicamente avvicinarci a lui con maggiore serenità e senza acrimonia, considerando quest’uomo, meglio, questo sacerdote, non come il nemico di qualcuno, bensì come un impavido e lungimirante soldato di cristo, paladino dell’integrità della Fede e di santa romana chiesa, del primato petrino e dell’Eucaristia. Monsignor Lefebvre, grazie anche ai figli che ha lasciato, i sacerdoti della Fraternità San Pio X, è ancora lì a indicare che nella tradizione, nella dottrina cattolica, nella celebrazione del santo sacrificio della Messa di sempre, nella santità sacerdotale stanno le risposte ai problemi di un mondo che si è perso nel suo orgoglio e nella sua vanagloria, detronizzando Cristo Re. * * *
« Le nostre anime sono fatte per la Verità. Le nostre intelligenze, riflesso dello spirito divino, ci sono state date al fine di conoscere la Verità, di darcene la luce che ci indicherà lo scopo verso il quale deve orientarsi tutta la nostra vita [...]. È per questo che il dovere più pressante dei vostri pastori, che devono insegnarvi la Verità, è quello di diagnosticarvi quelle malattie dello spirito che sono gli errori. E come non deplorare, come già faceva san Paolo, che alcuni di coloro che hanno ricevuto la missione di predicar la Verità non han più il coraggio di dirla, oppure la presentano in un modo tanto equivoco che non si sa più dove si trova il limite fra Verità e l’errore ».
« Ciò che è accaduto a Eva continua ad essere attuale [...]. di qui l’insistenza della chiesa, in tutta la sua spiritualità e soprattutto per le anime sacerdotali o consacrate a dio, di allontanarsi dal mondo e dallo spirito del mondo e di cercare soltanto le cose eterne al seguito di Gesù, e di Gesù crocifisso ».
« Abbiate questa sete, questa idea fissa di vivere con dio, di essere intimamente uniti a nostro signore [...] ma non dimenticate che questa unione non può realizzarsi, non può essere autentica senza i vostri esercizi di pietà: preghiera, breviario e soprattutto la Santa Messa [...]. che illusione credersi capaci di diffondere la vita di dio intorno a sé, se si trascura di abbeverarsi alle fonti di questa vita! ». Monsignor Marcel Lefebvre |
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Ultimo aggiornamento ( Tuesday 25 May 2010 )
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Scritto da Administrator
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Thursday 29 July 2010 |
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Sul quotidiano "Libero" del 16 luglio 2010 GianAlfonso d'Avossa dava questo titolo al concerto diretto dal Maestro Riccardo Muti a Trieste alla presenza dei Presidenti delle repubbliche di Slovenia, Croazia e Italia: "Sì AL CONCERTO PER L'AMICIZIA, NO ALLA MANIPOLAZIONE STORICA" . Ringraziando il d'Avossa il nostro Presidente sul medesimo quotidiano ha cosi' replicato: |
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Ultimo aggiornamento ( Thursday 29 July 2010 )
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